"Mio papà Richard, uno spirito da bambino fra vermi, gatti, colori"

Il figlio dell'illustratore: "È ancora bestseller perché fa ridere tutti, anche gli adulti"

Huck Scarry aveva dieci anni quando suo padre, Richard, «trovò un'idea per fare Il libro delle parole». Era il 1963 e, con quel libro per bambini, non solo Richard Scarry «cambiò il suo modo di fare l'illustratore» ma iniziò una carriera decennale, una vita da disegnatore di libri-culto che hanno venduto oltre cento milioni di copie e che, in un altro secolo e in un altro millennio, sono ancora dei bestseller. Huck, che oggi ha 66 anni, da quando è morto il padre, nel 1994, ne porta avanti il lavoro, creando libri nuovi con i personaggi inventati da Richard - il gatto Sandrino, il verme Zigo Zago, la volpe-pilota Rudolf Strudel... - e libri tutti suoi, dal primo, sui treni («adoro i treni» dice al telefono, in perfetto italiano, da Gstaad, in Svizzera, dove vive quando non è al lavoro, nel suo studio di Vienna) al più recente, Tutto su Anne, dedicato ad Anna Frank (Rizzoli, pagg. 112, euro 20). In mezzo, i Diari di un grand tour giovanile attraverso l'Italia (Venezia, Napoli, Firenze, Roma...) dipingendo acquerelli e, quest'anno, il centenario della nascita del suo papà, di cui Mondadori ha ripubblicato molti volumi: infatti in questi giorni Huck Scarry è in Italia, al Festival Tuttestorie di Cagliari, per celebrarlo (oggi, ore 18.30; poi a Torino, al Musli, sabato 19 ottobre, ore 16.30).

Huck Scarry, che cosa cambiò con Il libro delle parole?

«Prima mio papà dipingeva storie di altri autori. Da quel momento, su ciascuna pagina c'erano così tante cose, così tanti dettagli, che era impossibile dipingerli tutti, sarebbe stata una fatica di Ercole. Era più ragionevole disegnare le illustrazioni con una linea nera e, poi, colorarle. È stato il primo libro che ha fatto tutto da solo».

C'erano già i suoi personaggi, orsi, maialini, gatti, cani e gorilla con abiti, mestieri e abitudini da uomini?

«Sono arrivati nel '65, con il Primo dizionario, dove ogni parola ha una piccola storia; e poi con il Libro dei mestieri, nel '67, quando compare Felicittà».

Aiutava suo papà nel lavoro?

«Sì. C'erano pagine piene piene di illustrazioni, già tutte disegnate, ma da colorare: un lavoro lungo e impegnativo, così a volte papà mi chiedeva se volessi aiutarlo. Durante l'estate ci mettevamo insieme in una stanza a stendere un colore dopo l'altro».

C'era un metodo?

«Il primo era sempre il rosso, coloravamo tutte le pagine e le cose rosse: camion dei pompieri, semafori, mele, pomodori... E poi passavamo al giallo, al blu, al verde, fino a che il libro era finito. Un giorno chiesi a papà: Perché cominciamo sempre con il rosso? E lui: Perché il rosso mi piace. Come avrebbe risposto un bambino. E aveva ragione».

Perché i libri di suo papà piacciono ancora così tanto?

«Me lo chiedono sempre, ma non c'è una formula magica. C'è un insieme di cose. L'armonia dei colori, innanzitutto. E poi questi libri sono divertenti, fanno sorridere, e ridere, anche gli adulti, perché sono pieni di cose buffe, un po' folli. Quando guardi queste pagine, in tutti i loro dettagli, non puoi restare serio».

Sono pagine piene di disastri, incidenti, pasticci...

«Mio padre adorava i disastri, come tutti i bambini. Nessuno, mai, si fa male: non voleva fare paura, non c'è mai violenza nei suoi libri; però i bambini amano gli incidenti, amano le cose che si guastano, è normale».

Come è nato Zigo Zago, il verme?

«Per caso. Papà voleva fare un personaggio piccolino, da cercare in tutte le pagine, un piccolo verme con un cappello tirolese... E poi è diventato il personaggio più amato: Zigo Zago è la personificazione dell'ottimismo, perché, pur essendo così basso e piccolo, con la sua intelligenza e il suo corpo riesce a fare qualsiasi cosa. È l'archetipo dell'ottimismo. Zigo Zago è molto come mio papà».

È vero che lei è il gatto Sandrino?

«Sì, sono Sandrino. In originale è Huckle Cat, e Huck è il mio soprannome. In realtà mi chiamo Richard, ma quando mio papà mi prese in mano, appena nato, disse: questo bambino è proprio un Huckleberry Finn. Amava Twain».

Come nasce l'umorismo?

«È semplice. Se qualcuno chiedeva a mio papà: quanti anni hai? Lui rispondeva, con le dita della mano: 5. Io ne ho un po' di più, diciamo dieci. Lui aveva lo spirito di un ragazzino di cinque anni, era un adulto responsabile, e un bravo genitore, che però non ha mai perso la sua infanzia».

È vero che iniziò a disegnare durante la Seconda guerra mondiale?

«Studiava Belle Arti a Boston, quando scoppiò la guerra. Si arruolò e poi seppe che in Africa, al quartier generale di Eisenhower, cercavano un disegnatore, e si candidò. Partì per Casablanca, in nave».

Che incarico aveva?

«Doveva lavorare a un giornale per i soldati americani. Ogni settimana si faceva spedire una copia di Time, e poi sintetizzava... Faceva questi articoli, con disegni e mappe, e penso che questo lavoro gli sia servito, in seguito, per spiegare le cose complicate ai più piccoli».

Che cosa è più difficile per un illustratore?

«Direi trovare idee. Per papà era semplice: le trovava fuori, in strada, dove tutto, per lui, aveva interesse, anche cose alle quali gli altri non davano importanza. Cerco di farlo anche io, di essere attento. Lui era molto sensibile al mondo esterno e riusciva a rifletterlo in un modo tutto suo, personale, e questo è, sempre, il segreto delle persone creative».

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