Sulle tracce delle donne uccise da Jack lo Squartatore

Un saggio di Hallie Rubenhold ci restituisce la verità sulle vittime che vennero etichettate come prostitute

Donne che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato - praticamente donnacce, harlots, puttane. «Tutto sommato è un bene che siano finite nelle mani di questo genio chirurgico sconosciuto. A ogni modo, l'assassino ha dato il suo contributo alla soluzione del problema di come liberare l'East-End dai suoi abitanti dissoluti...». Lo scrive in una lettera al Times Edward Fairfield, alto funzionario del Colonial Office, che vive a Belgravia; ma è in fondo questa la sentenza con cui la morale vittoriana archivia la pratica delle esistenze di Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane, le canoniche vittime di Jack the Ripper, lo Squartatore, tutte sgozzate - e quattro su cinque smembrate durante il sonno, con il favore delle tenebre nei bassifondi di Whitechapel a Londra nel corso del cosiddetto autunno del terrore del 1888. Così che il mondo, con gran gusto lo stesso con cui le gazzette dell'epoca ingrassavano le budella del pubblico condendo d'invenzioni l'abiezione in cui erano precipitate le sgualdrine squartate ha coltivato il mito di Jack, l'assassino delle prostitute, icona protettrice di ogni serial killer e coroner, tanto che tuttora alla London Public Library esiste un intero settore di quasi duemila volumi raccolti sotto la categoria Ripperology.

Poi è arrivata Hallie Rubenhold (Le cinque donne, Neri Pozza, Pagg. 374, euro 19). Con un'operazione storico-autoptica che toglie il fiato e spezza il cuore, anche per via d'una scrittura che tarantola il lettore e lo istiga ad assumere fino all'ultima goccia di marciume britannico, ha fatto giustizia erigendo nuove statue anziché abbatterne di vecchie, ed è per questo che al morso di Hallie si perdona anche il dente avvelenato femminista. Tranne Mary Jane, che indubbiamente fu una squillo d'alto bordo nel West End prima d'essere deportata con l'inganno da un trafficante belga in una maison close di Parigi e, quindi, di finire lucciola tra i camalli di Ratcliff Highway e poi giù-giù battona nei vicoli putridi di Whitechapel, nessuna delle altre ha il profilo e il curriculum della prostituta.

Prendete Annie Chapman, seconda vittima. Figlia d'un militare trascorre l'infanzia nei migliori quartieri di Londra e di Winsor, il che non è tuttavia garanzia di benessere: genitori e sei figli vivono in due stanze a Knightsbridge quando la scarlattina si porta via quattro fratelli di Annie in quattro settimane. Il destino sembra tuttavia tenderle una mano, anziché andare a servizio, come stabiliscono i codici della sua classe, sposa un cocchiere al servizio d'un industriale con castello, tenuta e accesso al palco reale ad Ascot. Di diritto Annie si ritrova in una casa vera e propria con tre camere da letto e vista parco. Ma la belva che ha dentro, l'alcolismo, comincia a menare artigliate. Quattro dei suoi otto figli non supereranno la settimana di vita, un quinto nasce con una sindrome fetale dovuta al gin, il sesto sarà paralitico. Quando la figlia più grande muore di scarlattina, Annie traballa per qualche tempo sull'orlo del precipizio e infine ne viene inghiottita, tornante dopo tornante: la troviamo homeless, a volte fa coppia in strada con un uomo, condivide un letto al dormitorio pubblico con un compagno di bevute, è tra quelle che cardano stoppa da calafataggio per pagarsi una notte all'ospizio, lo stesso spike raccontato da Jack London nel Popolo degli abissi, dove in venti, trenta, quaranta, uomini e donne insieme, s'immergono nelle acque torbide delle vasche comuni; risucchiata dalla bottiglia sempre più spesso Annie s'accascia in qualche androne, lontano dai becchi a gas, nei budelli che collegano i sordidi caseggiati di Whitechapel, come quella notte, davanti al civico 29 di Hanbury Street: «Quella notte il suo assassino portò con sé soltanto ciò che l'alcol non si era già preso».

Era una harlot, Annie? Una cagna da taverna come rimase agli atti dell'indagine? Finirono all'Inferno le vittime di Jack oppure lì già ci vivevano?

Hallie Rubenhold ha passato in rassegna gl'interrogatori dei coroner (furono ascoltate duemila persone e trecento finirono sotto indagine), gli annuari delle workhouse, gli ospizi dei senzatetto, i registri d'impiego, quelli matrimoniali e parrocchiali, la memorialistica sociale dei riformisti vittoriani, e ha ricomposto non solo le vite delle cinque sventurate, strappandole dall'oblio e dal fango in cui sarebbero marcite per sempre, ma senza timori d'incrociare in quegli slums e bordelli lo sguardo di Dickens, di cui diventa una contemporanea competitor anche quella di tutte le donne escluse dagli sfarzi della Londra imperiale che festeggia il giubileo di Vittoria, donne invisibili come per loro è invisibile la linea tra la sopravvivenza e la disperazione.

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Commenti

investigator13

Mar, 28/07/2020 - 13:25

oggi il caso potrebbe essere visto diversamente. Probabile lo spirito cinico sia il filo conduttore di uan violenza inaudita per avere materiale utile, a portata di mano in nome del progresso scientifico. Quei corpi smembrati servivano per studiare i vari organi del corpo umano. Quindi dietro lo squartatore ci potrebbe essere un gabinetto: professore studenti per studiare, apprendere nozioni sull'originale. Le donne uccise dovrebbero essere riabilitate di fronte alla opinione pubblica, sacrificate per il progresso, ridandole dignità; quella dignità che per sopravvivere avevano perso.