La miniserie di Netflix, "Unorthodox", un assaggio di post-quarantena

La fuga a Berlino di una giovane donna dalla comunità chassidica di Brooklyn è l'occasione di assaporare cosa significhi fare esperienza della libertà. In attesa di ritrovarla.

"Unorthodox", la nuova miniserie Netflix Original, è composta di quattro episodi di circa 50 minuti ciascuno, ispirata all'omonimo memoriale di Deborah Feldman e girata in un continuo alternarsi di lingua yiddish e inglese.

La protagonista è la newyorkese che non ti aspetti, una ragazza appartenente a una comunità in cui la cultura ebraica è osservata in maniera estremista, ultra-ortodossa. Si chiama Esty (Shira Haas). A diciotto anni le viene presentato il ragazzo che le spetta come sposo in un matrimonio combinato, Yakov (Amit Rahav), da tutti chiamato Yanky, e a diciannove la vediamo fuggire verso la Germania lasciandosi tutto alle spalle. La serie inizia in medias res, proprio mostrandoci la giovane andare di nascosto a Berlino, creando lo scompiglio tra i membri della comunità, al punto che il rabbino, per non creare il pericoloso precedente di lasciar andare una fuggitiva, incarica il marito di andarsela a riprendere con l'aiuto del cugino Moishe (Jeff Wilbusch), un osservante sui generis e che sa come va il mondo.

I quattro episodi di "Unorthodox" sono il racconto del presente berlinese alternato a flashback che illuminano lo spettatore su quanto avvenuto nell'anno precedente. Perciò, mentre scopriamo la nuova vita cui si affaccia la ragazza, soprattutto grazie alla conoscenza di un gruppo di musicisti, parallelamente veniamo informati di cosa abbia passato quando sottostava alle regole rigidissime di un sistema patriarcale in cui il rifiuto della modernità si esprime prima di tutto in misoginia. Le opportunità che Esty ora ha a disposizione, come quella di guadagnarsi una borsa di studio al Conservatorio di Berlino (nonostante il tasso di accettazione sia dell'8%), vengono affiancate alla visione dell'iter preparatorio con cui, da sposa, si sarebbe consegnata ad usi e costumi che l’avrebbero resa, di lì a poco, “lietamente“ sottomessa.

Tra il tenero e l'esilarante, nella sua ancestrale ottusità, l'incipit del terzo episodio, dedicato alle lezioni di quel che viene definito essere "fisica elementare", ossia il sesso. L'apprendistato muliebre, specie per un’allieva come Esty, ossia del genere "io non ho quel buco", si avvale all'occorrenza di pupazzi che riproducano l'organo maschile e femminile, così come, di fronte a conclamata difficoltà copulativa, anche di una macchina dell'ansia in grado di diagnosticare vaginismo e affini. Il dogma è che l'uomo a letto è il re, ma a quanto pare non ne consegue che abbia una regina accanto: "la donna è il recipiente" e può riscattarsi, ossia acquistare potere, solo attraverso la messa al mondo di un figlio. Resta inteso che a livello pubblico, invece, il parto sia il modo di ridare vita a una vittima dell'Olocausto, il che rende un matrimonio infruttuoso come quello di Esty qualcosa su cui chiunque possa esprimersi (e una suocera indottrinare il figlio sul divorzio).

Anche a Berlino aleggia l'eredità dell'Olocausto, sullo sfondo e nelle parole talvolta scanzonate del gruppo di amici musicisti (i cui background e orientamenti sessuali sono lautamente assortiti in ossequio al politically correct).

Interessante in “Unorthodox” tutta la parte legata ai rituali e cerimoniali religiosi, nonché il parallelismo a distanza tra la discesa della protagonista in una vasca benedetta (non troppo dissimile a quella che si può fare a Lourdes), e il battesimo della libertà che invece vivrà in un lago tedesco. Nel primo caso la nudità è un precetto, "non può esserci nulla tra la pelle e l’acqua", nel secondo il bagno da vestita è quindi ancor più una spoliazione dalla prigionia.

Quelli che "ti convincono che senza di loro non potrai andare avanti nel mondo esterno", le hanno anche insegnato a ristagnare in una sofferenza da ricordare a ogni occasione: "I miei nonni hanno perso le loro intere famiglie nei campi", dice Esty, eppure capirà che sia altrettanto importante difendere il proprio presente.

La performance dell'attrice israeliana Shira Haas è eccezionale nel rendere bene sia lo spavento che la determinazione di questo scricciolo dalla testa rasata e dagli occhi enormi, che somiglia ad una bambina invecchiata, forse per la purezza intonsa di fronte al denso e difficile vissuto. Le lezioni di piano prese segretamente a Brooklyn da una non-ebrea sono i primi mattoni gialli di una strada che a tempo debito conduce la protagonista verso la sua vera casa, la musica. Per capire i ricami del destino forse serve davvero trovarsi con le spalle al muro, col futuro incerto e con la necessità di scoprire i propri talenti.

Sarebbe sterile, al momento, da spettatori, soffermarsi a riflettere su come “Unorthodox” sia un inno al girl-power o una critica all'integralismo religioso. È più importante considerare quanto l'esperienza emotiva che regala possa essere il giusto cibo in una quarantena da intendersi come gestazione: un momento sacro che ci vede inermi, ignari di quel che sarà di noi. Nessuna rivelazione illuminante, d'accordo, ma resta una serie in grado di suggerire l’atteggiamento da tenere nei confronti del nuovo inizio che ci attende.

Indosseremo la sofferenza come una risorsa finora sconosciuta e anche se al momento giusto non avremo a disposizione un rossetto targato "Epiphany” come quello di Esty, sarà comunque un'epifania l’andare incontro a tutte le nostre nuove, perché stavolta consapevoli, prime volte.

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Commenti

sullarivadelfiume

Ven, 27/03/2020 - 14:07

Sarebbe sterile una cippa; l'unica chiave di lettura delle produzioni Netflix + Amazon + qualunque mercato sedicente indie è il doppio attacco lgbt-femminista alla religiosità tradizionale e alle tradizioni sociali, o a tutt'e due come una sola cosa, in quanto fastidioso, potente e anacronistico ostacolo ai Supermassoni dell'Open Society. Non che mi freghi nulla di religione, ma date alle cose il nome e cognome che hanno