Non basta una Parola: la sfida impossibile di tradurre la Bibbia

Meriti (e debolezze) della nuova versione, curata da Enzo Bianchi e studiosi autorevoli

Non basta una Parola: la sfida impossibile di tradurre la Bibbia

Tradurre la Bibbia è un sacrilegio, atto di chi svela le pudenda di Dio, a svergognare la Legge. È gesto cruento, da cannibali: una sfida. Chi continua a dire che la Bibbia è un testo come gli altri, florilegio di racconti fantastici e fantasmagorie sapienziali, è un insipiente, degno di chiodo che arpioni la lingua al palato. Non si entra nel sacrario del Verbo restando indenni: la Bibbia ti scuoia fino all'ultimo singulto; spesso ti rigetta, ti vomita o ti adempie, annientandoti.

Per lo più, è intorno alla traduzione della Bibbia che s'inaugura una civiltà: Girolamo è la nostra grammatica e la scomparsa della Vulgata dal rito va in parallelo al tramonto dell'Occidente; la Bibbia tradotta da Martin Lutero fonda la letteratura tedesca; la King James, la Bibbia di Giacomo, monumento della Chiesa anglicana, pubblicata nel 1611, ha riverberi shakespeariani, viola (rilevati perfino nel film di Jane Campion, Il potere del cane). La traduzione di Giovanni Diodati, zenit del protestantesimo italiano, pubblicata a Ginevra, «esempio di lingua e di stile», riconosce «un valore estetico alla verità rivelata... recupera nella bellezza della lingua il senso della Bibbia come unico testo necessario alla vita degli uomini» (Michele Ranchetti). Secondo Diodati, non basta il talento esegetico a tradurre la Bibbia: ci vuole il genio lirico. E il coraggio: introdursi nel testo sacro vuol dire soccombere in esso. La versione Diodati del 1617 fu messa all'Indice; tradurre la Bibbia oltre che un gesto di amore verso Dio è un atto di guerra contro la Chiesa. Ancora nel 1820 Pio VII inscrive tra i libri proibiti la traduzione del Nuovo Testamento a cura di Antonio Martini, arcivescovo metropolita di Firenze; nel 1943, con la lettera enciclica Divino Afflante Spiritu, Pio XII apre all'«importanza della critica testuale», stimola nuove traduzioni bibliche, pur al giogo del Magistero.

Viene da chiedersi, con malizia, se la Bibbia progettata da Enzo Bianchi per Einaudi, opera mastodontica, non sia un affronto ai poteri vaticani. La prossimità con i provvedimenti presi nei suoi riguardi dalla Santa Sede obbligato ad allontanarsi dalla comunità che ha fondato, a Bose lo farebbe supporre. Magari! L'affronto elettrizza il linguaggio. In verità, l'irenismo diffuso, più scaltro che ingenuo «La Bibbia è la biblioteca che non divide, non separa, non apre a fondamentalismi, chiede l'affermazione della diversità, delle pluralità e dunque del dialogo» , e i proclami, generici «Il panorama italiano delle traduzioni bibliche è ancora insoddisfacente»: eppure, Giancarlo Gaeta ha tradotto i Vangeli per Einaudi nel 2006 danno al lavoro un valore vago, ambiguo, astratto. La missione populista, pardon, popolare, poi «Il mio augurio è che quest'opera... possa contribuire ad avvicinare il maggior numero di persone alla fonte inesauribile della parola di Dio» muore sul prezzo: la Bibbia secondo Bianchi (pagg. CXCVIII+3722) è pressoché inavvicinabile, costa 240 euro, stivata in cofanetto da arredamento più che da pia consultazione. Ad ogni modo, Bianchi, del canone biblico, ha tradotto soltanto il Cantico dei cantici: versione modesta («Io sono abbronzata ma affascinante» urla vendetta, manco la Shulammita fosse una Kim Kardashian qualunque; meglio la Cei, a questo punto: «Bruna sono ma bella»), senza azzardi, infine inutile. Per trarre sostanza lirica e spirituale è bene rivolgersi alle traduzioni di due poeti, Andrea Temporelli (Raffaelli, 2010) e Andrea Ponso (ilSaggiatore, 2018; tra l'altro, con ricchi apparati).

La forza della Bibbia einaudiana, piuttosto, è nei curatori: Mario Cucca, Federico Giuntoli, Ludwig Monti. Giovani, tenaci, cattolici (il primo è cappuccino, il secondo presbitero, il terzo monaco a Bose). A un primo sguardo, pare persuasiva la traduzione del Vangelo di Giovanni, affidata a Roberto Vignolo. La Bibbia è un pozzo. Per questo, una nuova traduzione, come pretesto di lettura, è eccellente. Non si comprende, tuttavia, il senso profondo di questa Bibbia. Le Edizioni San Paolo, per dire, hanno ideato la Nuovissima versione della Bibbia, poi evoluta nella Nuova versione della Bibbia dai Testi Antichi (ancora in corso): i singoli testi biblici sono proposti in traduzione efficace, con commento approfondito (che inevitabilmente manca nel titanico volume Einaudi) e prezzo popolare. La Bibbia Einaudi secondo Bianchi, più che altro natalizia, rischia di restare nella palude delle belle intenzioni, priva com'è di azzardi, di scelte intraprendenti, perfino radicali. Penso, ad esempio, al Vangelo pubblicato nel 1947 da Neri Pozza, introdotto da don Giuseppe De Luca, con l'imprimatur dell'allora cardinale Roncalli, ad opera di quattro scrittori, Nicola Lisi, Corrado Alvaro, Diego Valeri e Massimo Bontempelli. Fu un'occasione episodica, rapsodica, in cui la letteratura s'insinuava tra i meandri degli studi biblici. Di solito, gli scrittori sono refrattari al testo sacro per ideologia, e le traduzioni anomale restano in un'area eccentrica (Emilio Villa), gnostica (Guido Ceronetti), modaiola (Erri De Luca). In altri Paesi non è così: le versioni dei poeti fanno canone, dunque scandalo (T.S. Eliot e W.H. Auden si sono dedicati alla poesia liturgica, David Gascoyne all'apocalittica; Jean Grosjean ha tradotto in francese la Genesi, i profeti, l'Apocalisse). In questa ottica si muove la versione della Genesi secondo Gian Ruggero Manzoni (scrittore e poeta estraneo ai circuiti consueti, corsaro, eccellente), che sarà pubblicata da De Piante nel nuovo anno, a fine gennaio. Il passo narrativo, alchemico, si sente fin da subito, e merita sobbalzi («Nel principio il tutto era senza profilo e privo di vita e l'oscuro ricopriva l'abisso di ogni forma, mentre la luce del Demiurgo volteggiava su tutte le acque. Al che il Demiurgo mormorò fra Sé: Che la mia luce sia luce per l'intero, così la luce divampò sull'osceno della tenebra»). L'intento della casa editrice è felicemente folle: affidare a poeti, scrittori, ispirati la traduzione, libro per libro, della Bibbia. Un testo per tutti, come direbbe Enzo Bianchi, ma che non lascia scampo, ferisce col fuoco e con la spada, procura lesioni e divisioni. Nell'era iniqua, dei debosciati, è un falò.

Quanto all'etica del tradurre, all'armeria filologica adatta, basta leggere San Paolo, Lettera ai Corinzi, capitolo 12. Secondo l'Apostolo la traduzione, «l'interpretazione delle lingue», è un carisma. È un dono dello Spirito. Bisogna essere eccitabili ed eccitati per accedere al dono. La Bibbia non chiede studiosi, bensì entusiasti.

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