Limonov, una bomba a mano nello stagno della letteratura

Morto il grande scrittore russo. Fece della sua vita un'opera d'arte e viceversa. Era l'ultimo ribelle...

L'ultima scena è nella mia Skoda scassata. Siamo nei pressi della stazione di Rimini; sembra di essere in una gialla metropoli sovietica, quando si faceva Messa e si impartivano benedizioni nelle automobili. Dicembre scorso. Sandro Teti, l'editore, capelli spiritati, viso che pare un poema di Majakovskij, mi è al fianco. Eduard Limonov nel sedile posteriore. La guardia del corpo appresso. Si chiama Dmitrij, è un ragazzo gigantesco. La sera prima, in una notte anestetizzata, abbiamo percorso la città alla ricerca di medicine per Limonov. Mastica male, ha la mascella sgretolata. Ha morso con troppa forza la vita, onore a lui, mi dico. «Allora, ti va di scrivere la biografia di Limonov? In aprile andiamo due settimane a casa sua», dice Teti. Limonov ci guarda con occhi da cobra, è magrissimo, il suo corpo è uno scatto, un balzo, un lampo bianco. Lui ci sta. E io? Mi fissano. Amo la sfida, amo pavoneggiarmi a monaco alternando vestaglia a cilicio. Mi piace l'idea di sfidare Emmanuel Carrère, «quel ricco borghese che di me sa nulla, si è inventato tutto», continua a ripetere Limonov. A lui deve quel tanto di fama europea il mito è radicato in ben altro. Dico di sì. Il patto, nella Skoda sciancata, è sancito da Teti in una lingua di mezzo tra il russo e il gergo italico. Ci stringiamo le mani. «Fai presto, però, perché non duro tanto», dice lui. Io ripeto, «macché, sei infrangibile, immortale». Che idiota. La mattina dopo Limonov è a Mosca.

Di Eduard Limonov si sa quasi tutto: la giovinezza punk a Mosca, gli anni underground a New York (che in parte fiammano nell'ultimo romanzo pubblicato in Italia, da Sandro Teti, Il boia, del 1986, sfacciatamente truce), gli anni francesi, il narcisismo feroce e patetico, l'amore con donne bellissime ed eccessive. Si sa del rapporto con Aleksandr Dugin, la fondazione di Limonka, il suo giornale, e del Partito Nazional Bolscevico, crocevia politico-psichedelico che fonde Stalin e Mishima, mixa Lenin a Evola e i Sex Pistols. Si sa della fondazione de L'Altra Russia; di lui con la mitraglia in mano, per i Serbi, nei torbidi Novanta («Ho partecipato alla guerra serbo-croata. Scioccato e disgustato dai cadaveri torturati di vecchi e bambini serbi, recuperati tra le rovine di Vukovar, ho preso parte per la Serbia»); della sua relazione con Vladimir Zirinovskij; dell'arresto, nel 2001, con l'accusa di terrorismo, e del gran chiasso dell'ultimo «esteta armato», inimitabile e capovolto, inavvicinabile, che non puoi santificare come un Aleksandr Solzenicyn, come un Andrej Sinjavskij. Limonov era un uomo scolpito nel sale, eroso da un genio buio; fece di tutto per farsi odiare, si nutriva dell'odio altrui. «Essere odiato da un vasto pubblico televisivo dell'intero mondo occidentale è emozionante. È una sfida. Mi sentivo come Superman assediato da orde di zombie lillipuziani Ho sempre saputo che se non rinunci alla tua libertà sei un nemico della libertà. Subirne le conseguenze è stato doloroso. Niente pane per l'amico dei Serbi. Niente pane per il politicamente scorretto. Niente pane per il nemico di Gorbacëv. Niente pane per l'avversario di Eltsin. Niente pane per chi la pensa diversamente». L'ultimo giorno della sua permanenza in Italia, a Rimini, ha quasi preso a schiaffi un fotografo che voleva «fargli il ritratto». Più che sfuggente, era un fuggitivo, Limonov, l'eroe di se stesso.

Più che altro, a me importava il poeta, il disperato, l'uomo che nel 1974 sosta a Roma e cerca di incontrare Pier Paolo Pasolini (se vi capita, guardate il docufilm di Mimmo Calopresti, Cani sciolti), che negli Stati Uniti si avvicina a Iosif Brodskij. Quando gli ho chiesto di Brodskij, in una intervista concessa a il Giornale, Limonov nicchiava, come sempre, «ci frequentavamo, non siamo mai stati amici». Mentiva. Come sempre. Nel 1981 Limonov dedica a Brodskij una poesia, L'invidia, «Siamo tutti disonesti. Siamo tutti comici./ Ma è ancora lui che si è preso i soldi./ Vorrei sapere qual è la ragione per cui/ è sempre lui a beccare la grana». In quella poesia c'è un distico folgorante, che cristallizza le contraddizioni di Limonov: «Mi mitraglio di inquietudini/ per non avere risposte». «Brodskij era un Maestro, abbiamo vissuto una complicata relazione di amore-e-odio», si lagna, Limonov, in un articolo del 2000. «Perché mi hai lasciato, Iosif? ... È una rara apparizione, un Maestro: ora, chi cazzo mi leggerà?». Nel 1995 Brodskij, Nobel da un tot di anni, introduce una raccolta di poesie di Limonov. «Eduard Limonov è un poeta che, più di altri, ha preso coscienza che la chiaroveggenza filosofica non si trova tanto nelle tesi o nelle antitesi, ma nel linguaggio stesso, libero di tutto ciò che è superfluo». Entrambi, sapevano fare a pugni.

Fu Frassinelli l'editore che per primo ha tradotto Limonov in Italia, nel 1985, con Il poeta russo preferisce i grandi negri. Dal 2018 è Sandro Teti che Limonov si divertiva a sfottere con degna austerità a curare l'opera di EL. Oltre a Il boia ha pubblicato Zona industriale. In questi mesi stava preparando il primo libro di poesie di Limonov in Italia, per la cura di Marilena Rea. A Natale volevano uscire con la fatidica biografia «approvata dall'autore». Il romanzo memorabile di Limonov, comunque, resta Libro dell'acqua (Alet, 2004), l'autobiografia scritta in carcere. «Volevo vedere la Storia da miope, a un centimetro dal mio naso ero un avventuriero, uno sveglio, e provavo piacere a rovistare nelle interiora della Storia, a pescarle qualcosetta nella pancia», scrive, consapevole di essere, anzitutto, un seguace di Rimbaud, uno che vuole dissipare tutto nella sua «fuga verso il nulla», inseguito dallo spettro di Dostoevskij, dopo aver castrato Iddio, figlio della bestemmia («Il nuovo senso estetico era quello che nasceva sfrecciando per una città bruciata sopra la corazza di un carroarmato circondato da giovani belve con il mitra»).

Disprezzava la comodità occidentale, gli alberghi lussuosi, i lacchè. A Rimini aveva l'occorrente in una borsa non più larga del suo braccio, «se mi mettono in carcere, qui ho tutto», si giustificava. Era restio a mostrare il passaporto, odiava il cellulare, lo infastidivano gli applausi. «Comincia a inviargli delle domande, in primavera andiamo da lui», mi forzava Sandro Teti, esattamente un mese fa, a Roma. «Mi ha detto che è in ospedale». Quando gli ho chiesto di dirmi qualcosa del suo rapporto con Dio, Limonov mi ha fulminato, «Come si permette?, queste sono questioni private». Forse Limonov non è morto. È impossibile che sia morto. Si è tolto di torno da un'orda di coglioni. Ecco. Da poeta, ha amato gli umani, gli facevano orrore.

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