Flannery O'Connor la poetessa che cammina sulla brace del miracolo

La biografia della scrittrice americana rivela il profondo legame tra le sue opere e la fede

Flannery O'Connor la poetessa che cammina sulla brace del miracolo

Il prete avrà avuto settantacinque anni, il naso tradiva una giovanile passione per il pugilato e per le risse , quando dava l'ostia ti fissava, un po' storto, come se il tuo corpo fosse un vaso, l'anima un obolo, una pietra, una cosa che rimbomba. Nella Chiesa si venera l'icona di una Madonna che, dicono, un paio di secoli fa ha mosso gli occhi; il prete, con energia cruda, cruenta, continuava a dire, «Dovete vedere gli uomini nella prospettiva dell'eternità, altrimenti non potete capirli». Il mio cervello cartesiano ha tratto da quella asserzione che avrebbe dovuto spappolarmi nel pianto una poetica. Ma certo!, mi sono detto, quella è l'unica prospettiva degna per lo scrittore: la realtà è il regno, l'autentico realismo è l'assalto del miracolo, la sostanza dei corpi e dei fatti si rivela nell'eternità. Pensai, immediatamente, a Flannery O'Connor. Lei sa vedere gli uomini nella prospettiva dell'eterno. Penso al paragrafo finale di quel racconto magnetico e insopportabile, come tutti perché, stampatevelo bene in testa, lo scrive San Paolo agli ebrei, «È terribile cadere nelle mani del Dio vivente», Il negro artificiale. «Sentì che era perdonato di tutti i suoi peccati dal principio del tempo, quando aveva concepito nel suo cuore il peccato di Adamo, fino al presente», scrive la O'Connor a proposito del «signor Head», un uomo sgradevole, perfino ignobile. «Seppe che non esisteva peccato troppo mostruoso che non potesse rivendicare come suo e, poiché Dio ama in misura di quanto perdona, si sentì pronto, in quell'istante, a entrare in paradiso». Eccola, la prospettiva eterna: ma cosa ne sa Flannery della colpa e della redenzione del signor Head? Cosa ne sa dei piani orditi da Dio e dell'ordalia del dolore?

Chi legge Flannery O'Connor sa che dei suoi testi non ti restano le trame, ma le ustioni. Flannery O'Connor non si legge. Si varca. Come ci si tuffa nell'acquasantiera, che contiene un falò. I libri di Flannery O'Connor, voglio dire, agiscono: non potete meditarli, saggiarli con la chirurgia della critica, con il bisturi della storia della letteratura; essi operano in virtù della salvezza. Cavolate, direte. E io ridico: cosa serve scrivere, cosa serve leggere, se manca l'orizzonte della salvezza? Flannery O'Connor ti sbalordisce sempre, la sua eccentricità, la sua stranezza, è allocata nel primo giorno del mondo.

La storia «pubblica» di Flannery O'Connor comincia nel 1930. Lei hai cinque anni, ama stare da sola, gioca con le galline. A una di queste insegna a camminare all'indietro. La cugina, Katie, sparge la voce finché non arriva, da New York, fin laggiù, a Savannah, Georgia, un cineoperatore di Pathé News, «per riprendere uno dei miei polli aveva la particolarità di camminare sia in avanti sia all'indietro». «È stato il momento culminante della mia vita», dirà Flannery. Chissà se è lì, il carisma: vedere di ogni creatura lo straordinario, l'enigma contrario.

Quanto al resto, la storia della O'Connor, che amava disegnare e fare a pugni con gli angeli («Vorticavo attorno coi pugni serrati scazzottando con l'angelo. Si trattava dell'angelo custode del quale, stando alle suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo. Lo disprezzavo da morire»), è segnata dal talento, incontenibile («Quando avevo dieci anni scrissi un libro intitolato My Relatives. Ne ho prodotte e distribuite personalmente sette copie. Era in stile realista e non è stato ben accolto») e dalla morte del padre, nel 1941, a causa del lupus che dieci anni dopo attaccherà lei. «La realtà della morte ci ha investiti e la consapevolezza del potere di Dio ha infranto la nostra compiacenza e indolenza come un proiettile nel fianco. Il significato di dramma, di tragedia, di infinito è disceso su di noi, riempiendoci di dolore, ma oltre al dolore anche di meraviglia e stupore». Ogni dolore santifica la vita: da allora Flannery si impone di scrivere storie «strane come la morte e che brucino di dolore e speranza».

Si può dire? La biografia che Fernanda Rossini dedica a Flannery O'Connor. Vita, opere, incontri (Edizioni Ares, pagg. 260, euro 18; una primizia, non solo per l'Italia: sobria, leggibile, informatissima, con oltre venti pagine di note) si legge come la vita di una santa: è l'epopea di una che trova l'Eden nel pollaio e che dal nulla, pari ai profeti biblici, dal deserto del destino, priva di aura, viene a dissacrare i falsi dèi della letteratura. Il libro è pieno di scoperte, con mole di inediti (l'amicizia con la grande poetessa Elizabeth Bishop, ad esempio, che di Flannery scrive, «Davanti al coraggio e alla disciplina di quella ragazza provo soggezione»). Soprattutto, è un libro che pone dei problemi. Installata nel 1988 tra i grandi della Library of America, la O'Connor è il tabernacolo della letteratura americana, il buco nero. Di solito la si minimizza, facendo cenno all'eccentricità, alla stravaganza adorava Edgar Allan Poe, per altro. Alcune pubblicazioni recenti (lo studio di Angela Alaimo O'Donnell, Radical Ambivalence. Race in Flannery O'Connor, 2020) stigmatizzano le sue concezioni razziali: «per principio credo nell'integrazione, per mio gusto nella segregazione», scrive in una lettera privata a Maryat Lee. Scrive che non le piace James Baldwin, «il profeta filosofo che pontifica» gli preferisce Cassius Clay , che non crede che Martin Luther King sia «il santo dei nostri tempi» ma uno «che fa quel che può e che deve». Basta questo per aizzare il processo?

Il fatto è che Flannery O'Connor tradotta troppo poco e sporadicamente e male in Italia è una che ha fede, è una che crede in Dio, che racconta, per questo, l'irragionevole, l'immotivato, il laido e l'ignoto. Racconta la gallina che cammina al contrario. L'uomo nella prospettiva dell'eternità. Nella pagina che introduce la biografia, Daniele Mencarelli ricorda che molti estimatori della O'Connor «si fermano agli aspetti formali della sua opera, trattando una parte di contenuti, quelli apertamente riferibili al cattolicesimo, come rimandi folk di quel Sud degli Stati Uniti mitico per quanto retrogrado». Ecco. Flannery O'Connor non è semplicemente una scrittrice. Crede che il Regno sia su questa terra, che la Presenza è ovunque, e ferisce. Crede nel dogma, «via d'accesso alla contemplazione» che «salvaguarda il mistero». Crede che siamo scelti per la salvezza, ma che dobbiamo vegliare, impavidi, perché Dio arriva come la tigre, «come un ladro di notte» (1 Ts, 5, 2). Crede che Cristo non sia un fatto culturale, ma la verità. Per questo, bisogna bandire le evidenze e camminare sulla brace del miracolo.

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