La terra dei bunker dove sognano l'Italia

I più grandi nemici dell'Albania ufficiale non sono gli Usa e l'Urss, Paesi con i quali non ha rapporti diplomatici, ma la Rai e la Fininvest.

I più grandi nemici dell'Albania ufficiale non sono gli Usa e l'Urss, Paesi con i quali non ha rapporti diplomatici, ma la Rai e la Fininvest. Qualche anno fa fu varato un piano quinquennale che prevedeva la diffusione della televisione, e infatti in molti ce l'hanno, anche se in bianco e nero (il prossimo piano prevede il frigorifero, che quasi nessuno possiede). Così gli albanesi passano il tempo libero a studiare gli italiani: ogni giorno veniamo guardati da quattro milioni di occhi, avidamente, e infatti quasi tutti gli albanesi, soprattutto i giovani, parlano un po' di italiano, e attaccano discorso appena ti riconoscono.

Purtroppo, per loro e per noi, non ne traggono gran giovamento. Come tutti i popoli colonizzati, prendono il peggio dal colonizzatore, e credono che gli operai italiani possano comprarsi l'Alfa 2.000 e bevano Chivas in compagnia di donne bellissime. Avranno grandi delusioni dal capitalismo, ma intanto sanno tutto di Raffaella Carrà, Sandra Milo, persino Gigi Marzullo viene molto visto e amato. Il cantante più popolare, un vero idolo, è Toto Cotugno, seguito da Romina e Albano. Ma il vero incubo è un olandese.

«Italiano?», ti chiedono in tanti, per strada, sorridenti e speranzosi.

«Sì».

«Aaaahhhh Marco Van Basten! ! ! !», è la risposta sette volte su dieci.

Sono tutti milanisti, e si stupiscono molto che qualcuno non vibri al nome di Marco Van Basten. Qualcuno mi dice che il calcio in Albania è l'unica forma di opposizione possibile: nessuno tifa per la Dinamo o il Partizani, squadre ministeriali regolarmente fischiate anche quando segnano, e la predilezione per il Milan - che sintetizza tifo e televisione per via di Berlusconi - è incontenibile. Il Cavaliere è di gran lunga più popolare di Scanderbeg e Hoxha. Qualcuno è persino preoccupato per la guerra sulla Mondadori.

Non è paradossale dire che se Berlusconi volesse, potrebbe scatenare una rivoluzione in Albania. Se decidesse, in un progetto orwelliano, di costruire Tirana 1, 2, 3, 4, di fare delle coste albanesi un immenso, stupendo, incontaminato Club Méditerranée, basterebbe una trasmissione incitante gli albanesi alla rivolta e promettere l'ingresso del Tirana nella nostra serie A. (...)

Vita notturna niente, e anche i bar chiudono con le galline. Unica eccezione, la taverna dell'albergo. Orchestrina, arredamento stile balera di periferia anni sessanta. Una comitiva di anziane signore ungheresi provvede a fornire le dame al nostro gruppo quasi tutto maschile. C'è aria di allegria sfrenata, molto simpatica, una cosuccia che sta fra la Romagna in settembre e gli ultimi avventurieri. Il rakì e il cognac, come chiamano pomposamente un dolcissimo brandy, scorrono alla svelta. Qualcuno, per scherzare, chiede champagne, e si vede portare da un cameriere compiaciuto una bottiglia calda di asti spumante dolce. Trentamila lire.

Ma la notte di Tirana può offrire anche qualche sorpresa. Una sera vengo fermato da due ragazzi con aria circospetta, che dicono di avere qualcosa da offrire. Droga? Cambio nero? Ragazze? Le solite cose di ovunque? Nient'affatto, con aria circospetta estraggono un involtino, lo scartano e mostrano un piccolo crocefisso vecchiotto di legno e bronzo. L'Albania è l'unico paese al mondo in cui l'ateismo, dal 1967, è legge dello Stato, ogni manifestazione pubblica di religiosità è proibita. Non compro il crocefisso albanese, anche perché i due, se non sono agenti provocatori, fanno di tutto per sembrarlo. (...)

Altra notte. Gli studenti che ho conosciuto mi danno un appuntamento misterioso e mi portano in una casa. C'è un uomo maturo con una bella faccia e i denti guasti, mancanti, come moltissimi albanesi. È colto, dolce e disperato, gli studenti lo ascoltano con la reverenza che si deve a un capo, a un Maestro. Al contrario di loro non inveisce contro «quei porci» del governo, compatisce la loro ignoranza, la loro grettezza. Parla per ore, con voce grave e dolcissima, dell'opposizione impotente perché controllata dalla polizia uomo per uomo, dei guai anche familiari che il suo scontento manifesto gli ha provocato, del suo umile lavoro, della gente che si passa le fotocopie di libri proibiti, delle messe celebrate frettolosamente, con pochi gesti, nei cimiteri, fingendo di accudire una tomba. Non racconterò di più, per non metterlo nei guai. Ma giuro che aveva le lacrime agli occhi quando ha detto: «Perché un uomo non può leggere i libri che vuole?».

Comincia il giro per l'Albania, che purtroppo non comprende l'estremo sud né l'est. A est ci sono magnifiche montagne, ma è la parte più selvaggia del Paese, a sud stupende coste rocciose, ma è da lì, attraverso il confine con la Grecia o lo stretto mare che li separa da Corfù, che gli albanesi cercano di fuggire. «Decine ogni giorno», ha detto il Maestro: pochi ce la fanno, molti vengono uccisi dalla polizia di frontiera, altri catturati.

Le famiglie di chi riesce a fuggire vengono trasferite in campi di lavoro. In Albania esiste la pena di morte per reati politici, e viene applicata ogni anno, mediante fucilazione.

Ci portano a Berat, antica cittadella con una roccaforte illirica dalle mura rifatte, ma nonostante le insistenze non si riesce proprio ad andare a Città Stalin, che è lì a due passi. Le campagne sono lavoratissime, non c'è un centimetro sprecato, se non fosse per i bunker.

L'Albania è cosparsa di bunker, tutti della stessa forma semisferica, teste di fungo di cemento che sbucano dalla terra, a decine di migliaia. Ce ne sono ovunque, lungo le strade, ma anche nei campi, negli orti, a ridosso delle case, nei cortili delle scuole, le feritoie rivolte a nord, sud, est, ovest. Ce n'è certamente abbastanza per contenere tutto l'esercito in una difesa a palmo a palmo del territorio. Per il momento ci vanno i ragazzi a fare l'amore. «Quelli non avanzano, sono per proteggere noi, non sono pericolosi per gli amici», dice prontamente Albert a chi chiede spiegazioni. (...)

Oggi, 1° maggio, ci doveva essere una grande festa nazionale, i lavoratori e tutte le organizzazioni di partito, l'esercito e le scuole dovevano sfilare nelle strade alla presenza delle autorità. Invece no, all'ultimo momento c'è stato un contrordine: per la prima volta in 45 anni, niente sfilata. Forse le autorità temono sommosse (giorni fa qualcuno ha messo una bomba-carta sotto la statua di Lenin), o forse la novità fa parte della lenta liberalizzazione iniziata da Ramiz Alia, che proprio in questi giorni ha promesso agli albanesi la possibilità di avere il passaporto e l'istituzione di un ministero della giustizia. Fatto sta che Albert ci vuole portare via da Tirana, condurci a Durazzo, con la scusa che l'albergo è pieno.Facciamo noi una sommossa e ci impuntiamo. Giornalisti e fotografi sperano in una rivolta, sognano una seconda piccola Tienanmen da seguire in diretta. Gli altri vogliono assistere alla grande manifestazione organizzata in sostituzione della parata, un gigantesco picnic collettivo di tutta l'Albania.

A Tirana grandi cartelli indicano i tre punti intorno alla città scelti per il pic-nic. A mezzogiorno decine di migliaia di persone vestite a festa si incamminano per il viale dei Martiri reggendo borse e bambini. È uno spettacolo impressionante l'ordine e la rassegnata tranquillità della massa di forzati della gita fuori porta con le sporte sottobraccio. Ma la novità deve essere certamente preferita alla sfilata. La gente si sparge nel bosco, a gruppi di due, dieci, venti. Il cibo è quello che è, abbiamo la misura di quel che possono mangiare gli albanesi: non ci sono varianti alle uova, al formaggio, ai pomodori, ai cetrioli, a qualche sparuta e misteriosa polpetta. In compenso vino, birra e raki si sprecano, si balla intorno alle poche radio, e tutti vogliono essere fotografati, ci chiamano, sono simpatici, affettuosi, esigono il brindisi.

Usciamo dal bosco barcollando, ci aspetta il pullman che ci porterà a Durazzo, e lì capiamo, forse, il vero motivo della deportazione: soltanto nei cento metri davanti all'albergo ci sono tre ubriachi, uno caduto dalla bicicletta, uno che tiene un discorso inalberato su un bunker e un altro che tempesta di pugni la vetrina di un bar che non gli vuole aprire.

Se tanto mi dà tanto Tirana in questo momento è il festival della sbronza, nonostante gli stomaci robusti degli albanesi: quanti ne ho visti fare la piccola colazione al bar con un aglio portato da casa e un bicchierino di grappa!

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