La famiglia Italia è nata dalle ceneri

Belotti: "Il gruppo come un padre che abbraccia il figlio". A partire dallo staff di Mancini

Dalle ceneri della dolorosa eliminazione (13 novembre 2017, perso lo spareggio con la Svezia e la partecipazione al mondiale Russia 2018, 0 gol in 180 minuti), è risorta una Nazionale che segna, vince, convince, ammalia il pubblico e suggerisce sentimenti di orgoglioso riscatto dalla lunga notte del virus. Allora Daniele De Rossi, bandiera di un gruppo in disarmo e disconnesso rispetto alla guida tecnica, si rifiutò di obbedire all'idea sbagliata di subentrare suggerendo di preferirgli Insigne, qui lo stesso Lorenzo è diventato la musa di questa Italia padrone del gioco e Berardi, subentrato a Bernardeschi, è pronto nel confezionare il fiocchetto del 2 a 0 conclusivo. Questa volta cambiare è servito a migliorare. Anzi è servito addirittura a scoprire il tesoro di energie e di gioventù che giaceva in fondo al pozzo del calcio italiano. Bisognava scavare per portarlo alla luce. «Siamo una famiglia. È come quando un padre abbraccia il proprio figlio» è il commento di Andrea Belotti dopo il 2 a 0 di Reggio Emilia per segnalare quel cemento utilizzato da Roberto Mancini, ancora bloccato a casa causa Covid-19, per rimettere in piedi un gruppo ridotto all'anno zero dalla sciagurata gestione Ventura. È vero: c'è anche questo aspetto molto intimo che luccica dietro l'ultima prova con la Polonia, disarmata nel suo centravanti più temuto, Lewandowski, e ridotta a subire per tutta la sera.

Roberto Mancini è uno che ama circondarsi di volti amici, di sodali fidatissimi. Nessuna meraviglia quindi se al suo fianco c'è Chicco Evani, il suo qualificato vice, passato dal Milan di Sacchi alla Samp ai tempi, oltre a Lombardo e Salsano, con Vialli capo-delegazione, tutti capaci di parlare la stessa lingua del ct, di replicare gli stessi insegnamenti e coltivare gli stessi valori. Accadde anche in azzurro ai tempi di Sacchi ct: clamoroso fu il rendimento differente tra l'eccellenza toccata nella Samp campione d'Italia e la resa discutibile nel club Italia dal quale rimase escluso durante il mondiale del '94, a favore di Zola. C'è anche l'altro intreccio psicologico tra la Nazionale, isola felice di un calcio che vive di tamponi, polemiche e veleni. È una specie di antidoto alla depressione, allo stress e alle preoccupazioni che il campionato procura ogni giorno. È come se il veicolo azzurro consentisse di attraversare il tunnel buio e di raggiungere la lucina rappresentata dal prossimo europeo e dalla possibilità di organizzare il torneo finale della Nations league.

Di sicuro Roberto Mancini è più affezionato al prodotto calcistico del suo lavoro che cominciò tra temute decadenze e riscattata subito, al primo raduno, quando d'improvviso spuntò il nome, sconosciuto ai più di Zaniolo, scoperto durante un raduno dell'under 19. Perciò alla fine se la formula famiglia funziona è perché rappresenta la somma di tutti questi fattori esaltati dall'idea di calcio che sta in cima a tutto. E cioè la voglia di diventare padrone del campo e del gioco, palleggiando in faccia al rivale, come han fatto gli azzurri prima di giungere all'assist per Berardi del secondo sigillo.

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