Parole dal sottosuolo. Ma in quale lingua bisogna leggere i russi?

Per anni abbiamo letto Dostoevskij e altri classici in traduzioni d'autore, oggi datate. E ora si cambia

Fra le tante cose che si possono imparare, sulla letteratura russa (e sulla letteratura tout court) in Sanguina ancora, sottotitolo «L'incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij» (Mondadori), il libro più recente di Paolo Nori, c'è il fatto che la traduzione conta molto, moltissimo. Nori è stato folgorato nel 1977 dalla lettura di Delitto e castigo, tanto da farla diventare pietra fondante della sua vita di scrittore. La sua generazione (che è anche quella di chi scrive) ha conosciuto i classici russi in piena adolescenza, ma in che lingua li ha letti? Molti di noi si ricordano testi ampollosi, obsoleti, pieni di parole e espressioni che non si usano più.

Dei Ricordi del sottosuolo, la traduzione più illustre che si conosca è quella di Tommaso Landolfi, pubblicata da Rizzoli alla fine degli anni Quaranta e che ha conosciuto decine di ristampe. Ce ne sono molte altre, con altri titoli, da Memorie dal sottosuolo a Memorie del sottosuolo. Molte fra le più vecchie sono anche però irrimediabilmente datate, e questo è ben spiegato nel libro che l'autore definisce «romanzo» e che alcuni hanno preferito etichettare come «saggio narrativo» (ma sono definizioni che si confondono fra loro).

Chiamo Nori per chiedergli conto, manco fosse colpa sua, del perché certe versioni dei classici russi, Tolstoj, Checov, Gogol', Pukin, Gonarov, Turgenev, appaiano tanto pesanti nel linguaggio che quasi ti vien voglia di piantarle a metà.

«Landolfi quando traduceva si rivolgeva a un pubblico di persone colte, Dostoevskij quando scriveva si rivolgeva ai bottegai», mi dice. «Il russo non è una lingua colta. È quella che è sempre stata, la lingua del popolo. Chi ha inventato il romanzo russo ha scritto in quella lingua. L'italiano invece è cambiato, pensa a Boccaccio, oggi è difficile anche capirlo. L'italiano colto, scolastico, è invecchiato, la Russia di Dostoevskij, no».

Insomma, evitare se possibile di leggere le versioni vecchie, irrigidite nel gesso della lingua scolastica. Come dice Nori, «L'italiano di adesso ha cento anni, non era nemmeno la lingua madre di mia nonna».

Però la fedeltà al testo non si discute. Nell'incipit strafamoso di Anna Karenina Tolstoj ripete apposta le parole «felice», «infelice», «moglie», «marito». Un'altra illustre traduttrice dal russo, Serena Prina, mi dice: «Le ripetizioni vanno messe anche in italiano. Più in là nel testo magari è diverso, ma l'inizio è l'inizio, e in un'opera che lui aveva riscritto così tante volte quelle prime frasi sono state stabilite così per un motivo preciso».

Tornando a Dostoevskij, anche l'inizio di Memorie del sottosuolo è folgorante. In Landolfi è: «Sono malato... sono un malvagio, sono un uomo odioso». Nori invece traduce: «Sono un uomo malato, sono un uomo malvagio, un brutto uomo sono io». Igor Sibaldi invece, usa il termine «persona». Perché in russo chelovek significa entrambe le cose. Sibaldi è a favore di una lingua più ricca: «Bisognerebbe perlomeno che i traduttori si sganciassero dall'italiano piccolo borghese imposto dai redattori delle case editrici, dalle produzioni teatrali e da quelle televisive. Sembrano tutti in ansia, protesi nell'uso del luogo comune, con parole come narrazione e resilienza. L'italiano lo usiamo il meno possibile. Non siamo neanche riusciti a tradurre dall'inglese mouse, quando si poteva benissimo dire topo. Ma anche la lingua postsovietica è in disfacimento, sintattico, grammaticale, lessicale. Ma la lingua russa è flessiva, con tanti casi e scale cromatiche (compresa quella popolare). La sua traduzione in italiano imporrebbe la necessità di ricreare una dimensione neutra dell'italiano. Quell'Italia piccolo borghese rievoca la stessa atmosfera fascista dei tempi di D'Annunzio, ma con un vocabolario ridotto. Si tratterebbe di reinventare una cultura che non c'è, in una dimensione astorica. Impossibile».

«Bisognerebbe partire dal testo, non dai grandi sistemi teorici che vorrebbero imporre un'interpretazione», dice ancora Serena Prina, che ha appena terminato la traduzione di Memorie dal sottosuolo per l'editore Neri Pozza. «Perciò non tutte le versioni degli anni Trenta, sono da buttare. Per esempio ne ho trovata una di Umiliati e offesi che secondo me reggeva bene alla prova del tempo. Dovendo occuparmene per curarne la riedizione, ho scoperto che gli interventi da fare erano meno di quanto pensassi».

Nel pur ristretto numero degli slavisti (sarebbe meglio dire «russisti») italiani, i criteri dunque non sono gli stessi per tutti. L'importante è che il risultato non annoi il lettore.

Ultima nota: Sanguina ancora di Nori è finalista al premio Campiello, che verrà assegnato il 4 settembre. Un'occasione per gli imprenditori veneti, sostenitori della manifestazione, di fare bella figura. Paolo Nori e il suo libro lo meritano.

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