Il caso è delicato, delicatissimo. Al punto da diventare paradossale nell'ipotesi che in gara si trovino di fronte un reduce ucraino e un reduce russo. Assurdo anche solo a pensarlo. Sta di fatto che anche senza sfociare nel potenziale paradosso, la decisione del comitato paralimpico di far competere gli atleti russi e bielorussi non come neutrali ma potendo sfoggiare le loro bandiere è un caso mondiale. Le autorità ucraine hanno annunciato che non parteciperanno alla cerimonia di apertura né agli eventi dei Giochi, mentre stanno studiando altre forme di boicottaggio, anche con il supporto di altre nazioni. "Non saremo presenti alla cerimonia di apertura. Non parteciperemo a nessuno degli eventi ufficiali", ha annunciato il ministro dello Sport ucraino Matviy Bidny mentre il ministro degli Esteri Andriy Sybiha ha iniziato un'opera di convincimento verso altri stati perché facciano lo stesso. "Una vergogna rivedere quelle bandiere simbolo di sofferenza", dicono da Kiev.
Il caso è e resta delicatissimo. Se da una parte è vero che lo sport unisce e cancella i confini, in particolare in occasione dei giochi Olimpici, è altrettanto vero che nel pieno spirito olimpico si fermano anche le guerre e la Russia tutto ha fatto tranne che bloccare i suoi attacchi sulle città ucraine. In un Paese come la Russia poi, l'attività sportiva è strettamente legata ai gruppi militari ma anche escludere dai Giochi eventuali reduci che, in qualche modo, la guerra l'hanno subita, non sarebbe un bel messaggio. Il caso è certificato anche dai distinguo tra comitati. Per quello olimpico, russi e bielorussi possono gareggiare sotto bandiera neutrale a condizione che non fossero sotto contratto con l'esercito e non avessero attivamente sostenuto la guerra d'invasione in Ucraina. Quello paralimpico invece ha di fatto restituito pieni diritti a russi e bielorussi.
Ma con una sanguinosa guerra in corso da quattro anni, dove le responsabilità di chi l'ha voluta, iniziata e continuata è palese, la polemica non può che essere fortissima.
A maggior ragione dopo la squalifica di Vladyslav Heraskevych, l'atleta ucraino dello skeleton cui è stato impedito di gareggiare indossando un casco con le foto degli atleti del suo paese uccisi in guerra. Comunque vada, in questo caos, alla fine perdono tutti. Ancor prima di gareggiare.