Moretti, "Tre piani" di solitudine

Unico italiano in concorso, il regista firma una pellicola sul dolore e l'assenza

Moretti, "Tre piani" di solitudine

La sera in cui un ragazzo ubriaco travolge e uccide una sconosciuta, arrestando la corsa della sua auto nello studio di una famigliola, all'apparenza felice, si spalancano le porte su un condominio di Roma. È Tre piani, il film di Nanni Moretti presentato ieri a Cannes. Una casa come tante. E, come tante, custodisce dolori più che gioie. Alba Rohrwacher la chiamano «la vedova». In realtà è una neomamma, con timori esistenziali, segni di depressione e follia. Per giunta con un marito assente. Ha un cognato bancarottiere in fuga dai debiti e da se stesso. Al piano inferiore abita una coppia di anziani un po' bolliti, che fanno da baby sitter alla piccola della porta accanto. Non sempre però l'ingenuità ha il sapore dolce del candore. E quando il nonno porta la piccola a prendere un gelato ma si perde per strada e viene ritrovato al parco in una situazione ambigua ed equivocabile, spuntano i soliti sospetti. Tarli maledetti. Violenza pedofila e vite sull'orlo del precipizio.

Intanto l'omicida stradale è condannato alla galera dai giudici, colleghi di mamma e papà. Lo scapestrato rompe ogni rapporto con loro e il magistrato, malmenato dal figlio in una lite, muore di crepacuore.

Il caleidoscopio di storie e personaggi è ampissimo. C'è l'inquilino (Riccardo Scamarcio) coinvolto in un amore giovanile dalla nipotina dei due vecchietti. Ignaro, cede alle lusinghe della minorenne infatuata. Non lo sa. Il suo matrimonio va a rotoli e finisce in tribunale pure lui. C'è la morte nelle sue infinite declinazioni. Accidentale. Psico-affettiva. Biologica. Perfino apparente, nell'esistenza di quella madre e moglie, interpretata da Margherita Buy, rifiutata dal figlio e rimasta vedova davvero. Sfiora la propria stessa fine e ne sfugge cambiando casa. «La nostra strada, amore, è diventata solo la mia» confessa alla segreteria telefonica. La sola a conservare traccia della voce di quel marito amato che non è più.

Un mondo, chiuso in tre piani. Tre piani che sono un mondo in scala.

Urbanistica azzerata. Poco importa dove sia quello stabile di Roma, uscito dalle pagine dello scrittore israeliano Eshkol Nevo che parte da queste trame, le porta fino al punto di maggior intensità e le lascia in sospeso. Un romanzo fatto di tre racconti lunghi. Il lavoro di Nanni Moretti si inserisce proprio in questa piega. Gli abitanti di quel palazzo e di quei tre piani non sono solo quelli rappresentati ma tutti noi. E in questa prospettiva sono scandagliati la colpa e il ruolo di essere genitori. La giustizia e la fragilità. Il dolore e la follia. Laddove Nevo si è fermato, Moretti ha proseguito. Ha portato a termine le varie vicende. Ha piazzato la macchina da presa all'interno di sentimenti e sensazioni. Ha tentato di togliere il velo alla genuinità di certi sorrisi.

Nessun finale aperto, insomma, in questo film in uscita il 23 settembre. Sorprese permettendo. Perché Tre piani era in concorso a Cannes 2020 che non c'è mai stata. E ha atteso la prima edizione post pandemia portando alla ribalta storie con il comune denominatore di solitudine. Isolamento. Chiusura. E quella milonga in strada, che passa danzante sotto il condominio della discordia, lascia una speranza e un messaggio. L'uomo è animale sociale e non nasce per stare da solo. Confinato e chiuso in se stesso. Blindato nelle sue angosce. E oggi che il mondo sembra riprendere fiato, l'interrogativo è proprio se chiudersi nei propri tre piani oppure... Oppure ricordare che oltre all'eredità ecologica ce n'è una etica e morale da lasciare a chi verrà dopo di noi. E consiste nei nostri atteggiamenti e comportamenti. Da genitori. Figli. Dirimpettai. In un condominio di tre o tremila piani.

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