Alle radici del liberalismo italiano

Il filosofo teorizzò lo Stato minimo in nome di un individualismo quasi anarchico

Un ritratto, affettuoso e commosso, ma anche efficace, di Adriano Tilgher (1887-1941) lo ha lasciato la sua grande amica e discepola Liliana Scalero: «aveva viso classico di romano-renano, occhi bellissimi dietro le lenti, colorito un po' cupo, fegatoso, espressione però buona, maniere semplici, urbane; vestiva panni decorosi, sempre scuri, camminava un po' curvo, sempre carico di libri». Questo originale filosofo, senza cattedra e senza scuola, amava leggere ma anche conversare e, quasi ogni giorno, trascorreva qualche ora in una libreria romana gestita dal suo editore divenuta, quasi, un punto di ritrovo covo di intellettuali anticonformisti che esercitavano una sorta di più o meno bonario jus murmurandi nei confronti del potere. Tra questi Tilgher eccelleva certamente. Un suo amico, Giovanni Artieri, in un gustoso e affettuoso profilo scrisse che egli «era nato sotto la costellazione della polemica» e aggiunse che «nell'olio bollente della polemica, Tilgher nuotava come un capitone natalizio, schizzando gocce roventi che guai a pigliarsele sulla pelle». A far le spese di questa polemica furono in tanti, tra gli altri Benedetto Croce, che pure era stato fra i suoi primi maestri, e Giovanni Gentile, cui dedicò nel 1925 un memorabile pamphlet dal titolo eloquente: Lo spaccio del bestione trionfante.

Uno dei primi lavori di Tilgher, il piccolo volume dal titolo Relativisti contemporanei, pubblicato nel 1921 con una bella prefazione di Mario Missiroli, entusiasmò Mussolini che colpito dalla fulminante definizione del fascismo come «l'assoluto attivismo trapiantato sul terreno della politica» lo recensì su Il Popolo d'Italia. Un grande pensatore cattolico, Augusto Del Noce, avrebbe, poi, fatto notare, nel corso di un convegno per il centenario della nascita di Tilgher, come questi, fosse stato il primo, quando Mussolini e Giovanni Gentile neppure si conoscevano, ad accostare l'attualismo gentiliano e il fascismo. Certamente Tilgher, filosofo e cantore della crisi, aveva colto, in maniera quasi rabdomantica, il fatto che, anche a livello culturale, la Grande Guerra aveva segnato la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra epoca segnata da quel «relativismo» che, sotto declinazioni diverse, accomunava i pensatori da lui studiati.

L'aver colto quello che era, come avrebbero confermato studi successivi, l'essenza del fascismo non significava affatto che egli nutrisse simpatie per quel movimento. Tilgher era naturaliter liberale, tant'è che fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, fu collaboratore non occasionale di testate antifasciste come Il Mondo e venne sottoposto alla vigile attenzione della polizia politica. Si inserisce, peraltro, nella psicologia umana e nella pur comprensibile tendenza a cedere a qualche compromesso il fatto che egli abbia scritto al Duce, per esempio, per sollecitarne l'intervento a favore del cognato, Mario Vinciguerra, arrestato per antifascismo, ovvero per altri motivi e che abbia perfino mostrato segni di apprezzamento per il regime. Malgrado il carattere apparentemente «tellurico» egli non era, probabilmente, uomo di forte tempra e pronto a resistenze eroiche. Le polemiche contro Gentile e contro lo storicismo, infatti, appartenevano più al genere della diatriba filosofica che non a quella politica.

Fine interprete, comunque, della cultura italiana ed europea fra le due guerre mondiali, Tilgher consegnò un regesto delle proprie idee politiche alle pagine di un diario, stilato fra il 1937 e il 1941, che fu pubblicato postumo nel 1946 da Liliana Scalero, sua esecutrice testamentaria. Adesso quel testo riappare in libreria con il titolo Diario politico (Edizioni della Normale, pagg. 256, euro 10) in una nuova edizione egregiamente curata da Claudio Giunta e riscontrata sull'autografo conservato nel Fondo Tilgher presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. In appendice al volume sono state, opportunamente, riportate le note che la Scalero aveva predisposto per l'edizione originale, ma non sarebbe stato male aggiungere anche il saggio che la stessa aveva premesso al volume e che costituisce un'ottima introduzione alla conoscenza della figura, delle idee e dell'opera letterario-filosofica di Tilgher.

Malgrado il titolo, il Diario politico non è propriamente una raccolta di informazioni o commenti di vicende giornaliere quanto piuttosto un corpus di riflessioni sui temi della libertà e del liberalismo, dello Stato autoritario, della democrazia e via dicendo: un corpus che presenta una propria organicità e che si pone, nel complesso, come un tentativo di teorizzazione, percorso peraltro da una sottile vena di pessimismo, di un liberalismo moderno. Per Tilgher l'essenza del liberalismo sta nel «lasciare che l'uomo faccia quello che meglio gli pare e piace, con non altro limite che di non nuocere al prossimo» ovvero, in altre parole, «lasciare che l'uomo persegua i fini che più gli piacciono e astenersi dall'imporgli fini dal di fuori». Naturalmente in questa definizione è implicita l'idea che la legge debba essere vista come «un limite posto alla spontaneità dell'agire umano» in un'ottica che anticipa in certo senso le teorizzazioni di quel liberalismo nord-americano che parla dello Stato-minimo. Del resto, osserva ancora Tilgher, «il liberalismo ha per essenza la volontà di concedere all'uomo la massima possibilità dell'iniziativa, libero l'uomo di profittarne o non profittarne. Gli è naturale la diffidenza della legge e il subirla come una necessità esteriore, da ridurre il più possibile. Al limite, il liberalismo è anarchismo».

L'impressione che nei regimi liberali tutto vada male nasce dal fatto che, essendoci lì, «libertà di parola e di critica, è naturale che il pubblico se ne serva per lodare, per criticare e lamentarsi», laddove, invece, nei regimi dove manca questa libertà «non si parla e si scrive che per lodare: di qui l'apparenza che in essi tutto vada bene». In tal modo si spiega anche il consenso che si riscontra nei regimi dittatoriali o autoritari alle origini dei quali c'è, spesso, una sorta di delega dei pieni poteri da parte del popolo a un uomo che, poi, li utilizza, questi poteri, «per uno scopo completamente opposti o per lo meno al quale quel popolo non pensava affatto quando gli affidò il suo destino». Secondo Tilgher c'è un «paradosso dello Stato liberale» che, per un verso, lascia l'individuo «libero di attuarsi come gli piace», ma, per altro verso, deve promuovere l'idea che «sia meglio morire piuttosto che vivere in servitù»: in altre parole, lo Stato liberale può durare soltanto se i suoi cittadini amano, «oltre che la loro personale libertà, la libertà in generale». E paradossi ce ne sono anche sulla democrazia e sul parlamentarismo, temi ai quali Tilgher dedica osservazioni penetranti soprattutto laddove analizza il rapporto tra la genesi dello Stato democratico e i suoi fondatori, di solito «capi che durante i periodi di assolutismo s'innamorano della libertà».

Il relativismo di Tilgher nato all'ombra della crisi di civiltà legata al primo conflitto mondiale e maturato dagli incontri intellettuali con le più significative «voci del tempo» esaminate nei suoi libri più celebri è presente anche nelle pagine di questo splendido Diario politico che, a buon diritto, andrebbe considerato un testo chiave del liberalismo contemporaneo: un testo nel quale il realismo politico e il sano scetticismo di tradizione machiavellica si coniugano in una visione relativistica della storia.

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