Riecco i Pearl Jam, la band di successo che dopo 30 anni rimane "esordiente"

"Gigaton" è rock intenso. In forse lo show di luglio a Imola

E dire che sono quasi trent'anni dal loro debutto. Ora esce il loro nuovo disco Gigaton e un'altra volta confermano di essere sempre sorprendenti.

I Pearl Jam sono rimasti esordienti nello spirito perché hanno rifiutato le convenzioni, hanno fatto pochi patti con il successo e si sono ben guardati dal cedere a indulgenze pop. Se nel mondo c'è un gruppo davvero «indie» questi sono i Pearl Jam, che hanno venduto 60 milioni di copie, riempito gli stadi e ispirato già una generazione di rockettari post grunge.

Eggià, perché i Pearl Jam vengono da Seattle come i Nirvana e tanti altri eroi grandi o piccoli del grunge e sono nati nel dolore perché Jeff Ament e Stone Gossard arrivano dal disfacimento dei grandiosi Mother Love Bone, usciti sul mercato con il bellissimo disco di esordio Apple quando il cantante Andrew Wood era già morto per overdose. Con la vitalità disperata di tanti gruppi rock, fu trovato un altro cantante e, per farla breve, nacquero i Pearl Jam. Il cantante era Eddie Vedder. Il loro debutto fu uno dei grandi successi degli anni Novanta, il disco Ten, quello di Even flow o Alive che nel 1991 portarono fuori il grunge dalla culla nichilista e lo aprirono alle influenze rock degli anni Settanta e persino al folk. Allora Eddie Vedder faceva il benzinaio a San Diego e la sua decisione di entrare nei Pearl Jam fu più o meno una scommessa. Oggi è una delle voci più potenti e credibili del rock. Ha preso il posto di Michael Stipe dei R.E.M. come portabandiera di una generazione di musicisti attenti ai problemi ambientali, tendenzialmente anti repubblicani (prima Bush ora Trump) e ben attenti a non cedere alle moine del successo hollywoddiano, quello patinato e platinato, che oggi è un ricamo di selfie e ricchezza esibita. Perciò questo Gigaton è uno dei pochi dischi rock che valga la notizia e anche gli applausi a prescindere. C'è sincerità in queste dodici canzoni, che sono suonate per davvero perché l'elettronica è ridotta ai minimi termini e lo spirito è sempre quello di una band da garage che si trova e suona qualche pezzo. Il primo singolo Dance of the clairvoyants è l'elaborazione di un messaggio dei Talking Heads (essere potenti senza aggredire) ma è anche una sopraffina dimostrazione di capacità strumentale. Anche Superblood Wolfmoon, al netto di una chitarra quasi ska, è una dimostrazione di come lo spirito davvero «alternative» possa riservare ancora oggi, ancora nel 2020 digitalizzato, autentiche sorprese. E se Alright o Buckle up sono già veri classici Pearl Jam, il resto delle canzoni sono forse il momento perfetto della band, la quadratura del cerchio tra l'irruenza del rock da ventenni e le voglie più profonde dei cinquantenni.

Senz'altro, se suoneranno a Imola il 5 luglio, i brani di questo disco saranno il valore aggiunto di una scaletta che già ora, obiettivamente, viene compilata per esclusione. Ci sono pezzi dei Pearl Jam (ad esempio quelli del disco Mirroball con Neil Young) che meriterebbero di essere suonati per intero ogni volta. Ma trent'anni di carriera obbligano a una scelta. In ogni caso, Gigaton è il disco giusto per questo periodo. È potente come la disperazione che stiamo vivendo. È nostalgico come le sensazioni che talvolta si provano in queste settimane di isolamento. Ma è anche aperto, libero, privo di pareti. Certo, ci sono riferimenti anti Trump, e ci mancherebbe. Ma stavolta il core business dei Pearl Jam è il ritorno alle radici della musica. Non della loro musica. Ma del modo di comporre musica e di suonarla. Vince la spontaneità, insomma. E oggi questa sta tornando a essere la virtù più preziosa nella musica.

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