Diego contro il Diavolo. Romanzo anche sociale

Maradona e il Milan è stato il primo romanzo picaresco del calcio leggendario di quel finale spettacolare degli anni ottanta

Maradona e il Milan è stato il primo romanzo picaresco del calcio leggendario di quel finale spettacolare degli anni ottanta. Diego da una parte, alle spalle una città che l'adorava e l'avrebbe seguito all'inferno, una squadra dall'altra che non puntava su un fuoriclasse ma su un gioco e su una formula che poi riconobbero in tanti come rivoluzionaria. «Chi marca Maradona?». Prima della sfida d'andata datata gennaio 1988, fu questa la domanda scontata rivolta ad Arrigo Sacchi appena arrivato nel calcio di serie A scovato a Parma dagli occhi di Silvio Berlusconi. «Tutti e nessuno» fu la risposta irriverente per i sacerdoti della marcatura a uomo che stava per essere seppellita. Finì 4-1 per il Milan di Gullit e Virdis quel pomeriggio rigido e fu l'inizio di un suggestivo duello che proseguì negli anni fino a diventare il simbolo di una inedita rivalità calcistica e sociale, sud contro nord. Nella sfida di ritorno, 1 maggio 1988, Maradona si travestì da capopopolo e rivolse ai suoi una richiesta particolare: «Non voglio vedere neanche una bandiera rossonera allo stadio». Lo accontentarono, naturalmente. Ma non riuscirono a evitare l'epilogo amaro: un'altra sconfitta, nobilitata da un calcio stellare, 2 a 3 per il Milan. Fu il preambolo al primo scudetto dell'era Berlusconi, l'inizio di una cavalcata lunga 31 anni. A Maradona rimase lo sfizio di fissare con una punizione galeotta la fine del primo tempo. Fu proprio allora che nacque l'idillio tra Diego e Arrigo, tra Maradona e il mondo Milan. I due si annusarono anche durante un ritiro scanzonato organizzato in occasione del raduno della nazionale della Lega, Arrigo in panchina e Diego col numero 10. L'evento si disputò a San Siro, c'era il tempo allora per queste scampagnate. In quelle ore vissute gomito a gomito, probabilmente, nacque un breve colloquio riservato, reso pubblico solo molti anni dopo, nell'estate scorsa, da un'intervista di Sacchi a il Giornale. I rapporti del Napoli squadra con Ottavio Bianchi erano conflittuali.

Anzi naufragarono dopo la sconfitta domestica patita col Milan di Arrigo in volo verso lo scudetto. Perciò Diego gli chiese a bruciapelo: «Mister perché non vieni ad allenare il Napoli? Puoi contare su un bel vantaggio: parti sempre da 1 a 0 con me in campo». Sacchi non ebbe bisogno di prendere tempo per confezionare la replica. Gli rispose al volo: «Lo so caro Diego ma quando tu avrai un infortunio o una squalifica come faremo?». Ebbe il pudore di dirgli no attraverso un interrogativo retorico come è d'uso tra campioni di sport che si stimano e si rispettano da cima a fondo perché inseguiti da identica ossessione, quella della vittoria stregando il rivale. Il duello tra Diego e il Milan non finì nemmeno allora e proseguì anche nell'anno della famosa monetina, stagione ricca di veleni e di polemiche, di arbitraggi contestati scandita alla fine dallo scudetto del Napoli di Bigon e dalla coppa dei Campioni del Milan a Vienna. La sera dello snodo decisivo (sconfitta dei rossoneri a Verona), Diego Armando ospite in tv alla Domenica sportiva commentò un fallo in area su Van Basten ignorato dall'arbitro Rosario Lo Bello. «Questo è rigore» sentenziò. Perché quelli come Maradona non sanno mentire.

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