Elisabetta Sgarbi Le poetiche ricamatrici del Romanino

di Luca Doninelli

Le ricamatrici lavoravano alla prima luce del giorno, o catturando l'ultima, quella del tramonto, «incontro là dove si perde il giorno». A volte il loro ricamo ne accompagnava un altro, quello della neve, che rivestiva con le sue trame il bordo del vetro; oppure quello della galaverna, che tra la fine dell'inverno e l'inizio della primavera, sciogliendosi, liberava le forme più fantastiche, che il freddo aveva tenuto imprigionate per giorni e settimane.

A me però basta una persiana chiusa d'estate, con un raggio di sole che filtra illuminando una piccola porzione di aria piena di pulviscolo danzante e, magari, una mosca in volo che compare e scompare tra luce e ombra per veder risorgere all'improvviso tutto un popolo di ricamatrici e riconoscere, tra queste, la mia amata zia Giuseppina.

Mia zia viveva nel paese natale di mio padre. Quando, da bambino, andavo a trovarla, mi capitava spesso di starmene come incantato ad ammirare il suo lavoro. Nei pomeriggi più caldi chiudeva le persiane lasciando filtrare solo poche righe di sole. A quella luce mia zia ricamava (diceva che era una luce particolarmente adatta al ricamo). Io guardavo tutto assorto l'ago che usciva dall'ombra, s'immergeva nel tessuto e poi rientrava nell'ombra, compariva, scompariva e ricompariva, ed ero affascinato da quei gesti così calmi e precisi, pieni di una sapienza che io non possedevo.

Così affascinato che ancora oggi, tutte le volte che mi trovo davanti a una finestra semichiusa che lascia passare solo qualche filo di luce, io rivedo mille ricamatrici al lavoro, e soprattutto rivedo mia zia, e se per caso tra quei fili di luce c'è una mosca che va su e giù, passando attraverso quella luce, io rivedo tra me l'ago con il suo scintillio intermittente e la forma inconfondibile della sua carissima mano paziente.

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