Cultura e Spettacoli

Se l'Apocalisse diventa lo specchio (oscuro) dell'inquieto presente

Geminello Alvi, analizzando il testo biblico, svela perché il libro di Giovanni parla a noi

Se l'Apocalisse diventa lo specchio (oscuro) dell'inquieto presente

Adesso ci vorrebbe un commento del commento. Il commento all'Apocalisse scritto da Geminello Alvi (Necessità degli apocalittici, Marsilio) nonostante sia molto più lungo è poco meno denso del testo commentato. E non è particolarmente esplicativo, anzi lo è pochissimo, l'autore non fa né finge di fare divulgazione e mette subito in guardia il lettore definendo l'oggetto delle sue ricerche un «labirinto», un «libro senza esito», un testo «scritto per farci perdere nei suoi enigmi snervanti», insomma «di complicatissima lettura». Di complicatissima attribuzione, per giunta. Io pensavo e speravo che l'Apocalisse di Giovanni fosse per l'appunto di Giovanni ossia di San Giovanni Evangelista... Ingenuo che non sono altro, e poco aggiornato: molti studiosi, sulla base delle forti differenze stilistiche, pensano ora che il quarto vangelo e l'Apocalisse siano di due autori diversi, sebbene omonimi. Ma non voglio perdermi nella filologia, convinto che il papiro autografo con tanto di data, località e firma non lo troveranno mai (ammesso esista ancora in qualche grotta, sotto qualche sabbia), e se lo troveranno non sarà leggibile, e se sarà leggibile non offrirà risposta alla domanda: Giovanni chi?

Meglio lanciarsi, da bieco giornalista, a caccia di riferimenti all'attualità.

In questo «diario enciclopedico di quanto appreso durante tanti anni leggendo e rileggendo il libro dell'Apocalisse» non sono tantissimi ma in compenso, sparsi fra le 460 pagine, sono terribili. C'è il rogo di Notre Dame, «cielo squarciato», «rito scoperchiato», ovviamente «sintomo apocalittico». C'è internet, «bestialità omologante che riplasma in automatismo dispotico ogni umanità». C'è lo statalismo che ha trasformato lo Stato in «recita grottesca per la quale tutti ormai si industriano per vivere alle spese di tutti». Non poteva non esserci Papa Francesco a cui Alvi riserva definizioni talmente dure che, pur sospettando la validità delle medesime, e pur non nutrendo simpatia alcuna per l'uomo Bergoglio, sono tentato di omettere. Ma verrei meno al mio compito di servire il lettore. E allora tenetevi forte: «Papa facente funzione, di umore instabile e volentieri fuori fuso orario: il suo viso somiglia alla statua che Arnolfo di Cambio fece a Bonifacio VIII. Come lui profitta della rinuncia di un altro papa; e ha voluto il suo Giubileo, atona cantata senza solennità e fede». Tenetevi fortissimo: «Devoto a Giuda». E infine, se possibile, inchiodatevi alla sedia: «Il viso del papa arrabbiato, cupo, è lo stesso di Giuda prima di impiccarsi, che guarda per terra e al cielo non crede: barcolla, biascica sociologie, dalle quali non trae sollievo, tantomeno sa darne. Un volto disgustato certifica conclusi duemila anni di papato». Il bello è che simili affermazioni non provengono da un ateo, da un anticristiano, ma da un esegeta che scruta il più visionario dei libri biblici dal punto di vista della fede: «Senza la rivelazione di Cristo io direi sconsigliabile al lettore meditare le profezie apocalittiche». Alvi è un cristiano capace di turbarsi leggendo Teilhard de Chardin (fra gli apocalittici necessari del titolo) che negli anni Trenta si turbò a sua volta ascoltando queste parole di un vecchio missionario: «La storia stabilisce che nessuna religione si è potuta mantenere nel Mondo per più di due millenni. Passato questo tempo muoiono tutte. Ora per il Cristianesimo saranno presto due millenni». E mi turbo anch'io, buon ultimo, a leggere tale citazione che mi ricorda un pensiero di Sossio Giametta, il grande nicciologo: Nietzsche come fondatore-anticipatore di una nuova religione materialista destinata a soppiantare il cristianesimo allo scadere dei duemila anni fatali. Sembra che ci siamo e infatti Alvi, per una volta semplificando la sua prosa ipnotica, scrive: «L'Apocalisse è ora».

Poteva mancare il virus famigerato in un libro come questo? Non poteva. L'ultimo capitolo ha il titolo più inquietante, «Provvisorio epilogo durante la prima epidemia», e qui i versetti sembrano intrecciarsi ai dpcm: «I governi sono evoluti a esplicito tramite provvidente della prima bestia dell'Apocalisse, per rinchiudere gli abitanti della terra in esistere di popolazione biologica, disciplinata...». Si sta parlando della Bestia con sette teste che gli esegeti del passato identificavano nell'impero romano mentre nelle pagine di Alvi ha le sembianze dell'attuale potere covidista, dell'arbitrio statale che esaltato dalle nuove tecnologie diviene dispotismo bio-informatico.

Chiaramente è un libro per pochi, Necessità degli apocalittici, per noi felici pochi e dico felici, aggettivo all'apparenza del tutto incongruo, non per citare Shakespeare ma proprio per interpretare Alvi che è

al contempo, miracolosamente, apocalittico e sereno: «Una calma mite e immensa, imperturbabile, emana fino a invadere ogni veridico lettore di Giovanni». Siccome «la beatitudine è la morte in Cristo e la fine del mondo».

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