Un reportage acquatico per scandagliare gli oceani del crimine

Ian Urbina racconta l'ultima frontiera selvaggia rimasta senza legge: i mari

Un reportage acquatico per scandagliare gli oceani del crimine

Sul nostro pianeta ogni centimetro di terra è soggetto in linea teorica ad un precisa legislazione, si trova sotto il controllo di un'autorità. Almeno sulla carta. Ce ne accorgiamo sempre di più in quest'epoca dove tutto è sorvegliato, anche grazie alla tecnologia digitale. Un esempio semplice. Un Tir con rimorchio (lunghezza 13 metri) che fosse inseguito dalla polizia difficilmente potrebbe fare migliaia di chilometri senza essere intercettato. Men che meno passare facilmente delle frontiere.

Ma questo occhiuto controllo, coi suoi pregi e i suoi difetti, non vale più se ci spostiamo in mare aperto, soprattutto negli oceani. Ci sono navi lunghe dieci volte il camion del nostro esempio che riescono a sfuggire ad ogni controllo, basta spegnere o manomettere i trasponder. E vengono perpetrati una serie impressionante di reati, che vanno dalla pesca abusiva al traffico di esseri umani, passando per il trasporto di sostanze illegali e il sequestro di persona. E spesso questi reati sono portati a termine in contemporanea, con dei mix criminogeni, che sulla terra ferma non sono nemmeno più lontanamente pensabili.

A censire questa babele galleggiante di violenza ci ha pensato un giornalista investigativo statunitense di nome Ian Urbina, che ha passato ben quindici mesi a zonzo per i sette mari per scrivere Oceani fuorilegge, corposo saggio che ora arriva in Italia per i tipi di Mondadori (pagg. 552, euro 23).

Urbina, che lavora per il New York Times e nella sua carriera ha vinto un Pulitzer e un George Polk Award, regala al lettore un reportage che, per certi versi, sembra un viaggio nel tempo anche se è pura cronaca. Quello che accade sui pescherecci Thailandesi, dove gli immigrati vietnamiti sono in pratica trattati come schiavi e chi sgarra viene buttato ai pesci senza tante storie, sembra uscire da narrazioni settecentesche sui Fratelli della costa.

C'è anche chi butta in mare i clandestini, che si intrufolano sui grandi mercantili, perché gli sembra un buon sistema per non avere noie nel porto di arrivo. È l'incredibile storia capitata a David George Mindolwa e Jocktan Francis Cobelo che, nel 2011, si intrufolarono sulla nave frigorifera «Dona Liberta», di proprietà greca. Volevano viaggiare, a scrocco e illegalmente, da Città del Capo all'Inghilterra. Vennero presto scoperti e buttati fuoribordo, su una zattera di fortuna fatta di fusti arrugginiti, al largo della Liberia. Furono salvati per puro caso, dopo un paio di giorni, da un pescatore di passaggio. L'equipaggio e il capitano la fecero franca, sia per la non chiara giurisdizione sul caso, sia per la mancanza di prove reperibili a giorni e giorni di distanza.

Tremendo, ma i clandestini sono una vera piaga perché gestirli legalmente può ritardare la percorrenza di un cargo per giorni e giorni, il che si traduce in costi economicamente disastrosi. Tanto che ci sono ricchi avvocati in giro per il mondo che sono ricchi proprio per la loro capacità di gestire rapidamente questo tipo di rogne.

Ma se questi sono crimini diciamo così di piccolo cabotaggio, ci sono situazioni che mettono in pericolo interi Stati.

Urbina dedica ampio spazio alla piccola repubblica insulare di Palau, autonoma dagli Usa solo dal 1994 e situata nel Pacifico. Ventunmila abitanti, centinaia di isole e una zona di sfruttamento della pesca grande come la Francia: potrebbe essere un paradiso del turismo e della pesca portata avanti con buon senso. Però per difendere questo mare enorme Palau ha solo una motovedetta, la «Remeliik», donata dall'Australia. Risultato? I pescatori di frodo, soprattutto cinesi, penetrano nelle sue acque portando avanti un saccheggio smodato che rischia di impoverire la riserva ittica di tutto il Pacifico.

Questi sono solo alcuni dei tasselli del grande puzzle narrativo composto da Urbina che, ovviamente, comprende anche temi più noti come quello degli scafisti del Mediterraneo e dei pirati del Corno d'Africa o vicende più sfumate come le molte truffe praticabili in ambito marittimo. Ma al di là delle singole tessere, il quadro generale disegnato da Oceani fuorilegge è da brividi. Il 90% del commercio mondiale passa via mare, la pesca è fondamentale per l'alimentazione di un Pianeta sempre più pieno, eppure sul mare i meccanismi di controllo a cui tutti siamo abituati si indeboliscono terribilmente. Il rischio è che tutto il marcio che lasciamo precipitare a fondo, lontano dalle coste, prima o poi torni a galla e ci venga restituito dalla risacca. E non ci piacerebbe.

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