Spie, preti e mercanti Italiani alla conquista del Grande Nord

Nevi eterne, marce sul ghiaccio, incontri con popoli sconosciuti che abitano il Grande Nord. E ancora i kayak fatti di pelle, navi imprigionate dai ghiacci, misteriose tribù che conoscono i segreti dell’Ultima Thule... Un elenco del genere evoca immediatamente l’epopea dei vichinghi, le spedizioni di Robert Edwin Peary nell’Artide, i racconti di Jack London oppure il naufragio di Willem Barrents alle Swallabard.
Invece, i viaggiatori che, a partire dal XIV secolo, affrontano queste prove sono italiani. Sono quegli esploratori, letterati ma avventurosi, che il nostro Paese ha prodotto in sovvrabbondanza e dimenticato con troppa fretta. Sì, perché quando si parla di italiani al Polo la memoria comune inizia e finisce con Ambrogio Fogar o al massimo la leggendaria «Tenda rossa».
A ridarci una prospettiva storica, si è impegnato Franco Brevini con La sfinge dei ghiacci. Gli italiani alla scoperta del Grande Nord (Hoepli, pagg. 636, euro 34). Il libro, a metà tra il saggio e l’antologia, raccoglie le testimonianze di quei viaggiatori, a partire dai veneziani fratelli Zeno, che hanno sfidato i ghiacci artici, chi sbagliando rotta, chi per spirito d’avventura, chi alla caccia di nuove rotte economiche (come il mitico passaggio a Nord-est). E se Brevini in ogni capitolo ricostruisce le vicende con piglio scientifico e storiografico di grande precisione (è professore di Letteratura italiana all’università di Bergamo) i brani d’epoca, che chiudono ogni capitolo, hanno un fascino eccezionale e regalano al lettore la sensazione di immergersi in una secolare cultura dell’esplorazione che ricostruisce tutti quei legami perduti che saldano Marco Polo al Generale Umberto Nobile e al suo dirigibile Italia.
Tanto per fare qualche esempio, leggete questo resoconto sui kayak: «Le barche de’ pescatori si fanno con le navicelle che usano li tessitori nel far la tela; e tolte le pelli de’ pesci le formano con alcuni ossi... e, cucite insieme e poste in più doppi, riescono sì buone e sicure che... lasciano portarsi dall’onde e da’ venti per il mare senza alcun timore o di rompere o di affogarsi, e se danno in terra stanno salde a molte percosse». Risale a un viaggio con naufragio avvenuto tra il 1383 e il 1387 e compiuto da Nicolò e Antonio Zeno, due mercanti che lasciarono in eredità ai propri avi scritti e lettere che descrivevano quel mondo nordico così strano, verso il quale li aveva condotti una tempesta. In questi scritti si trovano anche notizie fantasiose difficilmente riferibili a fatti o cose viste di persona, ma che rappresentano l’eco dei viaggi vichinghi sino alle coste del Nord America (voci che dunque nell’ambiente veneziano potevano circolare già agli inizi del Quattrocento). E se il documento dei fratelli Zeno è stupefacente per antichità, il Viaggio e naufragio di Pietro Quirino, gentiluomo viniziano - riferito al viaggio del 1431-32 alle isole Lofoten - che circolò prima in forma manoscritta e venne poi editato a stampa nel Cinquecento dal geografo umanista Ramusio, è incredibile per la sua epicità. Il dramma dei naufraghi sembra anticipare di secoli quello del capitano Ernest Henry Shackleton (1874-1922) nelle acque del Polo Sud: «Mancandone in tutto ogni sostanzia del cibarci e del bere, andavamo vagando sopra il lito del mare... E levando la neve in alcuni luoghi, trovavamo certa erba che con la neve mettevamo in la caldiera... Né però ci poteva saziare... piuttosto vita bestiale che umana».
Del resto avvicinandosi ai giorni nostri i viaggiatori italiani si moltiplicano e le loro narrazioni non si limitano più ad essere scarni, per quanto affascinanti, diari di bordo: assumono il piglio della grande narrazione di viaggio dell’esplorazione etnografica. A volte si tingono quasi di giallo, come nel caso dei viaggi nordici del sacerdote Francesco Negri che, in pieno Seicento, fu il primo italiano e il primo europeo a raggiungere Capo Nord, e per di più in inverno. Non solo. Francesco Negri non viaggiava per semplice diletto o spirito d’avventura, svolgeva probabilmente attività d’intelligence (come si direbbe oggi) nei Paesi protestanti per ordine della Santa Sede, una «spia che viene dal caldo» che si spingeva alle alte latitudini per scoprire informazioni e diffondere il verbo cattolico. I suoi racconti però tralasciano le beghe religiose del «secolo di ferro» e spaziano invece tra il gusto del meraviglioso (sua è la prima descrizione degli sci in Italia) e l’acrimonia del nascente spirito di osservazione scientifica: «Tutta questa lezione io l’ho imparata da questi libri dell’esperienza... I quali non erano noti al tempo di Aristotile; e di Galeno... E Aristotile ... ora stimerebbe bene Cum re mutare consilium; se caminnassero sopr’al mare aghiacciato, non lasciarebbero scritto che il Mare non può agghiacciarsi». Ecco poi come fornisce una delle prime descrizioni realistiche delle balene, smentendo il «mito» di mostri marini grandi come isole: «La grandezza (di una balena, ndr) e figura sono molto differenti dal supposto di alcuni scrittori, che esagerano, paragonandola all’isolette, o agli scogli... una delle maggiori della Finmarkia avrà la lunghezza di quaranta, cinquanta piedi...».
E se personaggi come padre Negri saranno per molti una vera e propria scoperta, anche alcune avventure novecentesche più note come quelle della nave Stella Polare comandata dal Duca degli Abruzzi, o le spedizioni del dirigibile Italia divengono molto più vive se raccontate con brani di pugno dei protagonisti.
Ma non c’è solo eroismo e culto dell’impresa. Tra i meriti di Franco Brevini c’è anche quello di aver antologizzato autori che del freddo e del buio polare raccontano il versante prosaico. Come il caustico Paolo Monelli: «Per molte settimane d’estate il sole non tramonta mai su questi paesi oltre il circolo polare... Il sole non tramonta, ma la sera viene lo stesso. Ed è una sera desolatamente triste».
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