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Le grandi manovre

Fitto colloquio tra Marotta e il ministro Giorgetti al galà per gli olimpici. Il nodo Malagò al vertice Figc o l'ipotesi commissario

Le grandi manovre
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Cosa ci faceva Giuseppe Marotta, presidente dell'Inter e consigliere federale della federcalcio a Roma, ospite del palazzo del Quirinale mercoledì in occasione della visita al presidente Mattarella della squadra olimpica di Milano-Cortina? E ancora: di quale argomento ha discusso a lungo, con un vecchio amico come Giancarlo Giorgetti, ministro dell'economia, varesino come lui, sotto sotto tifoso juventino come ricorda Matteo Salvini ma ufficialmente sostenitore del Southampton e naturalmente appassionato, come il padre, del Varese calcio dove Marotta cominciò a lavorare da segretario? La risposta, scontata, è la seguente: sono iniziate le grandi manovre che porteranno all'eventuale elezione del nuovo numero uno del calcio italiano. Marotta, come la maggioranza della Lega di serie A guidata da Ezio Simonelli, è favorevole alla candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni, reduce appunto dal successo dell'Olimpiade invernale italiana mentre Giorgetti e il governo sono dell'idea che servirebbe un commissario per avviare le famose riforme di cui il settore ha un disperato bisogno. A sentire il commento di qualche esponente dei due mondi, calcistico e politico ("nonostante riconosca una grande abilità a Marotta, penso che sia più probabile il contrario e cioè che Giorgetti faccia cambiare idea a Marotta") è quasi certo che quel fitto colloquio abbia prodotto un malinconico 0 a 0. Cioè tutti e due siano rimasti sulle rispettive posizioni.

E d'altro canto l'opzione commissario, preferita anche dal ministro dello sport Andrea Abodi, è praticabile - da parte del Coni - in assenza di un dissesto finanziario, solo e soltanto nel caso in cui alle elezioni del 22 giugno si verificasse lo stallo, e cioè nessun candidato raggiungesse il 50% più uno dei voti per essere eletto. Ma c'è un altro aspetto molto caro agli esponenti del calcio che non va sottovalutato. E cioè che la voglia di conservare la propria autonomia rispetto alla politica potrebbe spingere per esempio la Lega Dilettanti a votare Malagò qualora l'ipotesi del commissario diventasse più concreta. Sempre da chi conosce norme e regole, si segnala che anche l'eventuale nomina di un commissario, da sola, non porterebbe automaticamente a un risultato concreto poiché tutti gli eventuali cambiamenti dello statuto (tra cui la modifica dei format dei campionati) devono passare dal voto dell'assemblea. La riduzione della serie A da 20 a 18 squadre, già proposta da Gravina fu bocciata dai club (all'epoca De Laurentiis oggi favorevole votò contro). Non solo: quando sempre Gravina provò a eliminare il diritto d'intesa, una sorta di veto mascherato alle componenti, l'allora presidente della Lega di serie A Casini e Lotito minacciarono di trascinarlo in tribunale. Di qui, secondo questa ricostruzione, l'unica vera riforma utile sarebbe quella di convincere il Coni ad abrogare dai principi informatori dello sport il diritto d'intesa.

Identica la difficoltà nell'accogliere la proposta di Spalletti (un under 19 obbligatorio in campo per ciascuna squadra): sarebbe contro le norme dell'UE. La scappatoia per aggirare l'ostacolo europeo potrebbe diventare l'incentivo da riconoscere ai club, così come fanno nei tre gironi di Lega Pro.

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