Un lungo treno onirico dalla Rsi al Messico

Gian Marco Griffi racconta un mondo sospeso tra l'Italia del '43 e le ferrovie centramericane

Un lungo treno onirico dalla Rsi al Messico

I romanzi lunghi spaventano. Nel lettore potenziale c'è sotteso il timore di non riuscire a arrivare alla fine, di rimanerne, in fondo, delusi. Se vi capiterà sotto gli occhi questo Ferrovie del Messico, del quasi esordiente Gian Marco Griffi (Laurana, pagg. 826, euro 22) però non spaventatevi: è tutt'altro che inespugnabile, e perlopiù scorrevole. Richiede il suo tempo, perché ha i suoi momenti rocciosi che inevitabilmente ne rallenteranno la lettura, ma non stanca. Credo che sia per due pregi principali: la comicità e la fantasia.

La vicenda si svolge a partire da Asti (città dell'autore), nel 1943, dove in piena guerra civile il protagonista, Cesco Magetti, si trova quasi per caso dalla parte della Guardia Nazionale Repubblicana, sezione Ferroviaria. I suoi amici invece hanno scelto la via della montagna. Una vicenda parallela si svolge invece in Messico tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, lungo alcune tratte ferroviarie.

La trama è l'autore stesso a sintetizzarla in modo fulmineo: «Un impiegato di Berlino riceve un libro in dono e la vita di un soldato ad Asti è stravolta». Ma è la concatenazione degli eventi, nella sua imprevedibilità, a determinare un mondo complesso.

La molla che anima l'intera narrazione è data da una strana richiesta proveniente dal quartier generale dei tedeschi e diretta all'ufficetto astigiano di Cesco Magetti: disegnare una mappa dettagliata delle ferrovie messicane. Lo scopo è tutt'altro che chiaro, ma già fornisce il pretesto per una spettacolare presa in giro dei sistemi burocratici (quello nazista, universalmente riconducibile a qualunque altro al mondo, tantopiù in uno stato totalitario).

Il registro parodistico si respira quasi a ogni pagina, considerati i riferimenti storici e letterari, con uno stile che qua e là si fa sperimentale, tra linguaggi inventati, situazioni paradossali, il punto di vista che cambia da un capitolo all'altro. A volte sembra di essere catapultati in un'atmosfera di realismo magico, altre volte ci si trova immersi in un contesto descrittivo locale (Asti e il Monferrato), con tanto di incursioni nel parlato piemontese, che fanno venire in mente Cesare Pavese e Beppe Fenoglio. Quanto a idiomi, a parte un italiano preciso e variegato, sono presenti il tedesco, lo spagnolo, il sardo (logurodese), il romanesco.

Griffi si avventura anche su terreni non facili. I dialoghi fra Adolf Hitler e Eva Braun, con tanto di interventi di Galeazzo Ciano che prende appunti per i suoi diari, devono tener conto che il giudizio della Storia non ammette ironie a buon mercato. Ma anche qui si vola alto, e dietro le figurazioni più grottesche si intravede sempre un pensiero profondo rivolto alla vanagloria dei potenti e agli affanni dei deboli. Si può leggere benissimo questo libro come una critica feroce al potere e alle sue sinistre macchinazioni. «Mai più giovani uccisi per un'ideologia, mai più morti ammazzati per le vostre guerre di merda, mai più madri costrette a seppellire i figli fucilati», si legge, e il pensiero corre all'oggi. Griffi nella vita dirige un campo di golf, e una scena di agghiacciante umorismo immagina un soldato tedesco intento al gioco, il cui tiro è ostacolato da un cadavere. La vita umana vale meno di una pallina in buca? La risposta è meno scontata di quanto si pensi.

Dovendolo proprio confinare, questo romanzo, in un genere, si potrebbe parlare di romanzo enciclopedico, opera ambiziosa che aspira a contenere un cosmo. Precedenti illustri ce ne sono quanti ne vogliamo: l'Ulisse di Joyce, Bouvard e Pécuchet di Flaubert, e poi Borges, Thomas Pynchon, William T. Vollmann, il nostro Carlo Emilio Gadda.

Scrive Marco Drago nella postfazione: «Se la trama da seguire è semplice, Griffi riesce nell'intento di trasformarla in un'epica tragicomica che genera storie su storie, tanto che a un certo punto il lettore si rende conto (non senza un certo sgomento) che, volendo, il libro potrebbe non finire mai». I piani temporali e narrativi si intrecciano, si scavalcano, si perdono e finalmente si ritrovano, in una coerenza d'insieme. I personaggi vorticano a decine, in bilico fra dramma e risata, fra tragedia e farsa. Tra i fili conduttori, il mal di denti del protagonista; come si risolverà? E il suo amore per la splendida e eccentrica Tilde, dove lo condurrà? Riuscirà o no alla fine a produrre una mappa di queste benedette ferrovie messicane?

La scrittura è anche arte della digressione. Qui si parla di ciascun argomento, e sono molti, con un'accuratezza documentale impressionante. L'autore deve aver attinto a un'immensa bibliografia, per ricostruire eventi anche minuti, periodi storici, toponomastica, situazioni belliche, tecniche produttive, geografia, con rigore metodologico misto a un'acuta visionarietà.

Perciò il volumone può essere letto anche a ritroso, o a macchia di leopardo; preso, mollato, ripreso. La scoperta di questo scrittore si deve a un talent scout di lungo corso, Giulio Mozzi, da decenni coltivatore di promesse che spesso sfociano in autentiche rivelazioni. E qui c'è da aspettarsi molto.

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