Fabre, lo scienziato che chiedeva agli insetti cos'è un uomo

L'entomologo dell'Ottocento Jean-Henri Fabre ha descritto con penna magnifica le prodezze di scarabei, api e cicale

Jean-Henri Fabre nacque in un paesino dell'Occitania nel 1823, in una famiglia povera, e studiò come poté: da autodidatta. Del resto, il suo campo d'azione preferito, fin da giovane, non furono gli spazi chiusi delle biblioteche e dei laboratori, bensì gli spazi aperti dei campi, delle montagne, delle colline, dei fossati e, più tardi, del suo stesso giardino, che aveva allestito con erbe aromatiche e uno stagno per attirare l'oggetto prediletto della sua passione naturalistica, gli insetti. È così che quando morì, nel 1915, Fabre era ormai diventato «il padre dell'entomologia», ovvero, nelle parole di Gerald Durrell, suo avido lettore fin da bambino, «l'esploratore di un mondo lillipuziano, quel vasto mondo che calpestiamo con le nostre scarpe e che così raramente ci degniamo di osservare». Questo mondo lillipuziano trovò la sua consacrazione - come Fabre la propria - nei Souvenirs, un'opera in dieci volumi, che uscì poi in edizione definitiva per Delagrave fra il 1914 e il 1920, e della quale Adelphi propone le prime due Séries in Ricordi di un entomologo (pagg. 680, euro 38, traduzione di Laura Frausin Guarino), dove la Prefazione è proprio di Durrell, che racconta come, durante l'infanzia sull'isola di Corfù, il fratello maggiore gli regalò l'opera completa di Fabre e, da allora, il francese divenne il suo «migliore amico».

Basta aprire i Ricordi di un entomologo per capire perché: nonostante l'epoca in cui sono stati scritti, hanno così poco di accademico da riuscire a trasmettere l'entusiasmo per gli insetti anche a chi ne prova, solitamente, il comune disgusto, e questo grazie alla prosa di Fabre, volutamente lontana dalle oscurità dei professoroni e vicina, piuttosto, alla realtà, quella frutto dell'osservazione diretta, di cui si fece paladino. Quella che, oggi, appare come una caratteristica incredibilmente moderna, che rende Fabre un antesignano (e di gran classe...) della migliore saggistica, allora ovviamente fu oggetto di critica da parte dei suoi contemporanei, che associavano la mancanza di «solennità» (che per Fabre era «aridità») alla superficialità dell'indagine, poiché «Temono che una pagina, se si legge senza sforzo, non possa essere espressione della verità», e certo questi signori, con i loro timori, non sono spariti dalla circolazione... Ma Fabre era forte del suo stesso metodo, ovvero rivolgersi direttamente agli insetti: «chi vorrà a sua volta interrogarvi, otterrà le stesse risposte» scriveva e, anche se non è del tutto vero, dato che alcune sue tesi sono state smentite, o aggiornate dalla scienza successiva, resta che con le sue indagini «sotto l'azzurro del cielo e al canto delle cicale» ha esaltato e studiato «la vita» anziché «la morte», quella della natura chiusa e sezionata in laboratorio. Ed è di queste sue osservazioni instancabili che sono piene le pagine dei Ricordi, a partire dalle palle di sterco (eh già) così pazientemente e abilmente arrotolate dallo scarabeo sacro, immortalato mentre si accinge a spingere il frutto del suo lavoro per un pendio troppo impervio («Niente da fare: se si trova nelle vicinanze di una scarpata molto ripida, impossibile da risalire, il testardo prediligerà proprio quella. Allora ricominciano le fatiche di Sisifo»); e, poi, studiato insieme ai compagni, che forse non sono proprio «soci» che lo aiutano per buon cuore in quell'impresa sfiancante, bensì, piuttosto, dei ladri: «Questi rotolatori di sterco si derubano l'un l'altro con una disinvoltura di cui non conosco esempi altrettanto spudorati». Per scoprire che cosa ne facciano, di quelle palle, bisogna per forza leggere Fabre, basti dire che il risultato «si misura a metri».

Insegnante per tutta la vita, Fabre scoprì il fascino dell'ape nera grazie ai suoi studenti, che ne succhiavano il miele fra l'erba e, da lì, comprò un'opera sugli insetti (l'Histoire naturelle des animaux articulés di Castlenau, Blanchard e Lucas), che lesse e rilesse sentendo sempre più forte dentro di sé una vocina che gli sussurrava: «Anche tu sarai uno storico degli animali». Uno storico che, però, non si limitava a infilzare insetti e farfalle con uno spillo per poi apporre una targhetta con un nome in latino, bensì un battitore di strade polverose, che non si vergognava di rimanere appostato un'intera giornata «su una pietra, in fondo a un burrone», pur di fare esperimenti sullo sphex della Linguadoca, sentendo poi, giunto il tramonto, tre vendemmiatrici impietosite definirlo «Un paouré inoucènt, pécaïré!», mentre si facevano il segno della croce per quel povero «idiota»...

L'«idiota» corrispondeva con John Stuart Mill e con Charles Darwin, il quale gli aveva suggerito un esperimento sulla capacità di orientamento delle api, che avrebbe voluto tentare egli stesso sui piccioni, per verificare le capacità straordinarie di questi animali nel ritrovare il loro nido; e, pur non condividendo la teoria dell'evoluzione, più volte Fabre si inchinò di fronte alle abilità dei suoi adorati insetti, chirurghi senza pari, assassini spietati quanto precisi, architetti degni del Rinascimento. Per lui erano senza dubbio privi di ragione, ma degnissimi di essere «interrogati», amati, inseguiti, meritevoli di andare a caccia di sterco per nutrirli e di appiattirsi nell'erba per guardarli uccidere le loro prede; e questo perché, scriveva, «Occuparsi dell'animale significa affrontare l'interrogativo che non ci dà pace: chi siamo?». Ed è anche grazie a questa consapevolezza, a questo spirito che li attraversa, che i suoi Ricordi sono ancora così vivi, come la natura nei suoi studi.

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