Quando Munari scelse la "H" di Hitler

Nel '42 il grande designer inventò per Einaudi un "Abecedario" geniale. E terribile...

Quando Munari scelse la "H" di Hitler

Essendoci di mezzo Bruno Munari, non c'è da stupirsi: ma la storia che stiamo per raccontare è piena di colori. Il giallo di un libro misterioso. Tutte le tinte pastello che spiccano sulla sua copertina. Il nero, il rosso e il bianco di una svastica nazista. La zona grigia fra fascismo e antifascismo in cui si rifugiarono moltissimi intellettuali negli anni del regime. E una grossa chiazza d'inchiostro: metaforicamente la macchia indelebile che da ottant'anni sporca la coscienza della generazione dei nostri migliori intellettuali, coloro che per paura o vantaggio, piaggeria o ignavia, pigrizia o indecisione si compromisero col fascismo.

La storia è quella di un Abecedario, pubblicato da Einaudi nel 1942 in una importante collana, «Libri per l'infanzia e la gioventù», pensato e disegnato da Bruno Munari. Un gioiellino dal punto di vista editoriale: più di un esperto lo considera il più importante esempio di abecedario modernista mai realizzato. Un libro geniale, come tutte le idee grafiche e libresche del grande designer e artista, e molto semplice nella sua originalità: di formato quadrato, a ogni lettera dell'alfabeto sono dedicate due pagine, una colorata, a sinistra, su cui compare la lettera sia in corsivo sia in stampatello, e l'altra, a destra, con due parole corredate dalla relativa immagine. Insomma, lo schema base di ogni abecedario: una lettera uguale a un disegno. Ma Munari sceglie di illustrare ciascuna lettera dell'alfabeto con una coppia di immagini: un prodotto della natura e uno dell'uomo. E quindi «A» come Albero e Aeroplano (un Macchi, col simbolo del fascio sulle ali), «B» come Bicchiere e Bue, «C» come Chiave e Cavallo, «D» come Dado e Dromedario e così via fino - appunto - alla pagina che cambia la storia del libro e, in una certa maniera, anche la biografia intellettuale di Munari: è la pagina dedicata alla «H» (lettera peraltro difficile da illustrare con una parola italiana, soprattutto in tempi in cui gli anglismi sono invisi al regime). E qui Bruno Munari sceglie di usare un unico disegno. Quello di un «hitleriano», un soldato tedesco con uno stendardo dalla croce uncinata. Un errore, allora. Un orrore, oggi.

Attenzione. I tempi sono importanti. Munari propone il libro a Einaudi all'inizio del 1942. A luglio di quell'anno i disegni sono già tutti finiti, quindi anche la tavola con l'«hitleriano», così che l'Abecedario viene pubblicato e distribuito tra gli ultimi mesi del '42 e la primavera del '43. Ossia ben prima che la casa editrice Einaudi finisca commissariata dalla Repubblica sociale italiana. È vero: durante tutti gli anni Trenta il giovane editore Giulio Einaudi fu costretto a fare i conti con i divieti e i condizionamenti del regime, e dovette mal digerire alcune opere che poi rimuoverà dalla memoria e dal catalogo storico (titoli di appoggio alla politica coloniale mussoliniana, una storia della guerra di Spagna che esalta Franco...). Ma, avvalendosi spesso con pragmatismo e abili mosse diplomatiche della mediazione del ministro dell'Educazione nazionale Giuseppe Bottai, sostanzialmente, nonostante i necessari compromessi, i cambiamenti di sede e la carta razionata, la produzione continuò con una certa libertà. Sarà solo durante la parentesi di nebbia e di mistero del commissariamento, dal '44 alla Liberazione, che l'Einaudi fu davvero costretta a pubblicare titoli e autori imposti dai nazifascisti, a partire dai romanzi «legionari» del famigerato Paolo Zappa (1899-1957), già inviato speciale del quotidiano La Stampa, repubblichino inquadrato nella Brigata Nera «Ather Capelli» e poi commissario prefettizio dell'Einaudi a partire dal febbraio 1944, quando il gruppo dirigente dell'Einaudi si disperde tra arresti, clandestinità, morti ed esilio: lo stesso Giulio Einaudi espatria in Svizzera, Leone Ginzburg muore nel carcere di Regina Coeli, Cesare Pavese si nasconde a Serralunga di Crea, Giaime Pintor entra nella Resistenza e viene ucciso...

Ed ecco quindi la domanda, che fino a oggi non solo non ha mai avuto risposte, ma non è mai neppure stata posta: perché Bruno Munari decide di disegnare un «hitleriano»? (o, meno probabile, perché sceglie di accogliere una simile richiesta dall'editore?). Possibili spiegazioni. Forse fu un compromesso: Munari nonostante sia tempo di guerra chiede una carta patinata, un formato quadrato e una stampa a colori, tutte soluzioni costose; e pur di ottenerle cede su altri desiderata (ma di chi?). O forse è un atto di piaggeria gratuita per ingraziarsi qualche gerarca: di quei tempi, non si sa mai Oppure è una semplice «leggerezza»: in quel contesto infantile, un piccolo Hitler nella testa del grafico è solo un soldatino che risponde perfettamente alla fastidiosa esigenza di una lettera «H», insomma è uno scivolone che nel '42 non doveva sembrare tale. O forse quella presenza grafica è considerata un puro gioco (e a posteriori, persino dal divo Giulio, solo un errore veniale). O forse è un modo - sfortunatissimo, visto col senno di poi di provare a svecchiare il modello dell'abecedario, inventando nuovi riferimenti visivi e andando oltre gli ormai troppo scontati Casa-Oca-Sole... O forse è solo uno di quegli infiniti casi di apatia di cui in quegli anni diedero prova i nostri migliori uomini di cultura. In fondo appena una dozzina di docenti universitari, su oltre 1.200, rifiutarono di prestare giuramento al fascismo. «Sottrarsi» è qualcosa di molto facile, a parole. Nei fatti, è tutta un'altra questione.

A proposito di fascismo. Nel 1942 Munari ha 35 anni. Fino a quel momento ha lavorato come grafico nel campo del giornalismo, realizzando le copertine di diverse riviste, anche di stampo futurista. Già nel 1927 comincia a frequentare Filippo Tommaso Marinetti, esponendo con i futuristi in varie mostre. Nel 1929 apre uno studio di grafica e pubblicità. Nel 1937 per l'Almanacco Letterario Bompiani, cui collabora fin dal 1930, cura un curioso montaggio fotografico composto da didascalie tratte da frasi di Mussolini inserite dentro pagine bucate «a cannocchiale» e puntate sul volto del Duce, così che non si perda mai di vista, durante la lettura, il «fiero» profilo dell'oratore (ironia, gioco, velata critica o celebrazione?). E dal 1939 al 1945 lavora come grafico in Mondadori e in particolare è art director della rivista Tempo, il primo rotocalco italiano a colori, una testata che ha segnato la storia del giornalismo e incidentalmente anche la rivista che tra il 1937 e il 1943 ottiene, fra tutta la stampa nazionale, il massimo dei finanziamenti dal regime fascista. Insomma, Bruno Munari dal punto di vista dell'(anti)fascismo non si comportò né meglio né peggio della stragrande maggioranza dei nostri intellettuali di fronte al regime e al suo Duce: indifferente nel migliore di casi, compiacente nel peggiore. Salvo dimenticare, o sfumare, o riscrivere, o rinnegare il proprio passato a fascismo caduto. Ed è inutile qui riproporre lo sterminato catalogo di scrittori, artisti, giornalisti, architetti, scienziati, registi, editori, economisti, critici e storici che passarono dai Littoriali o dai giornali o dalle istituzioni del Regime o dai fogli e dai film della propaganda, e che dopo la guerra si riposizionarono negli ambienti più apertamente «anti» dell'Italia repubblicana, dalla «A» di Mario Alicata, Antonio Amendola, Michelangelo Antonioni e Giulio Carlo Argan alla «Z» per stare in tema abecedari di Bruno Zevi e Vittorio Zincone, tutti più o meno affetti da «ducismo» e poi tutti improvvisamente ristabilitisi alla democrazia dopo il 25 aprile del '45.

Bruno Munari, quale che sia la scelta che lo portò a disegnare un (bellissimo) hitleriano, è giusto un nome in un lungo elenco di fiancheggiatori, «collaborazionisti», pavidi, voltagabbana, indifferenti, «conformisti»...

Per il resto, l'Abecedario del 1942 (che poi Munari rifarà, completamente diverso, nel 1960, sempre per Einaudi, col titolo L'alfabetiere e ça va sans dire senza «hitleriano») subito dopo la guerra, grazie a una sapiente opera di rimozione, sparisce dalle librerie e dai magazzini. Cancellato. Come non fosse mai esistito per il pubblico. Troppo compromettente. Da qui la rarità assoluta, oggi, di quel libro «maledetto».

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