Nella poesia di Broch la forma è sostanza

Per la prima volta in italiano la raccolta delle liriche del grande scrittore austriaco

Nella poesia di Broch la forma è sostanza

Sulla lapide, bassa, ai piedi di un albero, nell'arcano cimitero di Killingworth, Connecticut, dove la foresta, letteralmente, inghiotte le tombe, c'è scritto Poet and Philosopher. Rivelazione medianica: Hermann Broch, morto a New Haven alla fine di maggio, settant'anni fa, nel 1951, si credeva filosofo, era poeta, eppure, in vita, non ha pubblicato un verso; è forse il romanziere decisivo del secolo scorso.

Nato a Vienna nel 1886, da facoltosa famiglia ebraica di imprenditori tessili, fu arrestato, nel 1938, dai Nazisti. Riuscì, grazie a un gruppo di influenti amici tra cui James Joyce, Thornton Wilder ed Edwin Muir a rifugiarsi prima in Inghilterra, poi negli Stati uniti, dove, per qualche mese, fu ospite a casa di Albert Einstein. Era bello, alto, complicato, donnaiolo.

Nel 1950, l'anno prima della morte, fu candidato dal Pen Club austriaco al Nobel per la letteratura. Il premio andò, invece, molti anni dopo, nel 1981, a Elias Canetti, l'amico, che di Broch invidiava tutto il dissennato talento, l'aristocratica leggerezza, il corpo, infine, atlantico, travolgente. Ne fece il cuore del suo romanzo più bello, Il gioco degli occhi, che è il luogo privilegiato per leggere uno scrittore, Broch, altrimenti irraggiungibile. Canetti speculava, da un'astrale distrazione, di bontà «Nelle mie conversazioni con Broch venne a galla un problema... esisteva un uomo buono?» , mentre l'altro, radioso, si lasciava ghermire dagli occhi di Anna, scultrice, scultorea figlia di Gustav Mahler. «Anna non badava a me, i suoi occhi si erano immersi negli occhi di Broch e quelli di lui negli occhi di lei». È un incontro tra bestie rare, rapaci: gli occhi di Anna «mirano solo a sbranare», il corpo di Broch era quello di «un uccello grande e bellissimo... ricordava di un tempo in cui poteva ancora volare».

Broch si era convertito al cattolicesimo nel 1909, per sposare Franziska von Rothermann, da cui divorzia, nel 1923. Diversi anni dopo si unirà ad Annemarie Meier Graefe, più giovane di vent'anni: fu un matrimonio aperto. Nel 1927 si era liberato dell'azienda di famiglia per diventare, diceva, uno spirituale: studiò filosofia, scrisse I sonnambuli (1931; 32), ciclo di romanzi che gli diede fama di autore abissale dall'anno scorso sono riediti da Adelphi, nella traduzione di Ada Vigliani.

Broch esordì come scrittore, già compiuto, esatto, a 45 anni; era un degno erede di Hugo von Hofmannsthal a cui dedicò uno studio importante , ammirava Joyce. Hitler, per così dire, lo forzò al capolavoro. L'ordalia nazista «una concentrazione costante, intensissima sull'esperienza della morte» , l'arresto, la fine di un mondo, «lo scrivere... come un atto del tutto privato», portarono Broch a concepire La morte di Virgilio, romanzo-poema d'incessante grandezza. Il monologo di Virgilio, in punto di morte, deciso a bruciare l'Eneide, scandito in quattro atti «Acqua», «Fuoco», «Terra», «Etere» riassume e incenerisce la sapienza occidentale, è il punto estremo del romanzo come genere letterario, al di là del quale è balbettio bianco, delirante resa, silenzio. «Canto funebre, requiem ci invita quasi con tenerezza a violare le porte del terrore, e a discendere, con la nostra memoria amante per guida, giù al punto in cui la felicità, o sapienza del circolo, è perfetta», scrisse di quel romanzo docile e inaccessibile Maurice Blanchot. Più lapidaria Hannah Arendt: La morte di Virgilio le pareva «la più grande opera poetica del tempo».

Eccolo, senza fisime, il punto: Hermann Broch ha teorizzato il romanzo come luogo ultimo della conoscenza («la scienza non è in grado di fornire totalità, deve anzi lasciare tale compito all'arte e quindi al romanzo»), ma è stato, di continuo, poeta. Così, la pubblicazione delle poesie di Broch, con il titolo La verità solo nella forma (De Piante, pagg. 180, euro 14; a cura di Vito Punzi), è un evento fondamentale per la critica, un vanto per l'editore, un vento assoluto per il lettore, che scoprirà «un mondo poetico visionario, interrogante, aspro e ondoso» (così Giuseppe Conte, nell'introduzione), cioè un poeta arcano, vertiginoso, che procede per violenze verbali, come fanno i rari. Le poesie attraversano la vita intera di Broch: dal 1913 alla morte; spesso sbocciano versi epigrafici («Poiché il vero è rigoroso, non fidarti dell'allegria»), da gettare nell'argento del giorno, perché ci sorprendano, a morsi, nel sonno.

Uomo carnale, invitto, Broch sapeva eclissarsi nell'astratto; alcuni versi questi sono tratti da L'introvabile sembrano rivelare l'attitudine dell'artista: «davanti alla bellezza hai sempre depredato te stesso». Lo scrittore, degno alla regola, va «a tentoni verso l'inafferrabile»: tenta, usando le mani come occhi, l'oscurità. Anche quando filosofeggia, Broch scrive senza sostegni, senza ritegno, nell'eremo blu di un grido. In una dedica all'amico Albert Einstein, «colui che regge il nostro mondo», sfotteva il suo capolavoro: «è troppo assurdo questo libro». Sulla prima edizione italiana della Morte di Virgilio, stampata da Feltrinelli sessant'anni fa la traduzione è di Aurelio Ciacchi, ed è ora di rivederla campeggia la faccia da aquila di Broch; ti fissa con rassegnata inquietudine. «Lo sguardo cerca l'inimitabile/ le ombre argentee degli alberi e/ il canto che piove», scrive in una poesia.

È svanito in un cupo pudore: degno di stare al fianco di Thomas Mann e di James Joyce e di Marcel Proust, ha preferito alienarsi da ogni canone. Il suo sorriso sembrava una grotta.

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