Il "diritto" di essere Europa. Garantito da Carl Schmitt

Negli anni '40 il grande filosofo spiegava qual è il compito della scienza giuridica in un'epoca di crisi

Il "diritto" di essere Europa. Garantito da Carl Schmitt

Scelta felice davvero quella dell'editore maceratese Quodlibet di ripubblicare il testo di una conferenza che Carl Schmitt (1888-1985), sicuramente una delle menti più lucide che la scienza giuridica abbia mai avuto, scrisse più volte e in più riprese, fra il 1942 e il 1943, fino a pubblicarla come saggio nel 1950: La situazione della scienza giuridica europea (a cura di Andrea Salvatore, pagg. 128, euro 14). Sia per il tema che tratta sia per lo stile asciutto e accattivante con cui è scritta, questa conferenza - o saggio - può essere considerata un piccolo classico del pensiero novecentesco. Anche se per più versi segna una frattura decisiva con lo Schmitt che più conosciamo: quello del decisionismo e della primazia della politica, espressasi soprattutto nelle opere degli anni Venti del secolo scorso.

In questo testo espressioni come «l'autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto» oppure «la prassi si giustifica attraverso sé medesima», non è dato trovarle. Assistiamo invece alla completa istituzionalizzazione della decisione politica, un processo che era in verità già presente, forse in nuce, nella prima stesura della conferenza e persino nelle opere del periodo dell'adesione schmittiana al nazionalsocialismo (1933-36). In mezzo, fra la prima e la definitiva stesura, ci sono sette anni nei quali era praticamente successo di tutto: alla Germania, all'Europa e al mondo che da essa erano stati portato in guerra, alla vita personale di Schmitt stesso che era stato allontanato dall'insegnamento e addirittura arrestato due volte dagli alleati che avevano vinto la guerra. E anche se, quando scrisse la prima volta questo testo, da un bel po' non era più considerato organico al partito nazionalsocialista, non è dubbio che la sua originaria vicinanza a Adolf Hitler gli pesava come un macigno e lo comprometteva davanti a tutta la comunità scientifica.

In quel 1950, Schmitt rispose da par suo, con la pubblicazione non solo di questa conferenza, ma anche con una sfilza di opere che precisavano e sviluppano l'intero suo sistema di pensiero. E soprattutto, mi sembra, lo rendevano più digeribile al nuovo potere dominante. Nel diagnosticare la crisi del diritto europeo, Schmitt compie qui una doppia operazione: da una parte, riconduce il quid dell'Europa al diritto romano, o meglio alla sua capacità di integrarsi con gli originari spiriti e usanze comunitarie dei popoli e delle nazioni che formano il continente; dall'altro, pone appunto al centro dei suoi interessi, quasi come un ideale, quel continente che, su basi completamente democratiche e comunque teoricamente altre dalle sue, i nuovi leader usciti dalla guerra stavano cominciando a costruire.

Molta importanza viene data al momento giurisprudenziale, alla continua attività di interpretazione e attuazione della legge per opera dei cultori della scienza giuridica e degli stessi giudici. Il fatto che la figura centrale di tutto il discorso del pensatore di Plettenberg sia Friedrich Carl von Savigny, il padre della «scuola storica del diritto» tedesca, che Schmitt mette in contrasto con il suo contemporaneo George Wilhelm Friedrich Hegel, facendone il «paradigma della prima presa di distanza dalla legalità dello Stato legislativo», è in tal senso molto significativo, ma testimonia forse anche, come sottolinea Salvatore, che è autore di una densa postfazione, di una persistenza nell'ex ideologo del Terzo Reich di un, ora ben mascherato, orgoglio tedesco. Per quanto il diritto romano sia stato uno dei pilastri su cui si è fondata la nostra civiltà, continua in Schmitt ad essere sottostimato il contributo dato ad essa dal cristianesimo e in genere da prospettive universalistiche ed etiche che, entrando in tensione dialettica con il momento più decisamente politico-decisionistico, costituiscono dopo tutto la vitalità della nostra cultura.

Oggi, a settanta anni dalla pubblicazione de La situazione della scienza giuridica europea, la vittoria europea e globale della scienza del diritto, concepito fra l'altro su basi astrattamente etiche, è davanti agli occhi tutti. Essa, combinandosi con una sorta di bulimia razionalizzatrice e regolamentaristica, finisce per produrre una «gabbia d'acciaio» che sacrifica non poco la libertà umana. Viene il dubbio che sia più utile per capire i nostri tempi la distinzione di Friedrich von Hayek (un autore che ovviamente Schmitt non considera proprio) fra legge e legislazione: la prima è assolutamente formale e lascia libero campo alla «anarchia degli spiriti»; la seconda, intrecciando leggi positive a leggi positive, intende in fin dei conti (e proprio per questo è pericolosa) raddrizzare il «legno storto» dell'umanità.

Ci vorrebbe comunque un pensatore dello spessore di Schmitt che, come lui, in poche pagine sapesse oggi illustrarci «la situazione della scienza giuridica» nel mondo globale.

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