Poesie senza freno a mano. Ecco il Limonov inedito

Sandro Teti doveva presentare al Salone di Torino la antologia di versi del grande russo appena morto

Chissà se Eduard Limonov, questo incrocio tra David Bowie, un millenarista e il guru della rivoluzione Segej Necaev, è morto come voleva. La vecchiaia lo infastidiva, «sono un solo un povero vecchio che continua a praticare l'atletismo dell'odio», mi diceva. Coltivava con militante costanza il fraintendimento.

«Cos'hanno in comune Céline, Mishima, Jean Genet, Pasolini e William Burroughs?», scriveva dalla prigione, nel 2002, ragionando sul concetto di «idolo». «1. Libri di culto in cui si esprime con forza una visione sul presente, uno sguardo audace, eccentrico, originale sul mondo; 2. Conflitto tra l'autore/creatore e la società; 3. Inevitabile conseguenza: tragico destino dell'eroe culturale». Tragicamente, Limonov è stato riassunto in un focoso fondatore di partiti; Emmanuel Carrère lo ha reso un facile esteta della decadenza. Di una sessantina di libri che ha scritto, in Italia, dal 1986, ne sono stati tradotti sei: sorte inevitabile per chi, in un saggio corrosivo del 1989, ovviamente inedito da noi, ha scritto che il male dell'Occidente è «la codardia, il bisogno di tranquillità», che «la pace è mortale», che «una società senza conflitti è una società morta».

Limonov, paradosso infinito, per lo più è stato poeta. In uno studio di Alexander Zholkovsky edito dalla Stanford University Press, è giudicato «agli antipodi di Iosif Brodskij, al crocevia tra Majakovskij ed Esenin». Sandro Teti, che di Limonov ha pubblicato Zona industriale e Il boia, sta preparando era prevista per il rimandato Salone del Libro di Torino la prima antologia poetica dell'inafferrabile Eduard. S'intitola L'ora zero. Poesie 2002-2008. La traduzione è di Marilena Rea, già traduttrice, tra gli altri, di Marina Cvetaeva e Boris Pasternak. «In base a un accordo stipulato con Limonov, pubblicheremo altri cinque libri: oltre a riproporre il testo che lo ha lanciato a livello internazionale, Il poeta russo ama i grandi negri, sono in corso di traduzione Sotto il cielo di Parigi e Il dittatore gentile, mi dice Teti.

«Un'arte conflittuale, tragica, che esige da parte dell'umanità una riflessione e un moto di cambiamento sembra non essere più necessaria, oggi», scriveva Limonov, specie di narciso Isaia nelle carceri russe. «La Civilizzazione si occupa di dilettare le masse attraverso produzioni letterarie, musicali, cinematografiche La società non ha più bisogno dell'arte. L'autore, nel suo ruolo di creatore e guida, non è più decisivo. Causa troppi problemi. D'altronde, il maestro ci porta sempre dove non è lecito». Amava William Burroughs, «l'ultimo dei grandi», non sopportava che Michel Houellebecq fosse diventato «uno scrittore di moda». Le poesie di Limonov, in Russia, sono un fenomeno di culto, infiammano la leggenda del vagabondo nullafacente, del lirico perennemente in guerra. Quando, nel 2015, il Nobel per la letteratura fu assegnato alla bielorussa Svjatlana Aleksievic, Limonov, con quieto cinismo, disse che si tratta di «un'icona per casalinghe, una massaia erbivora. D'altronde il Nobel si è trasformato in un evento sociale paragonabile a Miss Universo. Sanno organizzare sontuose cerimonie in smoking».

Per gentile concessione, pubblichiamo qui a fianco la poesia che Limonov dedica a Natalia, la prima moglie, morta prematuramente, nel 2003.

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