Merlino, Morgana e Artù. Sulle tracce degli eroi ​più moderni del Medioevo

Altro che secoli bui, la saga della Tavola Rotonda è piena di energia, colore e forza letteraria. Einaudi pubblica in volume il corpus arturiano

Il Medioevo è un dilemma. Chi ne sa nulla lo marchia con aggettivi spiacevoli: buio, oscurantista, barbaro. Chi lo conosce ne preferisce altri, per esempio fantastico. È infatti il termine compare nel titolo di due opere importanti dedicate all'evo di mezzo (Il medioevo e il fantastico, Il medioevo fantastico), rispettivamente di Tolkien e di Baltrusaitis. Un luogo della memoria a tal punto controverso val bene qualche lettura. I capolavori non mancano, e ce n'è uno fresco di stampa. È Artù, Lancillotto e il Graal Volume I (La storia del Santo Graal, La storia di Merlino, Il seguito della storia di Merlino, a cura di Lino Leonardi, Millenni Einaudi, pagg. 1116, euro 90), un testo maestoso con introduzioni accurate, brevi compendi, apparati critici, note, immagini tratte da manoscritti originali. Tra l'altro è un evento editoriale: l'intero ciclo, di cui l'opera è il primo volume, non era mai stato tradotto integralmente in italiano moderno. Neanche in Francia è stato trattato come merita, è entrato nella Pléiade solo pochi anni fa e tuttora si fatica a considerarlo un classico. Eppure materia e cifre stilistiche sono da capogiro. Siamo nel regno del meraviglioso per eccellenza: il ciclo arturiano ai suoi inizi, che gli autori radicano in Terra Santa, nel segno della cristianizzazione delle terre del nord. Il tutto con un rutilante corollario di storie d'arme e d'amore, donzelle, cavalieri, re e principesse, contese e battaglie, creature fantastiche e un mago che è una celebrità, Merlino.

Il curatore ricorda che Lancillotto compare nella Commedia di Dante: laddove Francesca parla di un libro che fu galeotto nell'amore con Paolo allude proprio al Lancelot-Graal, chiamato dagli esperti «ciclo della Vulgata». Di cui la prima parte è quella in cui ci si perde in queste pagine lunghe eppure tanto veloci e leggere, per la quantità di storie incastonate che rapiscono e trasportano in un mondo sospeso a mezz'aria, sideralmente opposto a quello quotidiano.

L'avventura, il mistero. La lotta perenne tra il bene e il male. L'amore, la morte. Ed è la base del grande romanzo europeo, perché il ciclo arturiano è anche un viatico all'elaborazione psicologica dei personaggi. Lancillotto è il prototipo del cavaliere e dell'uomo perfetto, colui a cui ciascun giovane, a quei tempi, avrebbe dovuto ispirarsi. Bello, onesto, valoroso, pronto a morire per un ideale, eppure terribilmente umano, tormentato com'è dall'amore per la Regina Ginevra. Sarebbe ozioso riassumere qui una trama tanto intricata. Essa solca decenni attraverso la penna di scrittori diversi, talvolta celebri, talaltra abilissimi a nascondersi per mettere in primo piano soltanto la leggenda, e laddove uno conclude appare un altro a prendere i fili per riannodarne di nuove, sempre in nome della fedeltà verso quanto scritto prima. Meglio dunque fermarci agli esordi, che danno linfa e ragion d'essere a tutto ciò che verrà dopo.

Sappiamo che il ciclo è stato scritto nella Francia settentrionale nei primi decenni del Duecento, ed è stupefacente non tanto per «l'estensione inaudita» - scrive Leonardi quanto per il suo essere, per la prima volta in Europa, del tutto sradicato dal mondo greco-romano. Non da quello cristiano. Il primo libro della trilogia qui proposta è il Conte du Graal, non il capolavoro di Chrétien de Troyes, ma quello redatto da un monaco anonimo, probabilmente un eremita, secondo il quale la storia gli sarebbe stata consegnata direttamente da Gesù. Mirabolante espediente letterario per fondare un'epopea cristiano-barbarica: nel prologo il chierico spiega che, nella notte del giovedì santo di settecentodiciassette anni dopo la Passione, il Cristo gli appare e gli affida il Libro, scritto di suo pugno. L'eremita scopre così che gli evangelizzatori del nord erano dello stesso lignaggio di Gesù. Quindi legge per noi la straordinaria avventura umana di San Giuseppe di Arimatea, che nei Vangeli si occupa della sepoltura del corpo di Gesù. Gli apocrifi e la fantasia medievale lo hanno trasformato nel personaggio leggendario che avrebbe evangelizzato interi popoli portando con sé il Santo Graal, una ciotola in cui aveva raccolto alcune gocce del sangue di Cristo.

Il ciclo arturiano fiorisce quindi nella santità dei dogmi cristiani, in modo particolare la transustantazione, la trasformazione del pane e del vino in carne e sangue, come stabilito dal Concilio lateranense del 1215.

È come se la cornice sacra inquadrasse tutte le altre vicende, in una serie di mise en abyme che senza di essa si perderebbero in mille rivoli. E invece no, se persino il racconto della vita di Merlino, mago, e dunque di ascendenza in qualche modo demonica, trova nel santo battesimo una sorta di esorcismo e di nobilitazione. I due libri rimanenti sono dedicati a questa figura di indovino semi-selvaggio, come se la parabola salvifica del Cristo volesse per suo tramite purificare tutto ciò che a settentrione era stato prima della lieta novella. Il profeta indovino è il ponte che unisce la Terrasanta al nord Europa, Giuseppe di Arimatea e Lancillotto, la salvezza cristiana e il sottobosco pagano che essa ingloba e rettifica. Una strategia narrativa geniale, in cui una creatura destinata al paganesimo viene riscattata al bene, così come terre barbare sono conquistate alla civiltà in nome del Vangelo. Quindi questa storia quasi senza fine ha un fine nella conquista della perfezione cristiana.

Nella cerca c'è spazio per una commedia umana pre moderna in cui la grande assente è la noia, anche per il buon gusto che ha il narratore di starsene in un angolo, con grande beneficio per i caratteri sulla scena. Non c'è spazio neanche per il buio, perché i colori sono davvero tanti. Il blu del mare solcato dalla nave di Salomone; il rosso dei capelli della fata Morgana, sorella di Artù. L'oro della coppa del Graal apparsa a Parceval in un castello incantanto. Il verde delle foreste del nord Europa. Un caleidoscopio che fa pensare alle vetrate coloratissime delle cattedrali gotiche. Che stanno lì da secoli, radicate e solide. Proprio come la leggenda di Artù e dei suoi cavalieri immortali.

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