Su Netflix c’è "Yara", riassunto incolore di un dramma ancora fresco

Nonostante la regia di Marco Tullio Giordana, il delitto di Brembate di Sopra è raccontato in maniera semplicistica: il rispetto d’obbligo ha partorito un semplice excursus dei fatti

Su Netflix c’è "Yara", riassunto incolore di un dramma ancora fresco

Da qualche giorno Yara, il film di Marco Tullio Giordana ispirato al celebre caso di cronaca, è il titolo di punta di Netflix.

Come spesso avviene, però, essere al primo posto nella classifica dei più visti della piattaforma non è garanzia di un prodotto di qualità o almeno in grado di destare coinvolgimento. Difficile, infatti, pensare a come si sarebbe potuta rendere in modo meno incisivo una tragedia che ha avuto tanta risonanza nelle case e negli animi di un’intera nazione.

Il film di Giordana si apre con il ritrovamento, nel campo di Chignolo d’Isola, del corpo della piccola Yara, la tredicenne scomparsa tre mesi prima dalla sua casa nella bergamasca. Più che sulla ragazzina il racconto è costruito narrativamente attorno alla figura del PM Letizia Ruggeri (una convincente ma malmostosa Isabella Ragonese). Si insiste sulla caratterizzazione della donna, che non è approfondita ma ridondante: la passione per la moto, l’essere madre, la boxe come antistress, l’impegno nella professione.

I genitori di Yara sono somiglianti a quelli reali, soprattutto nella dolorosa compostezza e nei modi dignitosi, così come la giovane attrice Chiara Bono sa richiamare la freschezza della brembatese che tutti abbiamo avuto a cuore.

Ciò non toglie che “Yara” sia un esempio di piatto didascalismo. Per un’ora e mezza si assiste a poco più della mediocre riproposizione delle tappe della vicenda. Insistere sulla lettura di pagine di diario adolescenziale o accennare al pregiudizio professionale nei confronti del PM donna, paiono affettati cliché.

Sobrio come i toni tenuti dai suoi protagonisti nella vita reale, il film ha il pregio di non essere mai ricattatorio a livello emotivo nei confronti del pubblico ma ha anche il difetto della totale, e in questo caso quasi surreale, assenza di resa drammatica. A rendere anonimo l'ensemble non sono tanto la regia, più televisiva che cinematografica, e una recitazione al minimo sindacale, quanto la freddezza di quella che è una mera e debole consultazione di atti processuali. Stupisce come si siano rese in maniera superficiale non solo 60.000 pagine d’inchiesta ma anche il martirio dei mesi in attesa del ritrovamento della ragazzina, poi divenuti anni prima dell’individuazione di un presunto assassino e della sua condanna processuale.

Rispetto e complessità devono poter andare d’accordo. C’era molto da ripulire dopo anni di beceri talk show televisivi che si sono espressi a riguardo, ma sembra grave che in “Yara” non ci sia spazio, in itinere, per i dubbi e per le zone d'ombra dell’indagine. Nessun contraddittorio. Fatta eccezione per la cantonata dell’arresto del marocchino nei primi giorni, non vengono evocate eventuali mancanze da parte della macchina investigativa, né la morbosità giornalistica o la presa viscerale che il fatto di cronaca ha avuto sull’opinione pubblica. Il caso, nel film, si apre e si chiude in modo tutto sommato lineare, lasciando che anni di processo vengano ridotti a lapidarie frasi in sovraimpressione prima dei titoli di coda.

Lapalissiano che la delicatezza garbata nei confronti delle persone coinvolte sia il diktat fondamentale con cui muoversi nel confezionare la versione filmica di un crimine atroce, ma la visione di “Yara” lascia, incredibilmente, quasi indifferenti.

“Yara” in versione Netflix è un riassunto blando dominato dalla volontà di non assumersi rischio alcuno. Quanto all'apporto autoriale (in questo caso l’aggettivo si giustifica solo con la filmografia pregressa di Giordana), risulta ininfluente e superfluo: l'opera non aggiunge informazioni, non stimola riflessioni e non genera emotività in uno spettatore che è già a conoscenza di molti più elementi di quelli che vedrà sullo schermo.

L’occasione persa di rendere giustizia a un momento cardine della criminologia Italiana (l’indagine più costosa di sempre) e al microcosmo affettivo di una ragazzina perbene strappata ai suoi sogni.

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