Cultura e Spettacoli

Guitry, una "fabbrica" di commedie

Avrebbe voluto fare l'attore come il padre Lucien. Così iniziò a scrivere per il teatro

Guitry, una "fabbrica" di commedie

Alexandre Georges-Pierre Guitry nasce il 21 febbraio 1885 a San Pietroburgo in un'elegante abitazione che si affaccia sulla prospettiva Nevskij. Il padre, Lucien, è uno degli attori francesi più illustri dell'epoca. Perfetto esemplare dell'istrione, di colui che vorrebbe ogni sera, a teatro, il pubblico ai suoi piedi, scommette con gli autori che conosce e frequenta di essere in grado di provocare in qualunque momento, se vuole, l'applauso degli spettatori. Anche interpretando, cioè, la scena più debole, il passaggio più insignificante e banale delle loro commedie. E vince ogni volta la scommessa. Durante la stagione invernale lascia Parigi per recitare le opere di Dumas, di Sardou, di Rostand sul palcoscenico del Teatro Imperiale Michajlovskij davanti a una platea di granduchi e granduchesse. Ragione per cui Alexandre, per i primi cinque anni della sua vita, trascorrerà l'inverno in Russia e l'estate in Francia. Il nome Alexandre, del resto, è un omaggio ad Alessandro III. Un giorno Lucien ha recitato nel palazzo di Gatcina, dove lo zar di tutte le Russie vive pressoché recluso per il terrore di finire assassinato come il padre. Al termine della rappresentazione l'imperatore ha voluto conoscere personalmente l'attore e, assieme alla zarina Marija Fëdorovna e ai suoi sei figli, complimentarsi con lui. Qualche anno più tardi, nello stesso sontuoso palazzo, lo zar autocrate assiste al debutto teatrale di Alexandre, che ormai, come vuole Lucien che considera quel nome un po' troppo lungo, tutti chiamano Sacha. Quella sera padre e figlio, l'uno a fianco all'altro, recitano indossando lo stesso identico costume di Pierrot. Dopo lo spettacolo cenano alla tavola dello zar. Quando, di lì a poco, Lucien si separa dalla moglie, deciso a tenere con sé il figlio, lo rapisce, trascinandolo via in carrozza come in un romanzo d'appendice. Sacha inizia a frequentare la scuola, passando di collegio in collegio: dodici in dodici anni. È un allievo indolente e indisciplinato. Dei suoi insegnanti, scriverà un giorno che erano in genere «pessimi», e che quei pochi dotati sapevano solo «insegnare i propri difetti». Inizia a disegnare, a fare caricature, a dipingere. La cosa, dirà, lo divertiva «pazzamente», anche perché gli sembrava la sola attività in cui «fosse piacevole avere delle esitazioni».

Quando, con una lettera, informa il padre di voler anch'egli diventare attore, la reazione di Lucien non è quella che Sacha si attende: «Ragazzo mio, ho pensato molto a ciò che mi hai scritto. Dovremo riparlarne e ne riparleremo» è la sua risposta. Come raccontò lui stesso, in quel «ne riparleremo» Sacha vide non la promessa di affrontare più in là l'argomento, ma piuttosto «il desiderio di non volerne parlare affatto». Da quel momento comprese che «se già non è così facile per un figlio intraprendere un lavoro diverso da quello del padre, mettersi a fare lo stesso lavoro può risultare spesso impossibile». ()

Guitry comincia a scrivere e a firmare con il proprio nome le prime «commedie vere». Le stesure non durano più di tre, quattro giorni. La rapidità sarà una costante del suo metodo di lavoro (per Deux Couverts gli basteranno poche ore). «Credete che avrei scritto centoquattordici commedie, se avessi dovuto far fatica? Se fosse stato così, avrei cambiato mestiere da tempo» disse rispondendo alle domande di un intervistatore (ma una volta sentì il bisogno di correggere l'affermazione: «Le scrivo in tre o quattro giorni, dopo, beninteso, averci pensato per un anno o due»). In un'altra occasione precisò: «A voi piacciono gli schemi, le scalette? Io li detesto e non li faccio mai quando mi metto a scrivere una commedia».

«Una commedia è composta da battute che si scambiano i personaggi. Queste battute sono loro che me le dettano. Non gliele devo imporre, rischierei di spingerli a mentire; oppure gli impedirei di mentire a loro piacimento, e sarebbe ancora più grave». Il primo grande successo arriva a vent'anni con Nono, in cui, come Molière, mette in scena padroni e domestici. Commentando il favore che il pubblico comincia a dimostrargli, Guitry dirà: «Avevo un cognome, mi sono fatto un nome». Riceve anche le lodi dell'esigentissimo Jules Renard, che parla di «tre atti che sono una rivelazione». Renard, che tenterà in più occasioni di far riconciliare padre e figlio, è un assiduo frequentatore di casa Guitry. Spesso commensale di Lucien la domenica sera, è testimone di come talvolta il grande attore, tra la matinée e lo spettacolo serale, si presenti a tavola con il trucco sul viso e la parrucca: «felice» annota Renard nel suo Journal «che gliela lascino in testa per tutta la giornata». Renard considerava Lucien «un letterato che invece di scrivere recita». Era affascinato dal modo in cui a tavola raccontava anche le storie più banali; andava matto per il tono che assumeva, per la sua voce, per i movimenti, i gesti. «È prodigioso» osservava. «Sembra sempre che stia creando un testo». Persino «con la bocca piena» dava l'impressione di riuscire a padroneggiare, preciso, attento, tutto ciò che diceva. Vicino a lui, Renard confessava di sentirsi una nullità, appena capace di proferire, con l'aria dell'imbecille: «Ma è proprio vero?».

Chez les Zoaques, la commedia che Sacha scrive poco tempo dopo, rinnova il successo di Nono. Tuttavia, dopo una settantina di repliche, l'attore protagonista lascia improvvisamente la compagnia. A lui, per rimediare alla situazione, non rimane che sostituirlo. Per la prima volta Guitry interpreta Guitry. Da quella sera salirà sul palcoscenico, per più di trent'anni, migliaia e migliaia di volte. «La giornata di un attore» scriverà un giorno «non è completa se non si conclude con una rappresentazione». E ancora: «All'indomani dell'ultima replica ti puoi trovare a Parigi o in tournée, ma quando viene la sera ti senti come un'anima in pena... le città in cui non reciti hanno qualcosa di bizzarro, di ostile». A questo proposito amava ricordare le parole del padre, secondo cui, per un attore, alla malinconia dell'ultima rappresentazione si aggiungeva la tristezza che non si potesse, il giorno dopo, «cercare di recitare meglio».

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