"Il mio vicino Adolf" racconta il trauma di chi è sopravvissuto ai campi di sterminio

Il film di Leon Prudovsky mette in scena il peggior incubo delle vittime

"Il mio vicino Adolf" racconta il trauma di chi è sopravvissuto ai campi di sterminio

Locarno. La paura di essere presi per mano. E divorati a morsi. Il terrore della nostalgia che non sempre è ricordo struggente del passato. Spesso è rabbia. Collera. Ira. Vendetta. Insaziabile come il pregiudizio, la voglia e il desiderio di far soffrire chi ha fatto soffrire. Al confine con il sospetto e la sua compagna più infida e dannata, la convinzione di aver ragione. A sua volta madre di un delitto ipotizzato anche se mai realizzato. È quello che accade a Polsky, un perseguitato del nazismo, che si convince di avere per vicino di casa niente altri se non Adolf Hitler. Ne cerca rassomiglianze, non trova prove ma quella paura di cui si diceva, è di quelle che mangiano l'anima a morsi. E a lui tanto basta. Si persuade da solo e da solo costruisce la sua vendetta. Tra dirimpettai è facile scatenare conflitti e i pretesti sono un pastore tedesco, razza molto amata dal dittatore, e un cespuglio di rose. Rigorosamente rare. Nere come il cuore e l'avvenire dietro alle spalle dell'autore di Mein kampf. My neighbor Adolf, il mio vicino Adolf, racconta una storia come tante e l'amplifica puntando l'indice sul senso di persecuzione che non abbandona i reduci della Shoah neppure decenni dopo il sacrificio. Siamo in Sudamerica, che accolse molti tra i superstiti del regime, in fuga dopo essersi sottratti alla Norimberga dell'uomo oltre a quella della Storia. E questo sentimento acquisisce una tinta forte che parla al cuore e al destino di cinematografie ferite. Le stesse - Israele e Polonia insieme a Colombia, teatro delle riprese - che hanno vissuto la tragedia e hanno accomunato il loro destino con la Germania, rappresentata da uno dei due protagonisti, quell'Udo Kier che interpreta il presunto despota in pensione e sul grande schermo sarà - a dicembre - un Hitler vero, al fianco di Al Pacino. Lui che oggi ha preso le misure sul finto dittatore del quale ha già riprodotto le movenze in molti film. «Perché, hai fatto finta...» chiosa sibillino il regista Leon Prudovsky, lasciando aperti altri interrogativi. Il denominatore comune sta in quei traumi non risolti. Mai metabolizzati. Il passato doloroso che ha ucciso l'evoluzione di un cinema come quello tedesco, rimasto agli abissi di una stagione cupa da cui sembra impossibile allontanarsi.

Il film, fuori concorso, è passato ieri sera in piazza Grande a Locarno e arriverà in autunno nelle sale italiane grazie ad I wonder pictures. È un appuntamento da segnarsi in agenda come pure per Bullet train di David Leitch, che nel 2017 ha firmato Atomica bionda con Scarlett Johansson. Granguignolesco e un po' splatter con sangue che cola dallo schermo ma avvince e a tratti diverte, Bullet train esce al cinema il 25 agosto riportando alla ribalta Brad Pitt a distanza di qualche anno dal tarantiniano C'era una volta... a Hollywood. Stavolta interpreta i panni di un sicario - Ladybug, ovvero coccinella - in lotta per la vita contro un manipolo di colleghi che vogliono fargli la pelle.

Straordinaria la galleria di personaggi che affollano le riprese in oltre due ore, nelle quali ci si richiama a una regia attenta all'uso del ralenti e agli effetti speciali, quando non specialissimi, a costo di sfiorare in più punti l'inverosimiglianza. Ma tant'è. In fondo è quel che il pubblico vuole e avrà. Il cinema è anche astrazione e, mai come in questa occasione, un viaggio sullo Shinkansen, il treno giapponese ad altissima velocità, è lontano dalla realtà e dalle probabilità nel fitto intrico di agguati e di aggressioni in cui entrano serpenti e armi poco convenzionali. Spettacolarità a tutto gas per far risalire la sana febbre del grande schermo.

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