Sulle nevi di casa non si passa. A Passo San Pellegrino, a pochi giorni dalla cerimonia d'apertura dei Giochi, Simone Deromedis vince, convince e rilancia. "Per me è un grande sollievo. L'obiettivo per la sfida olimpica è sciare al massimo, sciare sempre bene: in questo sport tutto si gioca per questione di millimetri". È felicissimo il 25enne trentino di Taio, piccolo centro della Val di Non, dopo il secondo trionfo stagionale il primo era arrivato l'11 dicembre seguito dalla dedica al nonno scomparso che gli ha permesso di tornare in corsa per la Sfera di Cristallo (ora è 2° con 133 punti di distacco dal canadese Howden). Campione del mondo nel 2023, sette successi in Coppa del Mondo, venti podi raggiunti, Deromedis oggi è il volto simbolo dello ski cross italiano che venerdì ha esultato pure per il successo della livignasca Jole Galli (ieri terza). E una sensazione chiara: l'Italia, in questa disciplina, non è più una comparsa.
Simone, è stato il primo a portare lo ski cross italiano dove non era mai arrivato. Essere il simbolo di questa disciplina pesa o motiva?
"Motiva tantissimo. Essere un pioniere mi rende orgoglioso: sento la responsabilità di fare bene non solo per me, ma per far crescere lo sport, per avvicinare i giovani. Lo ski cross in Italia era un po' trascurato e sapere di aver contribuito a farlo emergere è una grande spinta".
Vincere partendo con meno mezzi degli altri Paesi cambia il sapore del successo?
"Sì, lo rende ancora più bello. All'inizio non avevamo le risorse delle grandi nazioni, quindi ogni vittoria aveva un valore doppio. Vincere in queste condizioni ti dà una soddisfazione enorme".
Cosa l'ha fatta innamorare dello ski cross?
"L'adrenalina pura. Il contatto fisico, la sfida diretta. Non sei solo contro il tempo, sei contro gli avversari. È uno sport moderno, spettacolare, che parla ai giovani e alla televisione".
La differenza principale con lo sci alpino qual è?
"Non tanto i materiali o la pista, che sono simili, ma il fatto che noi corriamo in quattro. Ci sono contatti, sorpassi, decisioni istantanee. È questo che rende tutto più chiaro anche per chi guarda: primo, secondo, terzo, senza calcoli".
Sapere in gara se sta andando bene o male cambia tutto?
"È la cosa che mi ha affascinato di più. Vivi la gara dall'interno, secondo dopo secondo. Sai subito se stai facendo la scelta giusta".
Ha un idolo sportivo?
"Il pilota Travis Pastrana. È uno capace di fare tutto, sempre al massimo. Moto, rally, sport estremi: vive di adrenalina".
E nello sci?
"Dominik Paris. Per lo stile e per la persona".
Motori: Formula 1, rally, moto?
"Tutto. Qualsiasi cosa abbia un motore. Un'auto da rally o da drift sarebbero il massimo".
Segue lo sport in tv?
"Poco. Ho sempre preferito praticarlo piuttosto che guardarlo".
Altri hobby?
"Il ciclismo. Ho fatto strada, mountain bike, downhill. Da ragazzino ero quasi più bravo in bici che sugli sci".
Il Trentino è piccolo: ha incrociato grandi nomi?
"Sì, correvo nell'Aurora ASD, una società ciclistica giovanile con sede a Palù di Giovo, il paese d'origine dei Moser. Quando sei dentro uno sport il mondo si restringe. I nomi girano sempre quelli, prima o poi li incontri".
La gara olimpica di
Livigno (21 febbraio) si avvicina. Quanto pesa nella testa?"È lì, ma i Giochi non devono diventare un pensiero fisso. A Pechino 2022 arrivai quinto da giovanissimo. Oggi sono un atleta diverso, più consapevole".