La vera cultura italiana non finirà mai. La casta degli intellettuali è già finita

Il dibattito c'è ancora ma ha abbandonato le torri d'avorio

La vera cultura italiana non finirà mai. La casta degli intellettuali è già finita

Per gentile concessione dell'editore Rizzoli, pubblichiamo uno stralcio di Sveglia, Occidente di Oriana Fallaci in uscita oggi. È lo stralciodi una lettera sulla cultura inviata all'Europeo.

di Oriana Fallaci

Direttore, diciamo subito che a me sembra molto imprudente avventurarsi su un terreno insidioso come un discorso sulla cultura. È un terreno senza confini e, nella sua vastità, uno rischia di perdersi in fatti superficiali e dunque di rompersi l'osso del collo. Io, appena ho visto che strada infilavi, ho scosso la testa e ho pensato: Non lo seguirò. Da certe trappole è meglio tenersi alla larga. Ma sono donna imprudente, è noto. Pei rischi ho una specie di attrazione maligna e, in molti sensi, sono la nipote di Bruno Fallaci: non so starmene zitta, specie se la faccenda mi riguarda un poco. E questa mi riguarda un poco, anzi molto. Appartengo anch'io a quel popolo i cui cervelli, secondo te, avrebbero smesso di pensare. Faccio parte anch'io di quella cultura che, secondo te, sarebbe oggi un cimitero di anime morte. Certo, bisognerebbe anzitutto decidere cosa intendi con la parola «cultura». Ciò che intendono gli antropologi per cui ogni manifestazione di società organizzata è cultura, compresi i riti cruenti e il tam-tam, oppure ciò che intendono i bramini del sapere, per cui la cultura è cibo esclusivo di una casta chiusa nella sua torre d'avorio? Il primo concetto mi lascia perplessa perché è troppo facile, comodo, e pericoloso. Se anche mangiare il nonno o divorare il fegato del nemico è cultura, allora tutto è cultura; perfino la televisione italiana nel momento in cui ci trasmette Canzonissima e Rischiatutto, perfino la mafia e il fascismo, perfino i furti delle opere d'arte e il cingomma. Il secondo concetto invece mi irrita perché il sapere fine a se stesso è un albero privo di foglie e le torri d'avorio non servon neanche a chi ci sta. Cosa servì allo zio Bruno aver scritto pagine meravigliose che poi bruciò? Sviluppando le estreme conseguenze di tale cultura, si arriva al Dalai Lama che intervistai nel suo esilio di Dharamshala. Povero Dalai Lama. Dall'età di sei anni, prigioniero di monaci eruditi e spietati, non s'era nutrito che di filosofia-astronomia-poesia e, a trentatré anni, non aveva che un sogno: fare il meccanico. Quel che è peggio, ai suoi sudditi non aveva nemmeno insegnato che esiste una cosa chiamata elettricità. Di conseguenza, guarda: io preferisco credere che per cultura tu intenda ciò che intendeva lo zio Bruno prima del falò, cioè quando la trasferiva ai giornali e alle donne. Diciamo l'insieme delle conoscenze che assimilate e diffuse contribuiscono a nutrire il cervello di tutti, a rendere più accettabile la fatica d'essere nati. Diciamo la somma delle nozioni che digerite e scambiate servono a non mangiare il nonno, a non guardar Rischiatutto, a non giudicare bellissimo l'Ultimo tango a Parigi, a non bruciare i boschi ed anzi a piantare un cipresso nel punto giusto. Come vedi, qualcosa che inevitabilmente sfocia in un giudizio morale ed estetico: sfidando le trappole che la morale e l'estetica portano dentro di sé. Allo stesso tempo, qualcosa che si inserisce nella vita e nella realtà quotidiana. Sono arrivata al dunque, o ad uno dei dunque. Perché tu affermi che la cultura italiana ha fallito, non agita, non discute, non ha eco nel Paese, si isterilisce in un lavoro privo di rispondenza con la realtà. Chiedi aiuto a Zavattini il quale ti dichiara che non solo la cultura ma l'uomo di cultura è finito, e per prima cosa ti rispondo: ma i giornali dove li metti? Le idee, le discussioni, che vengono sollevate dai giornali dove le piazzi? Non vorrai mica limitare la stampa d'oggi a un compito di informazione e basta? Perché, anche se fosse così, ti ricorderei che il primo veicolo della cultura è l'informazione: non esiste cultura senza informazione. Ma, poiché non è così, ti ricordo che coi giornali noi offriamo molto più dell'informazione. E qui permettimi un atto d'orgoglio. Se vuoi, di superbia. Io non credo che un mio reportage dal Vietnam, una mia inchiesta nel Medio Oriente, una mia intervista con Henry Kissinger o Hailé Selassié o Giovanni Leone siano meno importanti di un romanzetto scritto da una Françoise Sagan. Non credo che un mio reportage sui bambini di una scuola elementare o un mio ritratto di Mastroianni siano intellettualmente inferiori a una poesia di Carducci. Questo lavoro io lo ritengo un esercizio di cultura, mi ci consumo come ci si consuma in un esercizio di cultura, e i giornali li vedo come i messaggeri più vivi dell'intelligenza. Non ti sei accorto, facendoli, che hanno sostituito i salotti letterari e i cenacoli? Non ti sei accorto, dirigendoli, che grazie a loro le notizie e le idee non sono più un lusso riservato a una minoranza di eletti che frequentano il salotto della contessa Maffei tra un fruscio di sete e un luccicar di gioielli? Non sono nemmeno più un privilegio degli intellettuali che si riunivano al caffè delle Giubbe Rosse, quando a saper leggere erano in pochi. Oggi sanno leggere tutti. E, se è vero che abbiamo perso l'arte di conversare e discutere intorno a un tavolino, tu per primo perché te ne stai sempre solo e se non stai solo stai zitto, è anche vero che lo scambio di idee non si fa più a voce ma leggendo.

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