Nel «Condominio» cinico della (scrittrice) Bonaccorti

Massimiliano Parente incontra la celebre conduttrice: il suo è uno dei pochi romanzi interessanti tra quelli dei vip

Nel «Condominio» cinico della (scrittrice) Bonaccorti

«Io benedico Asia Argento perché ha fatto scoppiare questo bubbone, anche se dal #MeToo in poi è partita una caccia alle streghe esasperata e opportunistica. Allora quando Ungaretti in macchina mi appoggiò una mano sulla coscia, oggi sarebbe una molestia?» mi dice Enrica, mentre io guardo i suoi Telegatti, non li avevo mai visti dal vero, molto fighi.

Asia Argento è l'unico argomento su cui non siamo d'accordo, io la detesto, ma per il resto questo incontro è una corrispondenza d'amorosi sensi.

Tuttavia precisa: «Anche io sono stata molestata e fin da piccola, ma non mi sono mai sognata di partecipare con entusiasmo a denunce tardive. Ma grazie a tutto questo si è potuto finalmente urlare che non è normale che sia normale, come hanno insegnato alla mia generazione».

Ma come sono finito a casa di Enrica Bonaccorti? Mi è capitato di leggere il suo recente romanzo, Il condominio (Baldini+Castoldi), e con la diffidenza che uno scrittore ha quando legge un romanzo di un personaggio dello spettacolo. Voglio dire, oggi tutti a un certo punto scrivono romanzi, spesso senza averne letto uno. Invece quello di Enrica è divertentissimo, cinico, sarcastico, con una voce narrante, Cico, che sembra scritta da un uomo, e un condominio pieno di sorprese esilaranti. Un mix tra Almodóvar e Nick Hornby.

«Il mio Cico non ricorda un po' il tuo Max Fontana de Il più grande artista del mondo»? fa Enrica. «Vero» le dico, capendo cosa vuole intendere. «Però non esageriamo, ricordati che con me qui è come se avessi Proust a casa negli anni Venti» puntualizzo, e lei non si sorprende, annuisce e sorride. Ha una bellissima casa sulla Cassia, enorme, piena di legno e corde, sembra una versione inaffondabile del Titanic.

Mi dice che è bravissima a giocare a carte e a biliardo, qualsiasi gioco, mi domanda se anche io gioco, le rispondo che io gioco solo a Call of Duty. «A cosa?». «Un gioco sulla Play dove si uccidono persone». «In che senso?». «Persone collegate online, cioè non le uccidi davvero ma...», e nel frattempo mi offre un tè, dei pasticcini, gentilissima, io mi sono portato del rum perché lei non ha alcolici sul Titanic e quando vedo qualcuno devo bere, un tempo per rendermi gli altri sopportabili, oggi per rendermi sopportabile agli altri. Sulla libreria ha due foto di Ingrid Bergman ma mi sbaglio. «Una è Ingrid Bergman, una è mia mamma, uguale alla Bergman».

Il bello di Enrica è che è immune da ogni metafisica. Non come la mia amica Marisa Laurito, che finisce a parlare di oroscopi. Enrica dice: «Lasciamo stare, sono piena di amiche con le crisi mistiche, spirituali, la vita oltre la vita... a me già se mi chiedi di che segno sei perdi punti». È anche preparatissima scientificamente. Le chiedo quanti anni ha la vita sulla Terra e mi risponde quattro miliardi, le chiedo da quanti anni c'è la specie umana e mi risponde duecentomila, quali sono i primati sul pianeta e me li elenca tutti e cinque... e fa: «Ho superato il test di Parente?». Mi parla anche delle ricerche scientifiche fatte per il suo precedente romanzo, L'uomo immobile per cui è stata premiata per «la correttezza delle informazioni» e il tema era il «fine vita».

Faccio un salto triplo: «Ma quello scandalo del Cruciverbone, quello dove una concorrente sapeva già le risposte, com'è finita?». «Ah non lo sai? È finita che la concorrente è stata assolta in tribunale perché è stato ammesso avesse avuto una premonizione, una premonizione, ti rendi conto, in che Paese siamo?». Già, in che Paese siamo? D'altra parte in un tribunale passò perfino la seduta spiritica dove c'erano Romano Prodi e altri democristiani che sapevano prima dove era prigioniero Aldo Moro.

A proposito di televisione le domando cosa pensa della televisione di oggi. «Penso che rifletta la società, e la società è peggiorata molto, come la politica del resto». «A me hanno dato del fascista perché in un mio libro ho proposto un esame anche per avere il diritto di voto». «Anche io!» esclama Enrica. «Però direi che ovviamente può votare chiunque, ma nella scheda ci sono tre domande a cui rispondere, se le sbagli il tuo voto non vale».

Enrica ha l'entusiasmo di una ventenne, anzi di più, visto che conosco molti ventenni di una moscezza neurovegetativa. Ha sempre in mano l'iPad dove mi mostra orgogliosa tutti gli interventi che fa sul suo blog. Scrive un po' su tutto, e lo fa da sempre. A tredici anni e poi a quindici, mi racconta, vinse una borsa di studio in un concorso nazionale per un suo tema. Mi mostra molti libri della sua biblioteca molto vecchi, consumati, sottolineati. Berto, la Morante, poi un certo Lin Yutang, che non conosco, anche quello tutto sottolineato.

A un certo punto devo andare, s'è fatto tardi, domani Enrica deve partire per Milano. «Io faccio due lavori, la Bonaccorti e la segretaria della Bonaccorti, e spesso la seconda la licenzierei volentieri». Intanto chiamo un taxi, o meglio una scialuppa per lasciare il Titanic, e le chiedo cosa pensa della vecchiaia, anche se mi sembra una domanda stupida, ma voglio sincerarmi non sia una di quelle per cui la vita inizia a sessant'anni, e poi a settanta, e via dicendo. La fantastica Enrica non ci pensa due volte: «Ti risponde un mio aforisma: invoco l'amnesia, per troppa nostalgia». Sulla soglia, prima di lasciarla, le chiedo se ha paura della morte, e lei: «Non ci penso. Il pensiero della morte mi uccide».