La storia del milite Berto spiega (davvero) il fascio

Il diario romanzato racconta il lungo viaggio nel regime, dalla speranza alla disillusione...

Guerra in camicia nera (Garzanti, 1955; e ora Neri Pozza, pagg. 288, euro 17) di Giuseppe Berto è un libro necessario per capire cosa sia stato il regime fascista, quale potere di attrazione abbia avuto e quale disillusione abbia prodotto in coloro i quali non hanno conosciuto altro per una parte non indifferente della propria vita. Se invece preferite non capire, c'è una quantità sterminata di libri, anche molto venduti, che spiano Mussolini dal buco della serratura, illudendosi di cogliere così lo spirito dell'epoca.

Berto ha attraversato il regime dall'inizio fino al disastro della Seconda guerra mondiale. Nella sua assenza di retorica, Guerra in camicia nera illustra sogni e incubi del Ventennio meglio di tanta letteratura neorealista. L'opera fu giudicata sciatta (non lo è) e provocò la proscrizione di Berto in quanto «fascista». Al lettore di oggi risulterà incomprensibile, oppure fin troppo comprensibile, come sia stato (quasi) cancellato dalla memoria nazionale un libro così coraggioso.

Pare strano che Berto non si rendesse conto delle conseguenze che avrebbe avuto la pubblicazione di Guerra in camicia nera. Fu un'esperienza simile a quella di Mario Tobino. Lo scrittore di Viareggio pubblicò nel 1952 Il deserto della Libia. Anche l'ufficiale medico Tobino, come Berto, era stato in Africa e aveva preso appunti con l'idea di rielaborarli in seguito. Il deserto della Libia, nonostante si presentasse come romanzo e condannasse la tirannia fascista, fu accolto da stroncature (si scomodò Togliatti) e duramente criticato anche all'interno della stessa casa editrice che lo pubblicò: Einaudi.

Il diario di Berto offre un punto di vista ancora meno convenzionale sulla disastrosa campagna d'Africa. Berto partecipò come ufficiale della milizia e prese appunti su un taccuino tascabile negli anni 1942-1943. Nel 1955 avvertì il bisogno «di un lavoro semplice e onesto» su quei fatti. Voleva scrivere sulle «camicie nere» parole «libere da quell'accanimento con cui abbiamo combattuto gli uni contro gli altri, e soprattutto libere dalla retorica». Lo scrittore veneto, con sorprendente ingenuità, era convinto che il Paese fosse pronto ad ascoltare e dibattere alcune verità scomode. Si sbagliava. Per i suoi detrattori, aveva confessato: restava un fascista. Anche se non lo era più.

Berto conduce il lettore dal trionfalismo della propaganda alla prosaica realtà della disfatta. L'ufficiale ventisettenne sbarcato volontario in Africa nel settembre del 1942 era ancora fiducioso che il regime potesse correggere i suoi errori. Dopo la guerra, sarà necessaria «una rivoluzione nel fascismo e non contro il fascismo». Il fascismo infatti «contiene i principi morali, sociali ed economici necessari alla civile convivenza di un popolo e dei popoli fra loro». La limitazione della libertà in cambio di ordine e giustizia è transitoria. Poi verrà il vero fascismo: «In sostanza, non si tratta d'altro che di eliminare la stupidità e la corruzione, di concedere una maggiore libertà politica perché un governo onesto non può avere paura dell'opposizione, e soprattutto di dare un reale valore dinamico al motto fascista andare verso il popolo». Neppure Mussolini potrà opporsi al cambiamento. Il colonialismo è una colossale opera civilizzatrice che dovrà approdare all'autonomia dei Paesi occupati, con statuti speciali che permettano la convivenza alle genti «di qualsiasi nazionalità e razza».

Berto, nascosto nelle buche per evitare i colpi dell'artiglieria britannica, ha tempo di meditare. Il colonialismo come lo immagina lui è impossibile: «Purtroppo, con le tendenze imperialistiche e razziste del fascismo, questo non è che un sogno». La ritirata precipitosa dei reparti, comandi inclusi, riduce i roboanti messaggi del Duce a quello che sono: veline.

I soldati sono allo sbando sulle spiagge tunisine di Hammamet, cercano di costruire imbarcazioni con bidoni vuoti e motori recuperati. Le zattere in fuga verso Pantelleria sono mitragliate dagli Spitfire di passaggio e colate a picco nel canale di Sicilia. A bordo non ci sono disertori ma soldati con regolare permesso di rimpatrio abbandonati da un esercito ormai dissolto. La linea di difesa, l'enorme caposaldo nel quale attendere il momento propizio per lanciare la controffensiva di cui vaneggia la propaganda, continua ad arretrare, fino a ridursi a un fazzoletto di terra in riva al mare della Tunisia. I soldati si convincono di poter resistere all'infinito per non impazzire del tutto sotto le bombe nemiche, alle quali non possono rispondere per mancanza di armi e munizioni. In Guerra in camicia nera c'è il senso del dovere e manca l'eroismo o meglio la retorica dell'eroismo. La sconfitta è il frutto inevitabile delle menzogne e dell'opportunismo del regime. È un addio al fascismo senza rinnegare il giovane Berto che nel fascismo aveva creduto al punto tale da regalare a Mussolini sette anni in divisa, spesso in prima linea. Del fascismo, al termine della guerra, mentre i prigionieri sono coperti di insulti al passaggio per le strade, rimane solo l'immagine di una ragazzina che fa il saluto romano agli sconfitti, restituendo loro un po' di dignità. Ma è un simbolo ormai privo di ogni significato politico: «Il suo gesto rimase nella nostra memoria, ma spoglio di qualsiasi carattere di lotta e di resistenza, come un atto di bontà pura».

La nuova edizione Neri Pozza riproduce quella Garzanti del 1955, accompagnando il testo con una prefazione e una postfazione di Domenico Scarpa. Sono entrambe ben curate e riuscite ma si fa preferire di una incollatura la postfazione, che produce nuovi documenti sulle modalità di stesura e sulla ricezione editoriale dell'opera. Saranno forse dettagli ma nel dettaglio filologico si nasconde sempre il significato di un'opera e lo stile di un autore. Dunque andranno valutate, con la dovuta calma, le tre stesure di Guerra in camicia nera, e anche il passaggio, dovuto a un disguido postale, del libro da Einaudi a Garzanti, dove uscì per la prima volta.

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