"Il mio Campiello di rabbia è per i Millennials"

La vincitrice Giulia Caminito: "Non ci sentiamo rappresentati dalla politica"

"Il mio Campiello di rabbia è per i Millennials"

Tosta, tostissima, la vincitrice del Campiello 2021 Giulia Caminito. Classe 1988, nata a Roma ma cresciuta in provincia, autrice di La grande A (Giunti, 2016) e Un giorno verrà (Bompiani, 2019), editor di narrativa per varie case editrici,, ha messo nel suo terzo romanzo, L'acqua del lago non è mai dolce (Bompiani), una risolutezza che a tratti suona irriducibile: incertezza e frustrazione che anima i trentenni di oggi ed esplorazione condotta con rigore filosofico sull'età adolescenziale e sui paradossi delle iniziazioni contemporanee, a partire proprio dal 2001, su cui ruota grande parte del libro. La storia di Gaia, la ragazzina che da Anguillara periferia di un deludente impero fa partire il distacco da una madre imperiosa e la voglia di affermarsi su un mondo sempre troppo ricco, colto o diverso da lei, le è valsa 99 dei 270 voti dei lettori del premio Campiello (voluto da Confindustria Veneto), un discreto distacco dal secondo Paolo Malaguti con Se l'acqua ride (Einaudi), 80 voti, e un abisso da Paolo Nori con Sanguina ancora. L'incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij (Mondadori), 37 voti, Carmen Pellegrino con La felicità degli altri (La Nave di Teseo), 36 voti e Andrea Bajani con Il libro delle case (Feltrinelli), 18 voti.

Se lo aspettava?

«Non mi aspettavo niente, il Campiello e i suoi giurati sono imprevedibili».

Che c'è di vincente in questo romanzo?

«Quando ho finito il libro, ero nella disperazione: mi sembrava inutile farlo uscire in un periodo così difficile per tutti noi. Poi mi sono resa conto che le persone della mia età lo hanno letto molto e ci si sono riconosciuti».

Che cosa ci ha messo di consapevolmente generazionale?

«Avevo voglia di parlare di fine del Novecento e inizio degli anni Duemila. Ho pensato con chi li avevo vissuti, come ero. I vuoti di interesse e informazione di una adolescenza in provincia rispetto alle cose del mondo. Il disimpegno di chi è stato adolescente in quel periodo, lo scontro, la formazione scolastica e la proiezione all'infinito verso il mondo del lavoro. È la parabola di una ragazza che trova il suo momento di scacco per cui alla fine, pur scalciando e mordendo, non raggiunge l'obiettivo della famosa ascensione sociale».

E ha fatto centro con i suoi coetanei.

«Sono rimasta molto stupita di quanti si siano ritrovati in questo personaggio che nasce scomodo, disturbante persino negli atteggiamenti fisici, nelle scelte nel corpo e nella mente. Mi ha colpito che questo sentimento di rabbiosa sconfitta che ha alla base ha una profonda debolezza li abbia avvicinati».

Lei ha dichiarato: «La mia rabbia oggi è sicuramente nei confronti della politica... Il non sentirsi rappresentati è qualcosa che mi provoca molta rabbia». Anche per Gaia è così?

«Non so se la rabbia di Gaia sia generazionale o sociale: per me è molto individuale. Volevo raccontare il sentimento di egoismo, individualismo e necessità di autoaffermazione che è diventato forte nella mia generazione. Ci autopromuoviamo in uno spazio digitale comune ed è quello che desidera anche Gaia: fast fashion e status symbol inclusi. Vuole partecipare a questo sentimento di essere come gli altri e la sua è la rabbia di non poter accedere, la rabbia di non avere posto nel mondo e di rimanere ancorata al mondo della madre, rientrando alla fine nel grembo, accorgendosi che stava solo correndo sul posto».

Che senso acquista vincere un premio in questa prospettiva?

«Questo romanzo è uscito dopo un mio libro che ha venduto pochissimo, dedicato alla nascita degli anarchici marchigiani. A prescindere da premi e vendita copie, io devo pensare a quello che voglio scrivere. I premi servono per far conoscere i libri, ma per me non spostano il fatto che sono in crescita, alla ricerca, voglio cambiare, rimettermi in gioco, abbandonare quello che scrivo ogni volta per lavorare di più sulla lingua, per cesellare».

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