Romain Gary, un monologo-confessione tra i sogni materni e l'ironia di De Gaulle

Ecco come lo scrittore si raccontò a Radio Canada, poco prima di morire

«Penso di non avere abbastanza vita davanti a me per scrivere un'altra autobiografia». Parole di Romain Gary a Radio Canada, nel 1980, pochi mesi prima di morire, trascritte da Jean Faucher. La trasmissione va in onda il 7 febbraio 1982; Gary si è tolto la vita con la pistola, il 2 dicembre dell'80, a Parigi, in rue du Bac. Indossa una vestaglia rossa, perché le sue azioni sono ancora governate dalla teatralità e dal senso estetico: non vuole si noti il sangue... In rue du Bac abitava vicino a Jean d'Ormesson che in Malgrado tutto, direi che questa vita è stata bella (Neri Pozza), lo definirà «circondato dai suoi demoni tenebrosi e brillanti». Esce ora per Neri Pozza Il senso della mia vita (trad. Giovanni Bogliolo, prefazione Roger Grenier, pagg. 112, euro 13), ultima autobiografia dopo La promessa dell'alba, La notte sarà calma e il testamento letterario-spirituale, Vita e morte di Émile Ajar.

È un lungo monologo che comprende struggenti confessioni e attimi di ironia. Non menziona La vita davanti a sé, a firma di Ajar, che gli valse, contro lo statuto del premio, un secondo Goncourt, perché ciò sarà reso noto solo dopo la morte. «Mi chiedete di raccontare un poco la mia vita, con la scusa che ne ho una, ma io non ne sono tanto sicuro, perché credo soprattutto che sia la vita ad avere noi, a possederci». Lituano di nascita (1914), naturalizzato francese, è figlio del divo del muto Ivan Mosjoukine e di una attrice ebrea russa. Quella materna sarà sempre una presenza ingombrante. Lei gli fa scudo col corpo mentre, nel 1917, le pallottole fischiano sulla Piazza Rossa; lui, bambino, sulle spalle di un soldato, la guarda in scena. Attrice modesta, interpreta il ruolo di una donna vecchissima che attraversa il palcoscenico sorretta da due uomini; non vuole abbandonare il palco e la buttano fuori... Sempre la madre gli pronostica un futuro di scrittore e diplomatico, inculcandogli quella idea di Francia che gli farà vivere la vita dal «lato Rimbaud», della bellezza e dell'immaginario, senza cui non ci sono né civiltà, né uomo, né amore, ma anche sempre in bilico tra gloria e disperazione. Realizzerà tutti gli impossibili sogni materni e lei non lo vedrà. Eroe di guerra con De Gaulle, prima di ottenere la Croix de Liberation e la Legion d'honneur, rischia di essere giustiziato. Aviatore nella Raf, vuole battersi, ma il generale aspetta la formazione di autonome squadriglie francesi. Così, quando vola per un'esercitazione, afferra il comandante e vuole buttarlo giù. Come nella scena di un cartone animato, però, gli restano gli stivali in mano e, di fronte ai piedi bianchi dell'uomo, si paralizza. A terra sosterrà la tesi della goliardia... A De Gaulle suo idolo - chiede di combattere. «Va bene, vi do il permesso dice il generale - ma non dimenticate di farvi uccidere». Aggiungendo: «Non vi succederà niente. Sono sempre i migliori a lasciarci la pelle...»

Nel '62 sposa in seconde nozze Jean Seberg, la bellissima di Bonjour Tristesse, poi attivista delle Pantere nere, suicida nel '79. Si trasferisce a Hollywood e ha successo come cineasta. Troppo colto, intelligente, raffinato per non cogliere le contraddizioni dei movimenti antirazzisti finanziati dalla moglie e non stigmatizzare il ridicolo nascente politically correct. In Cane Bianco, Marlon Brando che imita l'atteggiamento «spalle al muro» delle Pantere nere, è «un barboncino da salotto che piscia sul tappeto». A Parigi, in piena contestazione del '68, lui che avrebbe simpatia per gli studenti e crede da sempre in un socialismo dal volto umano, si reca con nastri e decorazioni di guerra, «vestito da damerino, con lo stesso gusto per la provocazione terroristica che anima coloro che mi sfottono». Perché (La notte sarà calma), «l'irrompere di qualsiasi folla, sia di destra o di sinistra, mi è odioso: sono un minoritario per natura».

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