Redaelli faccia a faccia con la "follia"

In "Beati gli inquieti" lo scrittore si avventura in un (ex) manicomio

Non li chiamano più manicomi. È l'illusione di ridisegnare l'umanità cambiando le parole. Antonio ci arriva una mattina d'autunno. È un ricercatore universitario e starà lì una settimana, da clandestino, da impostore, per avventurarsi in un centro di riabilitazione psichiatrica. È la Casa delle farfalle. «Sapevo cosa erano i manicomi. Sapevo che un italiano, nel 1938, aveva inventato l'elettroshock dando inizio a una lunga serie di orrori e che un altro italiano, quarant'anni dopo, aveva fatto chiudere i manicomi. Due eccessi, due follie anch'esse: speculari. Solo gli psichiatri arrivano a tanto. Sapevo che quando li avevano chiusi si era aperta una terra di mezzo. Alcuni tornavano a casa, altri no. Dove andavano? Non sarebbe stato difficile scoprirlo».

Antonio qui conoscerà Marta. «Non un chilo di troppo, né l'ombra di strane cure in volto, e neppure l'ombretto o altro trucco; non le gioverebbe: è già così bella. Si muove come fosse a casa sua, con la leggerezza di una farfalla. Sorride a tutti. Marta sorride anche quando è sola». Marta ti attrae fino a pensare di innamorarti. Non c'è solo lei. C'è Cecilia, che si trucca per ogni occasione, anche per scrivere le sue lettere, e che ogni tanto dice di chiamarsi Tom. Poi c'è Angelo, che sottopone chiunque conosce a un test del Fbi; e ancora Carlo e Simone, che sembra comunichino senza parole. Carlo ha i calli sulle mani, si prende cura del giardino della clinica, Simone invece ha teorie su ogni cosa.

Stefano Redaelli con Beati gli inquieti (Neo Edizioni, pagg. 208, euro 14,25) non fa soltanto i conti con la follia. È viaggio. È scrittura. È poesia. È svelare la fragilità umana specchiandosi negli occhi degli altri, per scoprire che quel posto fuori dalle strade consuete del mondo è proprio casa sua. «I matti non mentono. I matti ci vedono. I matti sono nudi. I matti dicono sempre la verità». È la domanda di Pilato di fronte a Cristo. «Che cos'è la verità?». La risposta non può essere umana. Non c'è. Può darla solo un Dio che si incarna. Non può arrivare dalla scienza, dalla filosofia, dalla ragione. È questa la tragedia che ci tocca vivere. Il coraggio è accettarla senza finzioni, senza mentire a se stessi, sopravvivendo alla morte di Dio, navigando nell'inquietudine. «Di Dio! Ho fame e sete di DI-IO! DI-IO! Di dire io! Dire quello che sento, che accade qui dentro, il genio di Angelo, la fatica di Carlo, la poesia di Cecilia, il catesinteto di Simone, il profumo di Marta? Chi conosce la loro beatitudine? Chi? Nessuno! È un tesoro seppellito in un terreno incolto! Qualcuno la deve dire! Chi? Chi se non io?».

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