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Che stupidità, «Cera» una volta Di Luca L’abruzzese positivo nell’ultimo Giro

Anche Di Luca: via, un altro campione senza valore da rottamare in discarica. L’ultimo di una lunga serie, di una lunga serie che non sembra avere mai un ultimo. Impallinato ai controlli antidoping in due tappe dell’ultimo Giro, Arenzano (20 maggio) e a Benevento (28 maggio), un Giro concluso alle spalle di Menchov, rischiando seriamente di vincerlo.
Sorvolando sulle sue reazioni, che come in tutti gli ultimi dieci anni di scandali non hanno nemmeno stavolta il pregio della fantasia («Sono incredulo, non ho preso niente, chiederò le controanalisi in un altro laboratorio, se finisce così lascio il ciclismo»), più interessante rilevare come persino Di Luca risulti vittima del famigerato Cera, cioè l’Epo di terza generazione. Dico “persino”, perché onestamente non sembra possibile che un campione assuma questa sostanza al Giro d’Italia, dopo un anno ininterrotto di casi scoperti, a partire dall’Ultimo Tour, per passare ai Giochi di Pechino. Eppure, anche Di Luca cade sul Cera. Colpevole due volte: di truffa sportiva, ma anche di stupidità umana, visto che tutti quanti, nel mondo dello sport, hanno ormai capito benissimo come il Cera sia facile preda dei cecchini antidoping.
Non c’è niente da fare: questa metastasi continua a seminare danni irreparabili. Sanno di rischiare, ma continuano imperterriti a rischiare. Di Luca era un volto molto amato dai tifosi, soprattutto per la sua tenacia e la sua combattività. Evidentemente non gli bastava. Con il Giro a portata di mano, dev’essersi detto che il rischio valeva la candela. Per battere Menchov mi basta pochissimo, un piccolo aiutino: e via con l’aiutino. Finisce nel solito modo. Come per Sella, Riccò, Rebellin. Anch’egli passa alla storia nel modo più umiliante. I posteri racconteranno la sua storia partendo dalla fine: Cera una volta Di Luca.
E dire che Di Luca aveva già subìto le sue tortuose tribolazioni, nel ramo doping. Come dimenticare i guai per le frequentazioni nello studio del dottor Santuccione, un medico radiato e infrequentabile per regolamento. Allora Di Luca si difese dicendo che Santuccione era il suo medico di famiglia, che lo frequentava sin da bambino. Adesso è un po’ più dura: a trentatre anni, dopo lunga e disonorata carriera, il pescarese dovrà ripresentarsi davanti a quel suo Abruzzo che durante il Giro diceva di voler rappresentare come una bandiera, citando le ataviche prerogative di carattere e di resistenza. Non sarà facile, andando avanti, girare ancora per borghi e contrade della sua terra. Il tradimento è pesante. Il suo pubblico chiede conto.
Il resto dei discorsi diventa persino stucchevole. Troppe volte si sono ripetute le stesse litanie. Le chiacchiere, però, ormai stanno a zero. Fino a quando la squalifica per doping resterà ferma a due anni, il doping continuerà ad essere un affarone, per l’atleta. Si rischia, si guadagna, al massimo si fa un po’ di vacanza se arriva una squalifica. Ma basta che faccia un nome, che in qualche modo confessi qualcosa, perché i due anni vengano addirittura dimezzati. Proprio così: il doping può pesare sulla vita di un atleta meno di una frattura. Hai voglia di sperare che smettano. Per dire: il popolare Sella si è già rimesso a correre, Riccò quanto prima. Dopo aver distrutto, rispettivamente, un Giro e un Tour. Soltanto l’anno scorso.
E allora? Mi ripeterò, consapevole di dare noia: a mali estremi, estremi rimedi. Nei periodi di emergenza, servono misure draconiane. Il doping non sparirà mai dallo sport, questo lo sappiamo, ma almeno deve diventare molto, molto, molto rischioso anche in termini di carriera: chi viene pizzicato va estromesso con biglietto di sola andata. Deve cambiare mestiere, se ne trova un altro. Comunque non può più ripresentarsi alle gare, bello come il sole, magari pure con la medaglia dell’eroe che ha collaborato con la giustizia, sorridendo in faccia ai tifosi traditi.
In termini tecnici, questa cosa si chiama radiazione. Da un punto di vista sportivo, ormai, è legittima difesa.

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