Da Spilimbergo a Longaretti «La donna» nel ’900

U na felicità incerta. Adriano Spilimbergo, uno degli artisti più amati negli anni Trenta dal critico Leonardo Persico che vedeva in lui «..l’annunzio di una pittura lombarda», era il rinnovatore del «valore della visione»; una pittura apparentemente semplice diffusasi nei primi del Novecento e continuata sotto gli influsso dell’impressionismo e del post-impressionismo, della Scuola di Parigi, del primitivismo di Rousseau. E’ in questo periodo che si inseriscono i Chiaristi: accanto al protagonista De Rocchi, Del Bon, Lilloni, De Amicis, solo per citarne alcuni.
La luminosità delle alpi, le nature morte come «Fiori» che nascondono tinte soffici e aurorali, le «Venezie» di vetro, una lezione impartita da Utrillo e Matisse, nonchè da un tardivo Monet, «Ponti di Parigi», «Portofino», «Rimini», «Cantieri sul algo», sono solo alcuni dei numerosi quadri esposti nella sala grande della Galleria Ponte Rosso, di via Brera 2, sede deputata del grande Novello che a Brera aveva fatto della Galleria dei Consonni la sua sede artitica.
Insieme a questa bella mostra curata da Elena Pontiggia, la galleria ospita anche una collettiva dal titolo «La donna dipinta» a cura di Stefano Crespi, aperta come la mostra di Spilimbergo fino al 28 febbraio.
Il richiamo cade inevitabilmente sulla trasformazione dell’intero universo artistico femminile, dal concetto di memoria all’inesauribile percorso di corpo, emozione, luce, colore, stile, profondità, gesto e contenuto esistenziale, In tutta la parabola del Novecento la donna l’immagine della donna nell’arte è sempre stata presente con i cambiamenti del costume, testimone della storia ma anche della vita sociale e civile di un paese. Da Ambrogio Alciati con la bella «Figura in rosso» a Alselmo Bucci» con «Ritratto di Madame Maré» fino a Mario Vellani Marchi (scenografo della Scala e inviato del Corriere)con «La lettrice» un olio degli anni Trenta. Un’immagine che rimanda a Ingres per posizione, nudo, drappi e poi ancora «Figura di donna nuda» di Ugo Villani Marchi, così diverso dal dipingere di Raffaele De Grada e da Cristoforo DE Amicis con «Mattino d’estate», donne picassiane diverse dai nudi vellutati di Lilloni o dai ritratti borghesi di Spilinbergo. Tento Longaretti rifà il verso con le sue donne a colori e figure filiformi e cupe di un Sironi, ma si sa che i tempi cambiano e allora si può ammirare di Cesare Montri «La dattilografa» un’olio delizioso, elegante del 1929.