Se la vita è un dono perché Dio ci schiaccia per terra?

In "Anatomia di un profeta" Demetrio Paolin ci mostra il volto "tremendo" della fede

«Non il primo amore, ma la prima morte è quella che non si scorda mai: la prima persona morta è quella che amiamo». Niente di ciò che scrive Demetrio Paolin è facile, consolatorio. La morte del piccolo Patrick, undici anni, origini polacche, che l'autore ha conosciuto quando era adolescente, dà il via al suo nuovo libro, Anatomia di un profeta (Voland, pagg. 250, euro 17), opera difficilmente catalogabile (memoir filosofico?) che segue di alcuni anni a Conforme alla gloria (tra i dodici finalisti allo Strega 2016). Ed è lo spunto per una potente riflessione sul senso dell'esistenza, sul male, su Dio. Tanto più che Patrick si è suicidato ingerendo del veleno per topi. Il bambino non è morto subito. Ha agonizzato per giorni all'ospedale. Un'esperienza di quelle che segnano.

Il libro è pervaso dalla presenza della morte, come lo è la nostra vita. Aleggia sulle persone che amiamo, e prima o poi coglierà anche noi. Ma che cos'è la morte? E, se Dio esiste, perché si muore? Perché ci ha fatto mortali? Che relazione c'è tra Dio e la morte di un bambino di undici anni che ha bevuto veleno per topi? Paolin va in cerca di risposte, mettendo insieme i pezzi, come se tutto fosse collegato. E forse lo è. Perché, se si è credenti e si ha fede nella resurrezione finale, la morte è qualcosa non solo di atteso ma addirittura di desiderabile. «All'inizio io attendevo questa risurrezione con la frenesia immatura degli anni della giovinezza, come se dovesse avvenire da un momento all'altro, come se il morto dovesse uscire nuovo e bellissimo dal sepolcro. Poi la gente che amavo ha continuato a morire, il sangue si è placato e l'infanzia è diventata come la nebbia che a novembre mi accoglie mentre cammino per andare al camposanto». Il cristianesimo non è il luogo della mitezza, della bontà. «Non è bellezza; o, meglio, la bellezza del cristianesimo» consiste nella «speranza che il mondo finisca, nell'attesa della resurrezione dei corpi dei morti; il cristianesimo è una cosa tremenda» e la parola di Dio serve anche a ricordarci che ovunque «la bellezza è pochissima» e che spesso a prevalere è la disperazione. Dopotutto chi ci assicura che pace, bontà e dolcezza siano la via giusta? E se invece «l'ultima rivelazione non fosse per nulla un atto di tenerezza, ma al contrario un'opera di violenza? Perché mai l'amore di Dio deve essere un sentimento pacifico, e non invece qualcosa che spacca le montagne, che annulla i nemici?». Non è forse questo che ci mostra la Bibbia?

Per Paolin è proprio bevendo il veleno che Patrick ha affermato la sua esistenza, perché «la morte è il senso, la direzione, lo sguardo ultimo del nostro camminare». Siamo fatti per la morte, osservava Heidegger. «Io invidio Patrick () perché per un attimo ha visto e ha saputo, mentre noi qui non sappiamo e non vediamo» conclude, quasi a volerci scandalizzare fino in fondo. «Cosa succede quando un bambino si uccide?» si domanda. È il male a vincere? È la dimostrazione che Dio non esiste? «Viene da dare ragione a Ivan, il personaggio di Dostoevskij che rinuncia a Dio perché i bambini soffrono»? Niente affatto. «Se tu, Dio, mi chiedi perché il male?, io ti rispondo perché esiste la libertà. Ciò che mi colpisce del suicidio, che mi porta a guardarlo senza remore () è la libertà. È l'abisso in cui tu, Dio, e l'uomo che si uccide vi incontrate».

«Una volta Patrick mi morse» ricorda. «Stavamo giocando a calcio balilla all'oratorio e lo presi in giro perché sbagliava spesso il tiro. Non parlava benissimo l'italiano, il suo modo di esprimersi era molto elementare, non aveva un vocabolario ampio. Così, al mio sarcasmo aveva ribattuto con alcune parole, ma si rendeva conto che nessuna di esse poteva risarcirlo per la mia cattiveria, né poteva controbatterla. Così si era girato e mi aveva morso l'avambraccio destro. Avevo sentito i denti bucare la carne. Mi ero liberato dalla bocca di Patrick, la cui impronta era rimasta per qualche giorno sulla mia pelle, come una maledizione. La forma dei suoi denti si era cristallizzata in una macchia violacea, in alcuni punti dove la forza era stata maggiore più scuri. Sembra una voglia, ogni tanto ora che scrivo accade più spesso mi gratto il braccio e penso alla bocca di Patrick sulla mia pelle e a quell'intimità che lui stesso ha creato: la sua bocca di bambino che addenta la mia pelle di adolescente, ancora priva di peli e delle imperfezioni che ha ora. Quel morso mi manca più della sua persona, perché lì si trova la vera realtà di Patrick, nel suo essere così violento». Ecco, nel bene e nel male siamo tutti uniti da un comune destino. E non vi è dubbio che dalla morte germogli la vita, e viceversa. Non potrebbe essere diversamente. «Con la morte di Patrick io ho sentito il mondo formarsi sotto i miei piedi () Ecco la salvezza del mondo: le ossa di Patrick nella terra diventeranno presto alberi e fiori. Saranno il nutrimento delle radici e lui, che ha bevuto il diserbante, diventerà nutrimento per le piante () Lui che si è fatto morte diventerà vita, perché Dio gli è entrato dentro». E così «le ossa di Patrick ripulite dal fango della morte aspetteranno di risorgere, vivranno nel buio della notte fino a che il tempo non sarà compiuto».

C'è spazio anche per il racconto di uno sventato tentativo di suicidio. Ma quando anni dopo Paolin scrive all'amica che ha salvato, lei nega che la cosa sia mai accaduta. Non ci sono più confini, quando comprendiamo che non c'è confine tra vita e morte.

Lo ammetto, leggere Paolin non è una passeggiata. Se ne esce a pezzi, cambiati (anche se forse solo per un po'). Verrebbe quasi voglia di smettere perché non si vuole essere trasformati da quelle parole, da quei pensieri atroci. Ma si va avanti. Fino alla fine. Perché non si può smettere. Perché si vuole sapere. «La mia scrittura è una lunga preghiera per i defunti: immagino i cadaveri delle persone che amo distesi sulle colline tra le vigne, perduti nei cieli tersi, e mi viene da piangere, nonostante sappia che è finzione e fumo () Io non so molto di Dio, ma so che Dio non è un pensiero astratto»; è nelle cose concrete: le colline, gli amici, una mollica di pane. Sì, anche lì. E, tra tutte le cose, la morte è quella che più ci avvicina a Dio. Per questo non deve farci paura.

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Commenti
Ritratto di cicopico

cicopico

Gio, 12/03/2020 - 11:03

non e la morte che fa paura,perche chi crede sa che ce un altra vita,cio che fa paura e la sofferenza che porta alla morte,ma in una ottica di fede la sofferenza e una manifestazione dell'amore di dio.meglio soffrire qui sulla terra che di la.

tremendo2

Ven, 20/03/2020 - 11:31

chi mi fa paura non è Dio, ma gli uomini, anche se poi mi fanno molta compassione