«I dialetti da insegnare a scuola? Io ci scherzo su in televisione»

Un matrimonio al Sud dura 25 ore, a Milano il tempo dell’aperitivo. In coda alle poste un torinese perde le staffe, un napoletano chiacchiera allegro. Sì, certo, sono stereotipi. Ma ridiamoci su. Se Bossi vorrebbe introdurre i dialetti per legge, c’è chi ama giocarci sopra e farne pure uno show televisivo. Perché a settembre non solo la banda di Zelig porterà in Tv alcuni one-man-show basati su scuole comiche di diverse parti d’Italia (puntate speciali con Checco Zalone, Ale&Franz ed Enrico Brignano), ma a scorrazzare tra le varie anime nostrane ci penserà anche Vincenzo Salemme. Il suo programma, molto diverso da quello di Canale 5, si intuisce subito dal titolo: «Da Nord a Sud... e ho detto tutto!». Parte da qui, dalla frase che Peppino De Filippo diceva a Totò quando non riusciva a sbrogliare un discorso, il programma che andrà in onda su Raiuno in quattro puntate al mercoledì dal 16 settembre. Salemme sa che gli italiani sanno ridere dei loro difetti, dei loro tic. Soprattutto di quelli di loro vicini e ancor più di quelli dei loro connazionali che stanno dall’altro capo dello stivale.
Dunque, Salemme, come racconterà l’eterna lotta tra polentoni e terroni?
«Con l’ironia. Mettendo in scena situazioni simili in diverse città: per esempio i tassisti a Roma o a Bologna, un funerale a Venezia o in un paesino della Calabria, una multa a Napoli o a Piacenza. Mostrando candid camera, frammenti teatrali, quiz comici, insomma mescolando tutti i generi. E ospitando personaggi dello spettacolo di diverse zone geografiche».
E schierando in studio pubblico nordista e sudista?
«Ma no. Il pubblico sarà coinvolto, ma più magari per scoprire i tratti meridionali di un veneto o quelli più svizzeri di un napoletano».
Anche il suo show sembra una risposta agli inviti di Bossi a riscoprire le radici locali. Che pensa del dialetto a scuola?
«L’obbligo sarebbe assurdo. Ma se qualche maestra scegliesse di usarlo per esempio per aiutare qualche ragazzo a superare problemi di timidezza, non ci vedrei nulla di male».
E di cambiare l’inno italiano con il Va’ pensiero?
«Che sfido chiunque a cantarlo tutto! È più difficile dell’Inno di Mameli».
E delle gabbie salariali?
«Che prima di essere pagati, al Sud bisogna che abbiano un lavoro».
E di un partito del Sud?
«Che bisogna smetterla con la politica del chiedere».
Be’, meglio riderci su. Ma, secondo lei, quali sono gli italiani più simpatici?
«C’è di tutto. Devo dire che ai miei spettacoli teatrali i milanesi sono molto calorosi, anche se i romani sono imbattibili. Invece a Venezia resti di stucco: ridono, ma in silenzio, solo con gli occhi, non li senti, ti sembra di fare flop. In Sicilia invece stanno zitti, muti, freddi, ma dopo lo spettacolo ti esaltano».
Fuori dal teatro?
«Ah... i romani si prendono sempre in giro, i milanesi si dedicano al piacere solo dopo il lavoro, i toscani hanno la verve più nera e cattiva, i napoletani quell’humour malinconico».
Chi sono i più facili da prendere in giro?
«Un po’ tutti: i veneti con quel dialetto effeminato, i lombardi che emettono suoni gutturali, i fiorentini che pensano di esser sempre sopra a tutti, i romani soliti pigri, i napoletani furbastri, i siciliani permalosi. Ovviamente, sono stereotipi, ma molto di vero c’è».
A lei che è capitato di divertente?
«Una volta vicino a Benevento scritturano me e la mia compagnia al posto di Marisa Laurito che all’ultimo aveva dato forfait. Portavamo in giro la Medea di Seneca. Quando cominciammo a invocare “o dei”, dal pubblico si sentì “ma che è ’sta roba? volimmo le canzoni!” Siamo dovuti scappare dal palco...».
E Salemme sa ridere di sé?
«Veramente no. Anzi sono molto permaloso, mi offendo, per dire, se mi dicono che il piatto di pasta che ho cucinato non è abbastanza buono. E poi, pur essendo napoletano, sono preciso come uno svizzero, maniacale. Insomma, come molti artisti, sono troppo preso dall’ego».

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