"Ho raccontato Eduardo. Ora posso svelare Troisi alla telecamera"

Il regista ospite del Pesaro Film Festival: "Girerò un documentario su di lui e il suo mondo"

"Ho raccontato Eduardo. Ora posso svelare Troisi alla telecamera"

È una questione di scintille. Se non scocca la passione, artistica e intellettuale s'intende, il progetto resta nel cassetto, che è un luogo mitologico nella mappa geografica di chi, come Mario Martone, fa della creatività la sua ragione di vita.

Ospite della Mostra del nuovo cinema, altrimenti noto come Pesaro Film Festival, diretto da Pedro Armocida, al regista napoletano è stata dedicata quest'anno una retrospettiva importante con il coinvolgimento dei titoli della sua filmografia, accompagnata dalla pubblicazione di un volume curato dallo stesso Armocida e Giona Nazzaro, direttore artistico del Locarno film festival (previsto dal 3 al 13 agosto), che hanno recuperato pagine e interviste a più mani sull'autore di Nostalgia, alfiere dell'Italia a Cannes dove ha suscitato pareri molto favorevoli.

Partiamo dal futuro. Qual è l'ordine delle precedenze per uscire dal cassetto e diventare un'opera firmata Martone?

«In realtà non esiste una successione cronologica. Dipende dalle scintille. Se non scatta quel qualcosa... attendiamo che scatti. Forse è per questo che il mitico cassetto intanto si rigenera di nuovi spunti».

E, all'orizzonte, c'è Troisi.

«Non è finzione, però. Sarà un documentario su Massimo per far luce sul suo mondo, che è anche il mio, in buona parte».

Vi conoscevate.

«Sì, avevamo reciproca stima e, se il destino che evidentemente aveva programmi diversi non ce lo avesse strappato, avremmo sicuramente lavorato insieme. Non ce n'è stato il tempo ma non è mancata la volontà».

Che cosa le piaceva di lui.

«Lo apprezzavo come regista, più che nelle vesti di attore o comico. Mi piacerebbe proprio provare a restituire questo lato di lui, oltre naturalmente a tutto il resto. Ho anche la fortuna di lavorare con Anna Pavignano che ha scritto le sceneggiature dei film di Troisi e sarà proprio lei a condurmi nel suo mondo».

Quando?

«Cominceremo a girare nella seconda metà di quest'anno. Il film dovrebbe uscire nel 2023».

Da un napoletano a un altro. O meglio, ad altri due. «Qui rido io» inquadra due figure eccelse di Eduardo. Scarpetta e De Filippo. Omonimi. E forse l'unico caso in cui un figlio è grande come il padre, se non di più. Da quale prospettiva guarda quel legame familiare e artistico?

«Difficile distinguere due genialità tanto diverse e importanti che hanno regalato alla letteratura, alla cultura e a Napoli un ruolo così importante. Pensi che quando abbiamo iniziato le riprese, in città, c'erano cinque teatri che avevano in cartellone titoli di Scarpetta. Perfino una commedia tradotta in dialetto romanesco. Ed è passato più di un secolo».

Eppure tra i due non scorreva proprio buon sangue.

«E che dire allora di Peppino... Fu lui a pagare il conto più salato del rapporto con il papà».

Un uomo su cui però Eduardo non spese parole se non in tarda età. Ricorda come lo definì?

«Dovette aspettare di superare gli ottant'anni e, anche quando Scarpetta era ormai scomparso, di lui disse solo: È stato un grande attore».

Ha visto «I De Filippo» di Sergio Rubini?

«Mi è piaciuto molto. Lui ha puntato sulla famiglia, io sulla controversia con D'Annunzio».

C'è ancora tanta Napoli in «Nostalgia»

«Ho voluto raccontare un sentimento. Un'amicizia profonda tra due ragazzi poi diventati uomini su diversi versanti della vita. L'amore di uno di loro per la sua città. L'importanza delle radici. La relazione madre-figlio. L'emigrazione. Insomma, le differenti sfumature di un vuoto nell'anima magistralmente descritto da Pasolini. La conoscenza è nella nostalgia. Chi non si è perso non ne possiede».

E verso il romanzo di Ermanno Rea è scattata subito la famosa scintilla.

«Esatto. Sublime beffa della...nostalgia. Appena è stato pubblicato il libro, l'autore è morto».

Siamo in uno dei quartieri più fragili all'ombra del Vesuvio al quale ha dedicato anche un altro film, idealmente collegato a Eduardo, «Il sindaco del rione Sanità».

«È una fetta di città, caduta nel degrado quando ha cessato di essere parte del tragitto che il re compiva per andare a Capodimonte. Da allora è stata una progressiva discesa agli inferi. Un'enclave diventata una terra di nessuno dove la camorra ha subito piantato radici. A metà strada tra il far West e un territorio in cui la vita si riflette sulle catacombe nel sottosuolo».

Un'altra forma di memoria è quella che collega Martone alla lirica.

«Diciamo che sto bene solo quando lavoro. Fluttuare tra cinema, teatro e opera è solo un modo per diversificare gli interessi e crescere continuamente».

A proposito, il «Rigoletto» scaligero.

«Si è portato a casa i sonori fischi del loggione (ride). Mi è sempre piaciuta la partecipazione attiva del pubblico, anche se disapprova. Tutto sommato indica che c'è passione».

Che cosa non ha funzionato, deludendo gli ultras.

«Forse aver calato la trama nella contemporaneità ha spiazzato qualcuno, attaccato alle origini verdiane. Però posso dire che il rispetto dell'originale è rimasto. Non ho tradito il Maestro».

Allora è favorevole agli adattamenti modernizzati.

«Fa un po' ridere pensare, ad esempio, di mettere in scena ancora Amleto con il teschio in mano. La sua figura può a buon diritto essere calata nella quotidianità e risultare più vicina a noi».

Però questa operazione rischia di disorientare qualcuno.

«Credo che il peccato più grande sia travisare. Che si decida un allestimento tradizionale o innovativo, immerso nell'oggi, bisogna attenersi alle volontà dell'autore. Nella fattispecie, dare a Verdi quel che è di Verdi, cioè la sua anima accesa e politica».

Martone assolto, dunque.

«Se vogliamo restituire al teatro d'opera il suo aspetto, appunto, teatrale dobbiamo accettare che questi testi vengano trattati in chiave moderna. Purché esista il rispetto, come detto. Nella convenzione e nell'innovazione. E io, giuro, non ho tradito».

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