"La letteratura è fede. Altrimenti è spazzatura"

Lo scrittore romeno parla del suo capolavoro "Solenoide": "A 60 anni devi dire tutto ciò che sai, di te e del mondo"

"La letteratura è fede. Altrimenti è spazzatura"

«Ah, il solenoide non è niente di speciale. Ha tutto a che fare con la levitazione, l'idea più straordinaria e poetica immaginata dall'uomo. Cercavo uno strumento tecnologico che potesse produrre la levitazione e mi sono imbattuto in un articolo su un tale Leedskalnin, che si era costruito un castello in Florida tutto da solo. Secondo alcuni, forse aveva usato delle bobine elettriche in grado di far levitare gli enormi massi di pietra del castello. Così ho pensato ad alcuni grandi solenoidi elettrici che, sepolti sotto certi edifici di Bucarest, riuscissero a produrre il fenomeno, impressionante, della levitazione. È una visione un po' steampunk, quasi da fantascienza. Nelle ultime pagine del libro, la stessa Bucarest si solleva nell'aria e fluttua come una salsiccia volante nel cielo».

Questo è solo un assaggio di ciò che è Solenoide (ilSaggiatore, pagg. 937, euro 29; traduzione di Bruno Mazzoni) nelle parole del suo autore Mircea Cartarescu, scrittore rumeno che ha alle spalle migliaia di pagine (come quelle della trilogia Abbacinante, edita da Voland) e candidature al Nobel per la letteratura, oltre alla dittatura comunista e a una esperienza da insegnante. E un insegnante è, anche, il protagonista di Solenoide: un aspirante scrittore fallito che abita in una casa a forma di nave (dove, in cortile, è sepolto un solenoide), che si innamora della bella collega Irina e che, mentre lavora in una scuola violenta e punitiva e gira per una Bucarest allucinante e in rovina, si trova ad avere a che fare con discepoli di sette, scienziati folli, bibliotecari con mire messianiche, il manoscritto Voynich, il regno degli acari... Levitare gli basterà per evadere dalla prigione della realtà? Solenoide parla di quasi tutto ciò che ci tocca: l'anelito alla libertà, la ricerca della verità, il confine tra realtà e sogno, il nostro rapporto col mondo, l'amore, la morte, la paura, la nostra debolezza, il ruolo dell'arte, il destino, la fede, la poesia, l'influsso della scienza sulle nostre vite... Insomma, quasi tutti i grandi temi della letteratura.

Mircea Cartarescu, come si fa, in un solo libro?

«Mi sono preparato per Solenoide per otto anni, leggendo e vivendo solo per il mio nuovo romanzo. Sapevo che, intorno ai 60 anni, avrei dovuto raccontare tutto ciò che sapevo di me e del mio mondo, il che significa che dovevo scrivere il mio vangelo. Questo è Solenoide».

Era un progetto concepito così, fin dall'inizio?

«No, non è il mio modo di lavorare. Non ho mai un piano e, quando scrivo, non ho idea di quello che farò. Scrivo e basta: semplicemente, so che il libro si svilupperà, come un embrione nel grembo».

È vero che scrive a mano e non fa correzioni?

«Non faccio mai editing. Tutti i miei libri, anche quelli con centinaia di pagine, sono, di fatto, la prima versione, scritta a mano in grandi quaderni. Li ho tutti impilati sulle mensole della libreria. Questa abitudine è dovuta al fatto che tengo un diario da quando ho 17 anni e, ovviamente, il diario è scritto a mano. Il mio editore rumeno lo sa e non apporta alcuna modifica ai miei manoscritti, che sono semplicemente copiati in Word e stampati, così come sono».

Il protagonista è una specie di suo alter ego che ha preso «un altro bivio» della vita?

«Io stesso, per dieci anni, ho insegnato a scuola, fra il 1980 e il 1989. Poi, con la rivoluzione, sono potuto diventare professore all'Università. Insegnavo alla periferia di Bucarest, in un quartiere molto modesto, dove i bambini erano poveri e, a volte, mancavano l'elettricità e l'acqua corrente. Nonostante ciò fu un bel periodo, perché amo i bambini, e scrivevo molto, prosa e poesia, senza pensare che avrei mai pubblicato qualcosa».

Ci sono molti riferimenti ironici all'«altro», lo scrittore di successo...

«Allora scrivevo solo per me e credo che, anche oggi, il vero scrittore sia una specie di Kafka o di Emily Dickinson, che scrive solo per sé e per capire la propria condizione. Il resto, il mondo letterario, i premi, le recensioni, dovrebbe essergli indifferente. Perciò ci sono due autori nel mio libro: uno vero, intenso, anonimo, che ha davvero scritto Solenoide; e uno ordinario, che partecipa al solito gioco come la maggior parte degli scrittori, e che ha pubblicato il romanzo a suo nome - cioè io...»

Come nasce il suo linguaggio, concreto e simbolico insieme?

«A differenza che in altri miei libri, qui i personaggi parlano normalmente, senza cambiare la sintassi delle frasi; ma le scene descritte sono, a volte, visionarie e allucinatorie. In Solenoide e in Melancolia, che sarà anch'esso pubblicato in Italia quest'anno, uso un metodo metafisico, come quello di Giorgio de Chirico per dipingere».

E come nascono i simboli nella sua scrittura?

«I simboli non sono ornamentali, sono lo scopo stesso del libro. Il simbolo più importante è anche il più antico: viviamo tutti in una prigione, in attesa di essere condannati a morte, e il nostro obiettivo più importante è trovare un piano di evasione. Ed è ciò che fa il protagonista».

Dalla fisica all'entomologia, dalla matematica all'anatomia, la scienza ha un ruolo importante nel romanzo: perché?

«La scienza è un altro nome della poesia, e la adoro. Nei miei libri metto tutto ciò che so del mondo e della mia esperienza in esso, quindi deve esserci per forza anche molta scienza. Ma ci sono anche filosofia, teologia, poesia, architettura, arte... Mi sono divertito molto a scrivere di scienziati di ogni sorta come George Boole o Charles Hinton, o eccentrici savant rumeni come il criminologo Nicolae Minovici e lo psichiatra Nicolae Vaschide».

Ha vissuto sotto la dittatura. Da scrittore, come è riuscito a difendere la sua libertà?

«Ho pubblicato quattro libri prima della rivoluzione: erano puri e non compromessi quanto i successivi, solo che sono stati mutilati dalla censura. La mia generazione era molto libera dentro, eravamo delle specie di Beat, e oggi la nostra antologia Air with diamonds è considerata di culto».

Il confine fra sogno e realtà è spesso messo in dubbio: da dove nasce questa visione quasi psichedelica e surreale?

«Sognare è un azzardo per il nostro cervello: i nostri demoni entrano dalla porta sul retro delle nostre menti. Sognare è simile alla schizofrenia. Mia madre, che ha 92 anni, è stata una grande sognatrice per tutta la vita e mi ha trasmesso questa capacità di sognare, ogni notte, cose strane e fantastiche. Da quando ho 17 anni annoto i miei sogni: tutti quelli che racconto in Solenoide sono sogni avuti da me, di notte. E non c'è conflitto fra realtà e sogno, perché la realtà è soltanto un altro sogno, un prodotto della nostra mente come tutti gli altri».

Quali sono i suoi riferimenti letterari?

«Leggere è la passione della mia vita, da ragazzo leggevo anche otto ore al giorno. Lo è anche oggi, però ormai rileggo soprattutto i libri più grandi e meravigliosi di tutti i tempi, soprattutto europei e americani. Per Solenoide ho lavorato con influenze artistiche diverse, da de Chirico a Henry Darger, da Daniel Paul Schreber a Bruno Schulz: artisti marginali, alcuni folli, tutti visionari».

A un certo punto scrive che «l'arte è fede». È così?

«Sì, l'arte è fede, fede in te stesso come artista e fede nel potere della tua arte e della letteratura. Senza fede non prenderei nemmeno in mano la penna. Se uno non è ispirato produce solo spazzatura, come accade a tanti scrittori contemporanei».

Secondo lei l'amore può essere un modo per evadere dalla nostra cella?

«In questo non sono per nulla originale. Da San Paolo a John Lennon, tutti sanno che all you need is love. Il protagonista scopre che c'è qualcosa di più importante della sua salvezza individuale: l'amore per la moglie e la figlia. Amore è l'ultima parola del mio libro, e anche l'ultima parola di questa intervista è amore».

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