Le ultime ore di vita di Lady Diana

Ventidue anni fa moriva Lady Diana, lasciando un vuoto incolmabile e su molti quesiti ancora si dibatte. Ricostruiamo le ultime ore di vita della principessa del Galles e i retroscena di questa fine prematura

Sono passati 22 anni dalla morte di Lady Diana a Parigi, ma non si sono mai sopite le voci di complotti e presunti misteri sulla dinamica dell’incidente, avvenuto la notte del 31 agosto 1997. In questi anni si sono scritte pagine intere di giornali e libri per cercare di dare una spiegazione all’accaduto, un senso a un evento così tragico e inaspettato. Nell’immaginario collettivo la figura di Lady Diana aveva assunto i connotati di una sorta di “semidea moderna” che poteva amare, desiderare, soffrire, ma non morire. Un po’ come le divinità dell’Antica Grecia. La sua fine prematura, invece, ci ha restituito l’immagine di una donna come tante a cui era toccato un destino diverso.

L’incidente

31 agosto 1997, 0:20. Una Mercedes S 280 nera parte a tutta velocità dall’Hotel Ritz. A bordo ci sono Lady Diana, il suo (presunto) fidanzato Dodi al-Fayed, la guardia del corpo Trevor Rees-Jones e l’autista dell’albergo Henri Paul. La principessa vuole a tutti i costi sfuggire ai paparazzi che la inseguono. Magari pensa di essere abituata a quegli assedi, ma di non tollerarli più. Del resto li subisce da una vita. Forse non ha nemmeno il tempo di riflettere. L’auto lascia Rue Cambon, ignora un semaforo rosso, attraversa Place de la Concorde, poi si dirige verso Voie Pompidou. Imbocca il Tunnel dell’Alma. È 0:23. Henri Paul perde il controllo dell’auto lanciata a folle velocità verso una destinazione a cui non arriverà mai. La vettura sbanda per finire la sua corsa a 120 Km/h contro il tredicesimo pilone del tunnel.

I primi a giungere sul luogo dell’incidente sono i fotografi. Alcuni chiamano subito i soccorsi, altri, forse preda di un cinismo brutale, scattano delle macabre foto che nessun giornale vorrà mai pubblicare. I soccorritori arrivano poco dopo e allontanano i paparazzi. Si rendono subito conto del fatto che i passeggeri dell’auto non indossavano le cinture di sicurezza. Gli airbag, però, hanno funzionato a dovere. Constatano che la principessa del Galles è ancora viva, così come la guardia del corpo Trevor Rees Jones, che nell’impatto ha riportato dei seri traumi facciali ma è ancora cosciente. Diana continua a sussurrare: “"Oh mio Dio”. Sanguina dal naso e dalle orecchie, immobile sul pavimento dell’abitacolo. Henri Paul è morto sul colpo. I soccorritori tentano di rianimare Dodi al-Fayed, ma nemmeno per lui c’è più niente da fare. Viene dichiarato morto all’1:32. L’autopsia rivelerà che il miliardario e l’autista sono deceduti a causa della rottura dell’aorta e di fratture alla colonna vertebrale.

I pompieri estraggono Diana dai rottami dell’auto all’1:00. Ha un primo arresto cardiaco e viene prontamente rianimata. Caricata in ambulanza all’1:18, raggiunge l’ospedale Pitié-Salpêtrière alle 2:06. I medici la dichiarano morta alle 4:00 del mattino. Le ferite sono troppo gravi: il cuore si è spostato nella parte destra del torace e le conseguenti lesioni ai polmoni non le lasciano scampo.
L’annuncio ufficiale del decesso della principessa del Galles viene dato alle 5:30.

Ventidue anni di dubbi

Da quella terribile notte sono passati 22 anni, ma le polemiche non si sono fermate al tredicesimo pilone di sostegno dell’Alma. Al contrario, hanno preso slancio dalla concitazione del momento e durano ancora oggi. La notizia della morte improvvisa di Lady Diana sconvolse il mondo intero. Giornali e telegiornali ne parlarono per giorni, riportando tutti i dettagli dell’incidente e delle ore immediatamente precedenti. Per centinaia di volte abbiamo visto passare sugli schermi l’ultima immagine della principessa nell’ascensore del Ritz, a 0:15. Sorrideva, fasciata nel blazer blu e nei pantaloni bianchi che ne facevano risaltare il fisico asciutto. Non sapeva, come quasi sempre accade in casi simili, che ad aspettarla fuori dal lussuoso hotel c’era la morte.

Per anni si sono susseguite ipotesi più o meno convincenti e attendibili sulla dinamica dell’incidente dell’Alma. Nonostante le accurate ricostruzioni a cui sono giunti gli esperti, alcune di queste teorie tornano ciclicamente all’attenzione dei media.

Cosa accadde davvero sotto il tunnel dell’Alma? La principessa, Dodi al-Fayed e Henri Paul avrebbero potuto salvarsi? Fu colpa dell’assedio dei paparazzi se l’automobile urtò con violenza contro il tredicesimo pilone, oppure fu la presenza di una Fiat Uno bianca a far perdere il controllo della Mercedes all’autista? Qualcuno voleva la morte della principessa? Lady Diana era incinta al momento dello schianto? Venne davvero imbalsamata per nasconderne la gravidanza?
Gli interrogativi che si sono susseguiti in questi anni sono tanti. Per capire meglio gli eventi della notte del 31 agosto, però, è necessario tornare indietro nel tempo, alle ultime ore di vita di Lady Diana.

L’ultimo giorno di vita di Lady Diana

Il 30 agosto 1997, come ricorda La Stampa, Diana e Dodi pranzarono a Cala di Volpe, in Sardegna. Era l’ultimo giorno della loro vacanza romantica e della loro vita. A quanto sembra il giovane al-Fayed, pochi giorni prima, aveva acquistato nel negozio Repossi di Montecarlo un anello per la sua nuova fiamma. C’erano, però, delle modifiche da fare, per cui aveva deciso di rimandare il rientro a Londra di alcune ore. In questo modo avrebbe potuto fermarsi a Parigi con Diana e ritirare il prezioso nella gioielleria Repossi di Place Vêndome. Del resto era vicinissima al Ritz, di proprietà degli al-Fayed e ciò avrebbe consentito alla coppia di trascorrere più tempo insieme.

In questo frangente troviamo il primo mistero della vicenda: dopo l’incidente Trevor Rees-Jones assicurò che Dodi non aveva comprato alcun anello. Mohamed al-Fayed, però, ha sempre sostenuto il contrario, così come lo stesso gioielliere Repossi. Il miliardario egiziano dichiarò che suo figlio e la principessa avevano intenzione di sposarsi. Al contrario le amiche di Diana, tra cui Rosa Monckton, non hanno mai nascosto di nutrire il sospetto che la relazione con Dodi fosse una messinscena per far ingelosire Hasnat Khan. Il cardiochirurgo pakistano, infatti, è da sempre menzionato sui giornali e nei documentari come il vero, ultimo amore di Lady D.
Inoltre Mohamed al-Fayed espose un anello, a suo dire proprio il “dis moi ouì” di Repossi, sul piccolo “altare” commemorativo dedicato a Lady Diana e a suo figlio all’interno dei grandi magazzini Harrods, all’epoca di sua proprietà. Questo memoriale venne smantellato dai nuovi detentori dell’attività (la Qatari Holdings che fa capo alla famiglia reale del Qatar) nel 2018.

Se Dodi non ha mai comprato alcun gioiello, per quale ragione decise, di punto in bianco, di fare tappa a Parigi? Probabilmente non lo sapremo mai, ma possiamo azzardare l’ipotesi più semplice: lui e Diana volevano trascorrere qualche giorno in una delle città più romantiche del mondo. Non avevano bisogno di un motivo per rimandare il loro ritorno. Così la coppia prese l’aereo privato degli al-Fayed da Olbia e si diresse a Orly, dove atterrò alle 15:30. I paparazzi erano già pronti a scattare foto. Dodi ordinò all’autista, Philippe Dourneau di portarli nella dimora che fu di Wallis Simpson e dell’ex re Edoardo VIII al Bois de Boulogne. Mohamed al-Fayed, infatti, aveva ottenuto dal Comune l’utilizzo di quell’abitazione ed era perfino riuscito ad acquistare i gioielli della Simpson. Questo suo interesse per i Windsor nascondeva (ma neanche troppo) il desiderio di essere accettato nel mondo fiabesco dell’alta aristocrazia dove, da sempre, il lusso c’è, si vede, ma non si deve ostentare. Tuttavia in tali ambienti gli al-Fayed venivano guardati ancora di sottecchi. Lady Diana rappresentava il “lasciapassare” per salire l’ultimo gradino della scalata sociale di Mohamed. Per questo il patriarca aveva invitato la principessa sul suo yacht e chiesto al figlio di lasciare la fidanzata Kelly Fisher per dedicarsi, invece, all’ospite tanto atteso.

Verso le 18:00 Dodi sarebbe uscito dal Ritz per ritirare l’anello e alle 19 lui e Lady Diana arrivarono nel suo appartamento a Rue Arséne Houssaye, vicino all’Arco di Trionfo.
Alle 21:30 i due stavano per raggiungere il ristorante Benoit, in Rue Saint Martin, ma qualcosa fece decidere ad al-Fayed di tornare al Ritz. Forse era infastidito dalla costante presenza dei fotografi, oppure fu una richiesta di Lady Diana. Non sappiamo nemmeno questo. D’altro canto occorre ricordare che Dodi, dato il suo stile di vita, non si faceva certo problemi a cambiare idea in modo repentino. I tabloid, nei mesi a venire, evidenziarono come anche questa impulsività avesse avuto un peso non indifferente sulla dinamica dell’incidente. Mettere a punto un servizio di sicurezza è già un compito di responsabilità: farlo in assenza di punti fermi nell’organizzazione degli spostamenti e dei tempi è ancora più arduo.

Lady Diana e il miliardario egiziano si fermarono a cena nel ristorante del Ritz, l’Espadon. Stanca e nervosa, probabilmente irritata dal carattere incostante del presunto fidanzato, la principessa crollò e scoppiò a piangere. Dodi, per evitarle altro stress, diede ordine che la cena venisse servita nella suite. Chissà se Diana, una volta al sicuro tra le pareti della lussuosa stanza, avrà pensato alla strada che stava prendendo la sua vita, a come sarebbe stato il suo futuro con quell’uomo tanto ricco quanto volubile. Lo avrà paragonato al serio e posato Hasnat? Forse avrebbe solo voluto riposare un po’ e dimenticare ciò che l’attendeva una volta rientrata a Londra. Non ne ebbe il tempo. L’auto che doveva riportarla con al-Fayed all’appartamento di rue Arséne Houssaye era già pronta. Al volante l’autista Henri Paul. Era stato chiamato verso mezzanotte e non aveva saputo dire di no, benché fosse fuori servizio e avesse già bevuto parecchi Pernod. Sapeva che Philippe Dourneau si sarebbe occupato di distrarre i fotografi all’ingresso principale del Ritz, mettendosi alla guida di un’auto vuota.

Lady Diana salì sulla macchina posteggiata in Rue Cambon, entrata secondaria dell’hotel. Accanto a lei Dodi al Fayed, sui sedili anteriori l’autista e la guardia del corpo. Secondo alcuni testimoni, come riporta La Stampa, Henri Paul partì “come un gangster”. Erano gli ultimi istanti di vita della principessa del popolo.

Errori nelle indagini e falle nel sistema di sicurezza

L’auto su cui Diana e Dodi viaggiavano era già stata coinvolta in un terribile incidente a 160 Km/h. A causarlo era stato un carcerato che nel 1995 l’aveva rubata al legittimo proprietario, un manager francese. Risistemata alla bell’e meglio, la Mercedes portava ancora i segni (non visibili) dell’urto, ma finì lo stesso tra i mezzi di trasporto usati dall’hotel. Gli chauffeur del Ritz non volevano vederla neanche in fotografia. A quanto pare si erano più volte rifiutati di guidarla perché tendeva a sbandare e a non frenare bene a velocità elevate. Proprio ciò che, secondo gli inquirenti, accadde nel Tunnel dell’Alma. La Mercedes incrociò una Fiat Uno bianca che si stava immettendo in Voie Pompidou, ma Henri Paul non riuscì a rallentare in tempo, finendo per tamponarla. L’effetto dell’alcol, l’altissima velocità dell’auto e la scarsa tenuta di strada fecero il resto. La Fiat Uno non venne più ritrovata e ancora oggi non sappiamo nemmeno a chi appartenesse. L’unica traccia lasciata da quest’auto è uno sbaffo di vernice bianca sulla Mercedes, successivamente rimosso ma, sembra, senza autorizzazione della polizia.

Le questioni principali e tuttora irrisolte, però, sono ben altre: perché Henri Paul guidò comunque una vettura malandata? Proprio lui che era vice responsabile della sicurezza. Soprattutto, per quale motivo la Mercedes veniva ancora utilizzata? Come è stato possibile sottovalutare un pericolo del genere, permettendo che la principessa salisse proprio su quella macchina?

L’ex guardia del corpo di Lady Diana, Ken Wharfe, sostenne che se la principessa fosse stata ancora sotto la protezione dei servizi britannici, non sarebbe morta. Purtroppo fu lei stessa a rifiutare i bodyguard inglesi e i loro servigi che, in quanto madre del futuro re d’Inghilterra, le spettavano di diritto. Con ogni probabilità questo fu un grave errore da parte della principessa. Tuttavia il medico legale Richard Shepherd, chiamato a intervenire nella prima indagine britannica svoltasi nel 2004, sottolineò che Diana commise lo sbaglio fatale quando non allacciò la cintura di sicurezza la sera dello schianto. I membri della royal family, di solito, viaggiano senza le cinture perché, in caso di pericolo, devono essere in grado di muoversi liberamente per uscire il prima possibile dall’abitacolo. A quanto pare Lady Diana non aveva mai cambiato questa abitudine. Shepherd, che non eseguì l’autopsia sul suo corpo, ma ebbe accesso ai documenti ufficiali, disse: "Se avesse portato la cintura allacciata, forse Diana sarebbe tornata ad apparire in pubblico a pochi giorni di distanza dall’incidente, forse col volto tumefatto, ingessature e costole rotte. Ma sarebbe sopravvissuta. A ogni modo la lesione riportata da Lady Diana è stata una delle più rare, se non la più rara, che io abbia potuto riscontrare durante la mia carriera: si trattava di una lesione piccola, ma nel punto sbagliato”.
Infatti l’unico che indossava la cintura, ovvero Trevor Rees Jones, si salvò, pur riportando serie lesioni al volto.

I soccorsi

Dopo l’accaduto si parlò molto anche delle tempistiche nei soccorsi. Secondo alcuni tabloid passarono troppi minuti dall’impatto all’arrivo della principessa in ospedale. Il medico legale, però, spiegò così l’apparente ritardo: “Dopo l’incidente era perfettamente cosciente. L’impatto, però, aveva provocato la rottura di un piccolo vaso polmonare, causando un’emorragia interna che alla fine si è rivelata fatale. L’intervento chirurgico d’urgenza in ospedale non servì a salvarla”.“Dopo l’incidente era perfettamente cosciente. L’impatto, però, aveva provocato la rottura di un piccolo vaso polmonare, causando un’emorragia interna che alla fine si è rivelata fatale. L’intervento chirurgico d’urgenza in ospedale non servì a salvarla”.". Si rese necessario tentare di stabilizzare sul posto la principessa, prima di muoverla e rischiare di peggiorare una situazione già ampiamente compromessa. I soccorritori non potevano conoscere la gravità della ferita interna di Lady Diana. Sul momento, ricorda il magazine Oggi, quello messo peggio sembrava Rees-Jones.

Nelle settimane che seguirono l’incidente un altro apparente mistero catturò l’attenzione dei media: i campioni di sangue prelevati a Henri Paul sarebbero stati confusi. Subito si rafforzò la teoria del complotto già ben evidenziata sulle pagine di quasi tutti i giornali del mondo. Shepherd, però, ritenne che si fosse trattato di un errore involontario: a commetterlo sarebbe stata la dottoressa Dominique Lecomte, che eseguì l’autopsia sul corpo dell’autista in un’atmosfera per nulla serena. Gli esami dovevano essere portati a termine presto e bene, la pressione era alle stelle e in casi come questo una seria svista può capitare. Il giornale Oggi spiega che Shepherd, analizzando le foto in ordine cronologico dell’esame sulla salma di Henri Paul, si sarebbe reso conto immediatamente della svista: il corpo era a pancia in giù, ma Lecomte aveva dichiarato che il sangue nelle boccette sul tavolo mortuario era stato prelevato dal cuore. Come era stato possibile se l’autista era prono?

Tuttavia ciò non cancellerebbe le responsabilità dell’uomo. Nel libro “Qui a tué Lady D.?” (Chi ha ucciso Lady Diana), gli autori, Bruno Mouron, Jean Michel Caradec’h e Pascal Rostain, sottolineano che il tasso di alcol nel sangue del vice responsabile della sicurezza del Ritz fosse di “1,81 grammi” (tre volte superiore al livello consentito) e, proseguono, “in quelle condizioni non aveva diritto a guidare alcuna automobile”. Inoltre pare facesse uso di antidepressivi. Gli autori del volume hanno ricavato queste informazioni leggendo gli atti dell’inchiesta, ma la famiglia di Henri Paul ha sempre smentito i risultati dell’indagine.

Ipotesi di omicidio

Lady Diana era incinta al momento dell’incidente? Questo è il mistero più grande intorno alla morte della principessa. Mohamed al-Fayed ha sempre sostenuto che Lady Diana aspettasse un figlio da Dodi e che la coppia avesse pianificato di sposarsi il prima possibile. I tabloid hanno insistito per anni su delle presunte rotondità della donna che sarebbero ben visibili dalle fotografie scattate durante l’ultima crociera.
Al-Fayed è certo che Diana sia stata uccisa dai servizi segreti britannici proprio a causa della sua (presunta) gravidanza. La royal family, secondo lui, non avrebbe tollerato lo scandalo di un bambino musulmano fratellastro di William, futuro re d’Inghilterra. Dunque la principessa sarebbe stata assassinata poiché ormai era diventata una minaccia, un personaggio scomodo, ingestibile, capace di creare attorno a sé troppo “rumore” con il suo comportamento giudicato sopra le righe.

L’ipotesi di Mohamed al-Fayed rasenta le più torbide teorie complottistiche. È vero che un eventuale erede di Diana e Dodi (o di Diana e Hasnat, è bene ricordarlo) sarebbe cresciuto in seno all’islam, come prescrive la stessa legge musulmana. È altrettanto vero che la situazione avrebbe avuto l’effetto di un terremoto sui Windsor. Eppure siamo certi che questo basti per ordire una trama degna di un libro di Ian Fleming e uccidere una persona? Per quale ragione, poi, servirsi di una semplice Fiat Uno, come ipotizzato in alcune teorie di complotto?

Subito prima dell’ultima crociera con Dodi, Lady D. trascorse alcuni giorni con l’amica Rosa Monckton. Dopo l’incidente quest’ultima dichiarò con forza che la principessa aveva avuto il ciclo proprio mentre era in vacanza con lei.

Secondo le ricerche eseguite da David Cowan, ex direttore di Scienza Forense del King’s College di Londra, Lady D. non poteva essere incinta al momento della morte: le analisi sono state condotte sette anni dopo la tragedia su un campione di sangue prelevato dallo stomaco della principessa al momento del ricovero in ospedale. Come riporta l’Express il campione ematico venne prelevato perché Diana ebbe bisogno di trasfusioni. Le indagini su una possibile gravidanza, però, vennero svolte sempre nel 2004, nell’ambito dell’inchiesta più ampia, aperta dall’allora capo di Scotland Yard Sir John Stevens, che mirava a stabilire anche altri due fatti di primaria importanza: se il sangue prelevato all’autista Henri Paul appartenesse davvero a lui e per quale motivo venne eliminata dalla Mercedes la macchia lasciata dall’impatto con la Fiat Uno. Fu Richard Shepherd a mettere il punto sulla questione del possibile stato interessante di Diana. Lo scorso anno, infatti, il medico dichiarò al Daily Mail: “Patologicamente non c’erano prove che la principessa Diana fosse incinta”.

Nonostante tutto Mohamed al-Fayed non arretrò mai neanche di un millimetro dalle sue posizioni. Era convinto che la famiglia reale avesse voluto nascondere la scomoda gravidanza della principessa imbalsamandone il corpo in tutta fretta. Il giornale Wired evidenzia che l’imbalsamazione si rese necessaria al fine di predisporre la visita del principe Carlo, delle sorelle della defunta e del presidente francese Chirac.

La lettera di Lady D.

L’ipotesi del presunto assassinio paventata dal miliardario egiziano tornò alla ribalta nel 2007, quando spuntò una missiva scritta da Lady D. dieci mesi prima della morte e pubblicata dal Daily Express, che la definì “agghiacciante”. Nella lettera Diana accusa il principe Carlo di volerla uccidere per potersi sposare con Camilla, dichiarando: “Questa fase della mia vita è molto pericolosa. Mio marito sta pianificando un incidente d’auto con la mia macchina, un guasto ai freni e una ferita mortale alla testa, in modo da sgomberare la strada per potersi sposare di nuovo”.

Il drammatico messaggio sarebbe stato affidato al maggiordomo Paul Burrell “come forma di assicurazione sulla vita”, come riporta La Repubblica. Secondo gli investigatori, però, alla missiva mancherebbe la prima pagina con la data e il destinatario. Nel 2010 il documento venne presentato all’udienza preliminare presso l’Alta Corte di Londra. L’avvocato degli al-Fayed, Michael Mansfield, inoltrò una richiesta di comparizione per la regina Elisabetta e il principe Filippo. Il giudice la respinse, reputandola inappropriata e non necessaria.
Non sono mai state trovate prove di un coinvolgimento dei servizi segreti britannici e della stessa royal family negli avvenimenti della notte del 31 agosto 1997. La lettera mostra la paura in cui era sprofondata Lady Diana, ma non possiamo confondere i sentimenti e le opinioni (più o meno fondati), con i fatti.

Oggi noi sappiamo che l’incidente in cui morì una delle donne più famose del mondo sarebbe stato causato, a quanto risulta, da un autista che avrebbe bevuto troppo e da un’auto in condizioni non ottimali. L’inseguimento dei paparazzi, la velocità del veicolo, la mancanza delle cinture di sicurezza e i repentini cambi di destinazione ordinati da Dodi al-Fayed avrebbero fatto da corollario a una tragedia annunciata.

La reazione della royal family

La morte di Lady Diana destabilizzò anche la famiglia reale. I Windsor, infatti, non si aspettavano la reazione commossa di tutta la nazione e del mondo intero. Conoscevano bene il fascino che la principessa esercitava su chiunque la incontrasse, ma forse non ne avevano mai compreso fino in fondo la reale portata. La ex moglie del principe Carlo aveva il dono di saper comunicare con le persone in maniera più efficace, moderna e persuasiva rispetto alla famiglia acquisita. Un carisma innato che, comunque, Diana aveva affinato in modo intelligente con gli anni e l’esperienza.
Per la gente divenne un punto di riferimento, un’icona. La sua fine prematura fu un colpo duro per l’opinione pubblica.

Quando, in piena notte, la regina Elisabetta ricevette la notizia della tragedia si trovava in vacanza a Balmoral come ogni anno. Nonostante i consigli del suo staff decise di non tornare subito a Buckingham Palace. L’Express riportò la spiegazione che Tina Brown, autrice del libro “The Diana Chronicles”, aveva dato in merito durante un’intervista per il documentario “Diana: 7 days that shook the Windsors”, trasmesso su Channel 5. La scelta della sovrana, in apparenza incomprensibile, era stata bollata dai sudditi con le poco edificanti etichette di negligenza e freddezza. La Brown, invece, dichiarò: “Tutti si erano radunati attorno ai giovani principi. Era la prima volta in un lungo regno che la regina pensava prima alla sua famiglia e poi al suo popolo: dovremmo ammirarla per questo gesto. Le sue attenzioni erano tutte per i suoi nipoti e non stava pensando a come questo comportamento sarebbe stato giudicato dai media”.

Nel documentario di Channel 5 il giornalista Alastair Brown aggiunse: “C’erano due ragazzi che avevano perso la madre: non credo che ci sia un essere umano al mondo che non reagirebbe così a un evento tanto importante”. La regina voleva soltanto proteggere William e Harry dal clamore mediatico in un momento terribile per loro. Per questo impedì qualunque contatto dei ragazzi con radio e televisioni, ritardando di alcune ore l’inevitabile annuncio. Bisognava spiegare a due adolescenti che non avrebbero mai più rivisto la loro mamma. La vita sarebbe cambiata in un battito di ciglia e ci sarebbero state enormi ripercussioni sul loro futuro. In quel frangente Elisabetta II si comportò prima da nonna e poi da sovrana.

L’opinione pubblica, però, non comprese le ragioni della royal family. Non subito, almeno. Nei giorni immediatamente successivi alla morte di Lady D. la Corona inglese toccò uno dei punti più bassi di popolarità in tutta la sua storia. I giornali azzardarono perfino l’ipotesi che la presunta mancanza di rispetto verso Diana avrebbe presto comportato la caduta della monarchia nel Regno Unito. È difficile valutare l’attendibilità di uno scenario simile, soprattutto perché i fatti si susseguirono in maniera molto veloce e sull’onda di un’inaspettata e incontrollabile emotività.

Anche il principe Filippo, come il resto dei Windsor, scelse la linea del silenzio e si strinse attorno ai nipoti cercando di distrarli con le escursioni in montagna e la pesca. Invece Il principe Carlo, addolorato e disorientato, voleva a tutti i costi recarsi a Parigi. La regina non gli diede il permesso di usare gli aerei della Queen’s Flight.
Del resto Diana non faceva più parte di quella famiglia reale che, per anni, aveva sfidato a viso aperto. Invece di parlarsi a quattr’occhi, Carlo ed Elisabetta diedero vita a un vero e proprio “braccio di ferro” dialettico attraverso i loro rispettivi staff. Ne seguì una situazione di stallo che solo Robin Janvrin, allora vice segretario particolare della sovrana, riuscì a sbloccare. L’uomo affrontò con garbo e determinazione Elisabetta, dicendole: “Che cosa preferirebbe Ma’am, che Lady Diana tornasse con un furgone di Harrods?”. Poche parole più affilate di un pugnale che convinsero la regina, consentendo al principe Carlo di recarsi a Parigi su un volo della Queen’s Flight.

Più complicato fu riconquistare il cuore dei sudditi. Tony Blair, all’epoca Primo Ministro, insistette con Elisabetta affinché pronunciasse un discorso pubblico in memoria dell’ex nuora. La sovrana, all’inizio piuttosto scettica, accettò. Il 5 settembre, giorno precedente ai funerali della principessa, affrontò il popolo parlando in tono franco, asciutto, ma mai distaccato.

Il 6 settembre 1997 più di due miliardi di persone seguirono la diretta televisiva dell’addio a Lady Diana (per il matrimonio erano 800 milioni). Esequie di Stato a cui suo malgrado la royal family dovette acconsentire, benché l’amata madre di William e Harry non fosse più una Windsor. Anche in questo frangente, purtroppo, vi fu una polemica molto dolorosa. Come riporta Il Messaggero, il fratello di Lady Diana rivelò in una intervista alla BBC che William e Harry sarebbero stati costretti a seguire la carrozza che trasportava la bara della loro mamma. A quanto pare, infatti, il principe Carlo sarebbe stato vittima di minacce. I servizi segreti britannici gli avrebbero consentito di partecipare al funerale della ex moglie solo a condizione che i suoi figli lo accompagnassero. La ragione di questa imposizione starebbe nella volontà degli apparati di sicurezza di proteggere l'erede al trono e salvaguardarne l'integrità (a discapito della sofferenza di due adolescenti, ammesso che il retroscena risulti vero). Se questa indiscrezione fosse provata, la notizia di 22 anni fa, secondo la quale William e Harry avevano deciso di loro spontanea volontà di seguire il carro funebre, sarebbe falsa.
Nonostante ciò, al passaggio del feretro Elisabetta II chinò il capo in segno di rispetto, dettaglio che fu molto apprezzato dai sudditi. Quel giorno Tony Blair coniò per la defunta la definizione, mai più dimenticata, di “principessa del popolo”.

Elton John rese omaggio all’amica di sempre con un adattamento della canzone “Candle in the wind”, che aveva già dedicato a un’altra donna celebre, scomparsa a 36 anni proprio come Lady D.: la bellissima Marilyn Monroe.

Lady Diana visse davvero come una candela nel vento. Una fiamma in apparenza troppo fragile per poter resistere eppure, al tempo stesso, così forte da riuscire a riaccendersi dopo ogni tempesta. Più luminosa di prima. Finché una notte d’estate non fu il destino a spegnerla per sempre.