"La paura ci schiaccia? Imitiamo le marmotte"

L'etologo: "La natura selvaggia insegna a cercare un compromesso fra cautela e rischi"

"La paura ci schiaccia? Imitiamo le marmotte"

Daniel T. Blumstein, etologo e biologo evoluzionista all'Università della California a Los Angeles, da oltre trent'anni studia «il comportamento anti predatorio in varie specie», ovvero come molti animali diversi reagiscano a qualcosa che tutti sperimentiamo, ogni giorno, pur non vivendo più nella foresta o nelle caverne: la paura. Una reazione ancestrale che mostra tratti comuni stupefacenti: ed è proprio dall'osservazione della natura che possiamo imparare a rispondere meglio ai pericoli. È quello che Blumstein racconta nel suo saggio Paura. Lezioni di sopravvivenza dalla natura selvaggia, appena pubblicato da Raffaello Cortina Editore (pagg. 286, euro 24).

Professor Blumstein, perché la paura è così importante nella nostra vita?

«Siamo i discendenti di una lunga genia di individui che hanno azzeccato nel valutare i rischi. E non mi riferisco solo ai primati nostri antenati, bensì ai primissimi animali sulla Terra.. Tutti gli animali corrono il pericolo di essere predati e perciò, se non prendono le decisioni giuste - cioè un buon compromesso fra rischi e vantaggi - non lasciano discendenti. Questo è accaduto anche ai primati nostri antenati, quindi è importante studiare il comportamento anti predatorio e la paura e l'ansia che lo sottendono».

Quando la paura ha iniziato a influenzarci fisicamente?

«Possiamo rintracciare la paura fin all'origine della specializzazione delle cellule. I vertebrati condividono molti meccanismi psicologici nascosti che sono parte essenziale delle nostre paure».

Come ci influenza la paura?

«Se uno guidando ha sterzato all'ultimo, per evitare di colpire qualcosa, o è scivolato ed è quasi caduto da una scogliera, si ricorda di sicuro la sensazione successiva: perché era in modalità sopravvivenza e stava sperimentando gli effetti dell'adrenalina e dei glucocorticoidi... In seguito può aver avuto dei flashback dell'incidente. E può aver modificato il proprio modo di guidare o di fare escursioni. Ebbene, tutte queste risposte sono naturali e hanno aiutato i nostri antenati, e noi, a sopravvivere e a lasciare degli eredi».

Fra le «lezioni di sopravvivenza dalla natura selvaggia», qual è la più importante?

«Facile. Poiché è impossibile eliminare il pericolo, sovrastimare i rischi è molto costoso. Gli animali saggi sono cauti quel che serve: gli individui non ottengono buoni risultati, se eliminano tutti i rischi».

Ha fatto molta ricerca sul campo. Per esempio ha scoperto che il wallaby, una specie di canguro, ha paura delle volpi anche se non le ha mai viste prima. Esistono anche per noi dei tratti che «fanno paura» già solo alla vista?

«I nostri antenati fra i primati non umani temevano moltissimo i serpenti e sembra che a noi sia rimasta una paura innata di essi. In generale, noi e molte altre specie temiamo gli occhi posizionati frontalmente - una caratteristica di molti predatori - che diventano sempre più grandi, il che è ciò che avviene mentre ci si avvicinano. Gli oggetti incombenti ci mettono in allarme e siamo molto sensibili agli occhi».

Esiste anche un suono della paura?

«Il suono della paura è non lineare. Quando gli animali urlano per la paura, queste vocalizzazioni tracimano il sistema di produzione del suono e creano delle specie prevedibili di suoni che vengono definite caratteri vocali non lineari. Queste non linearità attraggono la nostra attenzione e vengono percepite come spaventose».

Sono caratteristiche manipolabili?

«Certamente. Si pensi a un film dell'orrore: le colonne sonore sono piene di quelle che chiamo non linearità simulate e ci sono casi in cui oggetti incombenti suscitano paura negli spettatori».

Esiste anche l'«odore della paura»?

«Sappiamo che varie specie valutano il rischio ricorrendo all'olfatto. Molti studi sono stati condotti sui pesci, ma ci sono elementi chimici nella pelliccia dei felini e nelle feci delle volpi che sembrano essere particolarmente evocativi. Tanto che abbiamo fatto degli esperimenti per produrre urina artificiale di dingo come mezzo non letale per respingere i wallaby e i canguri».

Perché studia da anni le marmotte?

«Le marmotte, come gli scoiattoli terricoli e i cani della prateria, vivono durante il giorno e hanno un indirizzo, la loro tana. Perciò è semplice osservarle e molto di ciò che sappiamo sull'evoluzione delle differenze nei comportamenti sociali viene proprio dagli studi su questi animali...»

Che cos'è «la marmotta interiore»?

«La marmotta interiore è un modo per descrivere come il nostro comportamento sia comune a molte altre specie: studiandole, possiamo capire meglio perché ci comportiamo in un certo modo».

Per esempio la brachicardia, quando sveniamo per una puntura, che addirittura avremmo ereditato dai pesci?

«È un antico modo di evitare gli attacchi degli squali... Ci sono risposte psicologiche rimaste nel nostro profondo».

Spiega che la paura è fondamentale per sopravvivere, ma ha un costo.

«Il prezzo dell'essere troppo prudenti è perdersi altre opportunità, che siano di trovare del cibo o un partner o di partecipare ad attività socialmente importanti. Lo vediamo bene oggi, nelle risposte al Covid: troppo cauto e ti perdi tutto, troppo imprudente e rischi di contagiarti... Per le persone anziane non vaccinate questo può essere fatale, quindi ha senso pensare ai costi quando si riflette su quanto essere attivi durante una pandemia...»

Che cosa è più pericoloso, avere troppa paura o prendersi troppi rischi?

«Se sei una marmotta, potresti stare perfettamente al sicuro rimanendo nella tua tana. Ma moriresti di fame. Essere troppo prudenti si paga caro».

Oggi domina la «troppa paura»?

«Credo che stiamo ancora lottando per capire come comportarci di fronte alla pandemia. Per alcuni, oggi c'è un dominio della paura. Ma c'è molto di più in gioco, rispetto alla percezione individuale del rischio: c'è un costo sociale».

Qual è l'errore più comune nel valutare i rischi?

«Saltare alle conclusioni e sovrastimare i pericoli».

Quali animali sono più bravi nel rispondere alla paura?

«Siamo circondati da discendenti di individui che hanno valutato correttamente i rischi. A volte, però, c'è una discrepanza fra gli ambienti in cui quelle valutazioni si sono evolute e gli ambienti in cui oggi quegli organismi abitano. Questo crea quello che chiamo comportamento maladattativo. Credo che i social media stiano creando una serie di comportamenti maladattativi negli esseri umani».

La paura ci rende umani?

«Siamo quello che siamo per le nostre paure e le nostre ansie. Ben gestite, ci mantengono al sicuro. E prendersi qualche rischio può essere divertente...»

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