"La mia poesia inattuale svela limiti e profondità delle nostre esistenze"

L'autore parla della nuova raccolta "Ora tocca all'imperfetto" e del senso della sua arte oggi

Ritirato in un suo candore della vita e quindi del linguaggio Cesare Viviani è l'aquila della poesia italiana: garante della vertigine, abita luoghi impervi, imperiale per anomalia. Senese, classe 1947, psicologo, Viviani nasce alla poesia nel 1973, quando Feltrinelli pubblica L'ostrabismo cara. Perseguendo una ricerca poetica propria, un delirare aristocratico all'origine si sente l'amore per Amelia Rosselli, ed è nitida la lettura di Mario Luzi , Viviani passa dal deragliamento linguistico alla lingua angelica con L'opera lasciata sola (Mondadori, 1993). Poeta privo di complici e di epigoni, che va letto per espiare l'ignavia ed esplorare l'enigma (tra i libri: Una comunità degli animi, Silenzio dell'universo, Infinita fine, Osare dire), Viviani pubblica oggi Ora tocca all'imperfetto (Einaudi, pagg. 128, euro 11). Alcuni versi artigliano, vanno masticati per meditazione, senza mediazioni, paiono pupille di rapace scagliate in gola: «E se fossimo stati rapiti/ da un altro mondo e portati/ in questo e destinati/ a non ritornare nel nostro?»; «In tanti anni, in tutta la vita,/ conoscere una cosa sola / è questa la grazia tanto cercata,/ è questo il paradiso della speranza».

Viviani, che senso ha la poesia?

«Forse la poesia è sempre stata, come prima istanza, una sfida individuale. Chi scrive poesia, l'autore, cerca una capacità di parola e un'espressione diverse dalla comunicazione comune - il quotidiano modo di pensare e di esprimersi -, cerca un linguaggio che traduca la percezione e l'osservazione di ciò che di più profondo, nascosto o estremo ha in sé l'esistenza. È una sfida pericolosa perché lascia gli ormeggi di sicurezza, anch'essi necessari alla vita, per inoltrarsi in una navigazione che non ha destinazioni stabilite e presenta un percorso sconosciuto. Se poi immettiamo questa sfida individuale nella comunità e nella quotidianità dei nostri giorni, il valore della poesia si ridimensiona a tal punto quasi da scomparire. La poesia dona finissime percezioni dell'esistenza e insieme porta a un disvelamento impietoso dei limiti insuperabili dell'essere umano. Ecco, queste cose oggi non interessano, anzi vengono il più possibile accuratamente evitate. Per questo ho scritto anni fa che, con gli attuali valori dominanti, la poesia può finire».

Che rapporto ha la sua poesia con l'indicibile, con l'al di là del linguaggio?

«Ho sempre pensato che l'indicibile non è un aldilà rispetto al linguaggio e al dicibile. Ho sempre creduto, nel mio lavoro di poesia, che l'indicibile è il limite presente in ogni parola, in ogni concretezza, è la concretezza intraducibile in parole, è quella morte con cui dobbiamo fare i conti pur nel pieno della vita. Dunque l'indicibile non può essere mai detto, ma è quella porta chiusa che non si aprirà mai neppure con una speciale intelligenza o un'eccellente acquisizione culturale. È l'intraducibile dei corpi e delle relazioni umane. È quel vuoto che ci accompagna e che niente potrà riempire: è l'irrimediabile vuoto che cerchiamo di nascondere con il potere e con il sapere, con le attività e con le distrazioni. La poesia non può arrivare all'indicibile, né sfiorarlo. Può solo accettare e riconoscere la sua presenza irrimediabile. Questa, secondo me, è l'esperienza luminosa, vitale e tragica della scrittura e della lettura della poesia».

Perché l'imperfetto (o meglio: «la perfezione e l'imperfezione del passato»)? A cosa allude il titolo della raccolta?

«Il titolo del libro dice da un lato che, a questo punto della mia vita, si diffonde sempre più l'uso del verbo al passato: facevo, sentivo, incontravo. E poi, con maggiore intensità, il titolo si riferisce alla perfezione, che non è più un rimedio possibile alle tante imperfezioni. Nell'arco di un'esistenza la perfezione spesso ricercata con atti di onnipotenza, di arroganza non è percepita come un'illusione e come irreale, ma è pensata possibile e utilizzata per non vedere i limiti di ogni momento e di ogni presenza: per non vedere la finitudine di tutto».

Nelle Note ribadisce l'«incondizionata ammirazione» per Mario Luzi. Che importanza hanno avuto i maestri nella sua ricerca poetica? E i libri?

«I maestri nel mio percorso di vita e scrittura sono stati tanti. Prima di tutto persone che non ubbidivano ai luoghi comuni, e cercavano la libertà e l'autonomia nel pensiero, così come la coerenza nell'agire. E dalla parte della scrittura poetica ho una storia così varia da impressionare ogni benpensante. Ho cominciato a 16 anni con due amori, opposti per stile: Jimenez (delle poesie e di Platero) e Brecht. Poi ho amato Leopardi (molto poco Ariosto e Tasso), Pascoli e D'Annunzio (molto più di Foscolo e Manzoni), Gozzano, Ungaretti, Montale e Saba. Poi Amelia Rosselli, Giudici e Zanzotto, Antonio Porta e Raboni. Tantissimo ho amato Luzi, insuperabile poeta, che è stato anche un grande uomo. Non perdeva mai la pazienza e l'accoglienza, la tolleranza e la comprensione anche delle banalità della vita. Ho imparato da tutti, a tutti devo quel poco che ho fatto. Rimbaud e Cvetaeva mi hanno portato molto vicino al precipizio: li ho amati fino alla perdizione».

A un ragazzo consigli un libro memorabile.

«Il libro che consiglio ai giovani è un testo difficile di saggistica, Gli imperdonabili di Cristina Campo, e un altro, se posso consigliarne due, ancor più difficile, ma fondamentale, inevitabile per chi scrive poesia: Lo specchio delle anime semplici di Margherita Porete, una mistica cristiana del Medioevo».

Si è parlato molto del suo saggio La poesia è finita (Il melangolo, 2018). È davvero così? Dove sta, intendo, la maniglia del problema: nel pubblico, negli editori, nei poeti?

«La pubblicità, la battuta facile, il linguaggio corrivo dei giornali e lo spettacolo permanente della tv, di internet e dei social hanno mutato in peggio la percezione e l'uso della parola. La parola non è più quel mistero di presenza e assenza, quell'insieme di vitalità e di perdita, di luce e buio, di timidezza e amore che l'hanno caratterizzata da sempre. La parola è diventata quasi esclusivamente il mezzo utile per raggiungere un obiettivo, quindi strumentale e pragmatica, quasi solo comunicativa nei modi più semplici e più efficaci per ottenere un risultato. Per difendere la parola poetica bisogna allontanarsi dal chiasso del mercato e dal palcoscenico: oggi tutto viene ridotto a scambio mercantile e a ricerca di vantaggi. Bisogna ritirarsi per ascoltare le parole del silenzio e della poesia».