Paese che vai, animale che trovi. Segno del ciclismo globalizzato, che si è allargato, allungato e spalmato su tutto il pianeta. Dal gatto di Marco Pantani, che finì per le terre giù dal Valico del Chiunzi al Giro 1997, ai canguri del Tour Down Under, che domenica scorsa hanno attraversato saltellando il percorso al passaggio della corsa e alcuni corridori sono finiti per terra. L'australiano Jay Vine, leader dell'Uae Team Emirates, nonostante anche lui sia stato costretto a mettere piede a terra, è riuscito ad aggiudicarsi la corsa.
Il fatto è successo quando mancavano 95 chilometri al termine della quinta e ultima tappa della prima corsa stagionale. "Due di loro si sono fatti strada tra il gruppo", ha raccontato Vine a proposito dei canguri, spiegando che questi animali sono la cosa più pericolosa del ciclismo in Australia. "Per fortuna sto bene". Più acciaccato il compagno di squadra Mikkel Bjerg, che nella caduta è rimasto ferito nell'incidente con i marsupiali e non ha concluso la tappa.
Dai gatti ai cani, dai cavalli bizzosi ai cervi, ora i canguri, ma anche i cammelli nei deserti dell'Alula o dell'Oman Tour. Segno dei tempi, segno inequivocabile della globalizzazione sportiva, che porta ormai i corridori a gareggiare su ogni superficie e ad ogni latitudine. Nel linguaggio zoologico del ciclismo si è passati dall'Airone Coppi al Re Leone Cipollini.
Dall'Aquila di Toledo (Federico Bahamontes) allo Squalo dello Stretto (Nibali). Dal le blaireau il tasso (Hinault) allo scatto del fagiano o fagianata (progressione lenta, quasi impercettibile). Ora i canguri australiani, che travolgono diversi ciclisti. Per loro: la figura dei polli.