Se la Galleria nazionale si mette a giocare col tempo

La direttrice Collu rivoluziona il percorso espositivo mischiando le opere. La critica nicchia, al pubblico piace

Luigi Mascheroni

da Roma

La Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea di Roma, la vecchia «Gnam», ha cambiato corso. In tanti sensi. Dall'anno scorso ha una nuova direttrice, Cristiana Collu, già ai vertici del «Man» di Nuoro e del «Mart« di Rovereto (arrivata qui grazie al bando istruito per i Grandi Musei dal ministro Dario Franceschini). Una sede completamente trasformata e riorganizzata (i lavori appena conclusi hanno recuperato l'impianto originario dell'edificio liberty di Cesare Bazzani del 1911, con sale molto luminose e i giardini restituiti ai visitatori, e il risultato è splendido). Un «nuovo» nome: ora semplicemente è la Galleria Nazionale. E soprattutto un rivoluzionario allestimento, con un percorso espositivo - inaugurato un paio di settimane fa e destinato a rimanere, col titolo Time is Out of Joint, fino all'aprile 2018 - che ha suscitato critiche, polemiche, malumori, sia nel comitato scientifico del museo sia tra gli storici dell'arte. Ma cos'è successo?

È successo che Cristina Collu - giovane (47 anni) e coraggiosa (molto) - ha scelto di fare saltare - disarticolando il tempo, appunto - schemi consolidati e percorsi cronologici. Togliendo le sale a tema o per autore (il neoclassicismo, i Macchiaioli, il Divisionismo, i Futuristi, la «Scuola romana», l'Informale europeo, l'espressionismo astratto, Fontana... eccetera eccetera...), preferendo la stratificazione dell'arte al suo svolgimento lineare. Ed ecco a voi il nuovo scenografico, sensoriale, citazionistico viaggio dentro la Galleria Nazionale.

Qualche esempio. La grande sala in cui il gigantesco marmoreo Ercole di Antonio Canova (scolpito tra il 1795 e il 1815) scaglia il giovanissimo Lica nei 32 metri quadrati di mare circa (1967) di Pino Pascali, davanti alla chilometrica tela (12 metri) Spoglia d'oro su spine d'acacia del 2002 di Giuseppe Penone. Oppure la sala (meravigliosa) dedicata alla guerra con - tra le altre opere - il video in slow motion La Liberté raisonnée girato nel 2009 da Cristina Lucas (che omaggia l'Eugène Delacroix della Libertà che guida il popolo) proiettato sulla parete di fronte all'enorme Battaglia di Custoza del 1880 di Giovanni Fattori, tra una coloratissima terracotta smaltata di Leoncillo Leonardi, Bombardamento notturno (1954), e la Lotta dei centauri (1909) di De Chirico. Moschetti, storia, mito e sangue... E poi: le nudità della Gorgone e gli eroi (1899) di Giulio Aristide Sartorio accanto alle fotografie del manichino nudo La poupée (1934) di Hans Bellemer, o i Bachi da setola (1968) di Pino Pascali che strisciano davanti a uno specchio di Pistoletto, o i video e le foto dei Migranti dell'albanese Adrian Paci (classe 1969) insieme alla grande tela di Angiolo Tommasi del 1896, titolo: Gli emigranti... Ma i cortocircuiti sono infiniti: c'è ad esempio una sala «cromatica» in cui il tema è il muro, con Il costruttore di Mario Sironi, un Grande sacco di Burri, l'Algeria color sabbia di Franco Angeli, una struttura pulsante in mattoni chiari di Gianni Colombo del 1959... Insomma, avete capito.

Quello che rimane da capire, piuttosto, è il risultato che un'operazione del genere può ottenere. È strano. La maggioranza dei critici specialisti, che sono in grado di capire tutti i collegamenti sottili tra le opere «in dialogo», snobbano la cosa. Mentre il pubblico «generalista» - almeno sulla base di un ristretto campionario raccolto da chi scrive all'uscita della Galleria - è entusiasta.

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