"Grazie alla mia sfacciataggine ho interpretato Maradona"

Protagonista de "La grande guerra del Salento" in sala dal 5 maggio, Marco Leonardi si è raccontato ai nostri microfoni: "Dal dopoguerra ad oggi, l'uomo non si è mai evoluto"

Marco Leonardi: "Grazie alla mia sfacciataggine ho interpretato Maradona"

Una carriera internazionale dopo tanta gavetta, dal film premio Oscar “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore ai ruoli più recenti, pensiamo al meraviglioso “Anime nere” di Francesco Munzi o a “Martin Eden” di Pietro Marcello. Marco Leonardi è uno dei migliori attori italiani e il curriculum parla da solo. Insieme a interpreti del calibro di Pino Amendola e Paolo De Vita, il 51enne è protagonista de “La grande guerra del Salento” di Marco Pollini, tratto dall’omonimo romanzo storico di Bruno Contini.

Nel secondo dopoguerra, mentre la storia si lecca le ferite di due guerre mondiali, in Salento se ne scatena un'altra, che ha per eserciti gli abitanti di due paesini, Supersano e Ruffano. A farla scoppiare desideri di potere, deliri di onnipotenza, follia e... una gara di pallone. Una storia poco conosciuta ma molto importante: in quel frangente, infatti, per la prima volta nella storia d’Italia un tifoso perse la vita per una partita di calcio. “La follia dell’essere umano continua ad essere quella che è stata negli anni Quaranta: nonostante le grandi tragedie, l’uomo continua a distruggere tutto”: Marco Leonardi, qui nei panni di Ernesto, si è raccontato ai microfoni de ilGiornale.it a tutto tondo.

“La grande guerra del Salento” racconta un’Italia che cerca di rialzarsi dopo la Seconda guerra mondiale…

“È la storia di questi due paesini della provincia di Lecce, Supersano e Ruffano, rivali da anni. C’erano i ragazzi di Supersano che si trovavano le ragazze di Ruffano, senza dimenticare le ideologie politiche diverse. Il presidente del Ruffano era un fascistone, deluso dalla sconfitta, mentre il mio personaggio era un partigiano che aveva combattuto il fascismo. Il titolo del film è a dir poco azzeccato: dopo la partita, le due tifoserie se le diedero di santa ragione per giorni, con agguati di ogni tipo. Non parliamo di una scazzottata, ma di una vera guerriglia urbana. A quei tempi tutti erano in possesso di armi e i carabinieri trovarono sotto terra fucili, pistole e granate. Questo fa riflettere sulla natura dell’uomo”.

Dal 1949 ad oggi, non ci siamo evoluti così tanto…

“Non ci siamo evoluti per nulla. Pensiamo a questa guerra tra Russia e Ucraina. Dopo un periodo così tremendo per il mondo tra pandemia e crisi economica, ci mancava questa ciliegina”.

Dopo “Ultimo minuto” e “Maradona – La mano de Dios”, un altro film con il calcio protagonista…

“Quando mi chiamò Marco Pollini per ‘La grande guerra del Salento’, ho subito pensato a questi due film. Questa opera mi ha incuriosito tantissimo, anche perché è una storia vera. Che strano, ancora il calcio nella mia vita. Ma per quanto riguarda questo racconto, non mi sento di dare la colpa al calcio: il calcio è uno sport con delle regole, a volte si riscaldano gli animi, ma quello che accade fuori dagli stadi è solo una scusa per qualche deficiente per scaricare la rabbia. Una volta si menano per la politica, un’altra volta per un altro motivo: prendono qualsiasi pretesto per sfogarsi”.

Il problema è proprio l’uomo…

“La riflessione diventa triste quando pensiamo all’essere umano. Non ci siamo evoluti. Cosa è cambiato dal 1949 ad oggi? Niente”.

Tornando a “Nuovo Cinema Paradiso”, pochi giorni fa è morto Jacques Perrin. Che ricordo ha del grande attore francese?

“È stata una botta forte. Fa parte della mia vita, l’ho conosciuto. Era meraviglioso, una persona umile, elegante ed educato. Ci sono rimasto male. Non era neanche tanto anziano, è stata una notizia inaspettata. Ho avuto le stesse sensazioni quando è arrivata la notizia della scomparsa di Maradona (Marco Leonardi lo ha interpretato in ‘Maradona – La mano de Dios’, ndr): dopo averlo interpretato e conosciuto attraverso i materiali, è come se un pezzettino di me se ne fosse andato”.

Ha qualche rimpianto?

“No, non ho rimpianti. Tutto ciò che accade nella vita, bello o brutto, deve accadere. Tutto ciò che viene, lo accolgo e me lo coccolo. Dobbiamo passare anche attraverso le cose brutte, tutto rappresenta una crescita. Oggi sono molto più attento, mi capita spesso di dire di no se non sono convinto dal personaggio. Cerco sempre dei personaggi positivi, con dei messaggi giusti. Da questo punto di vista, il personaggio di Ernesto ne ‘La grande guerra del Salento’ mi piace molto: è molto attento, ha il suo carattere, ma non cade nei tranelli di questo fascistello con deliri di onnipotenza. Cerca di trasmettere qualcosa di positivo, dei principi sani”.

Ha lavorato con grandissimi registi, da Robert Rodriguez a Ridley Scott, passando per Dario Argento. Con chi le piacerebbe lavorare in futuro?

“Ce ne sono tanti, in Italia e nel mondo. Ho lavorato con tanti grandi registi. Ricordo volentieri Nanni Loy, Francesco Rosi, Alfonso Arau. A breve uscirà il nuovo film di Abel Ferrara, un’icona. Ho inoltre appena finito il film ‘Heroes & Villains’ di Michael D. Savvas, con Eric Roberts: sono l’unico attore italiano in un cast interamente inglese. Come del resto mi è capitato in ‘Maradona – La mano de Dios’: cast interamente argentino, ma Maradona interpretato da un italiano. E ti dico una cosa: quando sono andato a conoscere Marco Risi, gli raccontai che quando giocavo a calcio mi chiamavano Maradonino. Lui mi parlò dei provini in corso, io risposi subito: ‘Sì sì, fai tutti i provini che vuoi: tanto Maradona lo posso fare solo io’. Poi, durante le riprese, Marco mi disse che aveva già capito di dover scegliere me per la parte di Diego. Gli chiesi perché, lui mi rispose senza fronzoli: ‘Perché sei stato dolcemente sfacciato proprio come Maradona’. Il mistero, il caso, il buon Dio hanno voluto che alla fine interpretassi il Pibe de Oro”.

A proposito del buon Dio, che rapporto ha con la fede?

“Io sono più concentrato sulle azioni, sullo stile di vita. C’è chi parla tanto di spiritualità e poi fa una vita pessima. Io penso alle azioni giuste, cerco di comprendere cosa fa bene e cosa fa male, mi concentro sul bene comune. Ci sono delle virgolette ben precise in me, come essere sempre leale: tutto questo ripaga sempre. Come Ernesto, un uomo di buoni principi senza essere un fesso. Più che parlare di chiesa e preghiere, è più importante il comportamento di una persona”.

“La grande guerra del Salento” è un film legato fortemente al Sud, la sua terra…

“Io sono nato in Australia, sono cresciuto a Roma e ho vissuto nove anni negli States. Ma ogni volta che torno in Calabria mi sento a casa, più di qualsiasi altro posto. Bisogna avere rispetto della terra, della cultura: il Sud è casa mia”.

Ha un sogno?

“Io sono padre di due figli adolescenti, conosciamo i rischi del mondo. Il mio sogno è trasmettere principi sani, spero di essere capace di trasferirgli i valori giusti. Vorrei insegnargli le cose giuste e le cose meno giuste, mi auguro che abbiano un cammino sereno nella vita, indipendentemente da quello che faranno”.

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