"Scrivere è un viaggio fra la magia perduta e le nostre miserie"

Oriente e Occidente, il legame fra arte e potere, la forza delle storie: parla l'autore francese Mathias Énard

"Scrivere è un viaggio fra la magia perduta e le nostre miserie"

Cinque anni prima di Bussola, il romanzo che lo ha reso una delle nuove stelle della letteratura francese e con cui ha vinto il Goncourt nel 2015, Mathias Énard aveva già unito Occidente e Oriente grazie a un viaggio (immaginario, ma teoricamente possibile...) di Michelangelo a Costantinopoli, nel maggio del 1506, su invito del Sultano Bayazid II, per progettare un ponte sul Corno d'oro. Succede in Parlami di battaglie, di re e di elefanti che, dopo una prima edizione italiana di Rizzoli, torna ora per e/o (pagg. 144, euro 13, traduzione di Yasmina Melaouah; in libreria dall'8 aprile). Énard risponde su Skype non da Barcellona, dove vive da anni, bensì dalla sua terra natale, nell'ovest della Francia, alla quale è dedicato il suo romanzo più recente: «Un libro totalmente diverso dai precedenti, esotico in tutt'altro senso: parlo della vita in campagna, racconto come sia vivere nella mia terra d'origine, attraverso la folle storia della Francia. Forse ho viaggiato così tanto, nei miei libri, che dovevo tornare a casa».

In Parlami di battaglie, di re e di elefanti fa addirittura andare Michelangelo dal Gran Turco.

«L'invito è citato nella biografia di Michelangelo, che fu scritta da Ascanio Condivi con la supervisione del maestro. Quindi lui voleva che lo sapessimo...».

Quanto ci può essere di vero?

«Dal punto di vista storico, il romanzo è molto accurato: ogni cosa che si vede a Istanbul era nella città di allora, ogni edificio, ogni strada, perfino il cibo. E poi, dalla biografia, noi sappiamo che Michelangelo è a Firenze e rifiuta l'invito, ma poi c'è un vuoto di quasi un mese prima che riappaia, a Bologna: così ho scelto di mandarlo laggiù e di vedere che cosa sarebbe potuto succedere».

Succede che il rapporto fra l'artista e il potere cambia poco: chi comanda, Papa o Sultano, lo considera comunque uno schiavo...

«Michelangelo è un punto di svolta, è il primo a combattere contro l'autorità e a costruirsi come quello che, poi, riteniamo debba essere un artista, cioè indipendente e autosufficiente. Il poeta turco, Mesihi, incarna un'altra visione ancora dell'essere artista, allora e oggi, e la danzatrice andalusa una terza».

La danzatrice è lo scrittore?

«È quella che parla, che racconta storie. Questo è anche un romanzo sul raccontare storie, su quanto sia profondamente importante per noi».

Dice che il tempo delle favole è perduto.

«In un famoso discorso a Brema, Thomas Bernhard dice che non è più il tempo per le leggende: Parliamo della morte. Io credo che questa relazione profonda tra le favole e la morte e la miseria dell'uomo sia il modo migliore per riassumere la storia della letteratura».

E oggi questa relazione com'è?

«C'è più morte, però un po' di magia ci piace. E a questo servono i libri, a essere ciò che resta del regno della magia, e a raccontare le storie di oggi e le tragedie delle nostre vite».

Come quelle dell'ultimo anno?

«Anche nel Cinquecento la vita era tragica... L'Europa era cupa, erano tempi scuri, mentre Istanbul era la città della luce. È allora che la situazione inizia a cambiare».

Michelangelo, come i protagonisti di Bussola o di L'alcol e la nostalgia, è un viaggiatore che oscilla fra due mondi.

«Michelangelo è un viaggiatore, un viaggiatore perduto, come tutti noi. Certo, allora viaggiare era per pochi, un evento raro e pericoloso: chi arrivava in un luogo lontano non sapeva nulla di che cosa aspettarsi, come fossero le persone, come parlassero, come mangiassero, che aspetto avessero...».

Il viaggio è legato allo scrivere?

«L'esempio migliore è Proust, del quale tutti pensano il contrario, invece anche in lui c'è il viaggiare, e c'è la letteratura di viaggio. Anche i sogni sono un viaggio. Un artista ha bisogno di movimento, mistico o fisico: c'è sempre questo viaggio, nella scrittura».

Oltre ai viaggi, nei suoi romanzi c'è sempre un senso di nostalgia.

«Credo di essere un po' nostalgico. La malinconia è un sentimento che sperimento piuttosto spesso, e c'è qualcosa di malinconico nella letteratura stessa: leggere libri è portare avanti un lutto infinito per le cose ormai passate. La malinconia è sentire questa presenza della morte, così importante, nella letteratura e nella vita».

La letteratura fa anche nascere in noi il desiderio?

«Sì, questo è il suo bello. Come nella Terra desolata di T.S. Eliot, mi ha sempre affascinato la possibilità della letteratura di tenere insieme memoria e desiderio».

Suscita anche desideri «pericolosi», di libertà e di ribellione, come scrive in L'alcol e la nostalgia?

«Oh, a sedici anni sognavo una vita molto avventurosa e molto letteraria e ne ero, allo stesso tempo, molto spaventato. Poi scopriamo che il mondo non necessariamente si adatta ai nostri desideri... In quel romanzo sono tornato a quel sentimento, che da giovani è molto forte, fatto di amore, di passione, di viaggi, di droghe...».

E quali libri sono stati «pericolosi» per lei?

«Blaise Cendrars, che con le sue poesie mi ha aperto nuovi cieli e orizzonti e, a tredici anni, mi ha fatto scoprire il potere della lingua. E poi Stratis Tsirkas, con la sua trilogia delle Città alla deriva, ambientata durante la Seconda guerra mondiale».

Da giovani ci sono le droghe, da adulti ci sono i ricordi?

«Eh eh! può darsi... I ricordi sono interessanti perché sono sempre disponibili, però, in letteratura, io preferisco inventarli, o trasformare dei ricordi miei, anziché usare le mie memorie personali».

Le città ci trasformano davvero, come avviene nei suoi romanzi?

«Sì, la città, il luogo in cui viviamo, è molto potente e ci fa vivere questa esperienza di essere trasformati nel modo in cui appariamo, in cui camminiamo, in cui ci sentiamo, in cui mangiamo, in cui lavoriamo... In poche settimane diventi un altro, è una cosa anche fisica».

Vale anche per la scrittura?

«Non direi, per me. Non scrivo nei caffè o in giro, ho bisogno di concentrazione e di non essere disturbato da suoni o persone. Quindi non credo che i luoghi influiscano sul mio modo di scrivere».

Come nasce la lingua, a volte molto complessa, dei suoi libri?

«Ogni progetto richiede un modo diverso di scrivere. Nel caso del libro su Michelangelo c'è stata una parte di ricerca minuziosa, perché ogni parola presente nel testo è attestata anche all'epoca».

Ha controllato ogni parola?

«Sembra folle, ma è così. Come puoi descrivere la Istanbul del '500 se non stai attento alle parole che usi? Le parole sono materia concreta: è attraverso le parole che dai realtà alle cose, e te ne prendi cura».

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