Non tutti sono abituati all'odio, soprattutto gli angeli. Non è scontato ricevere un carico di livore addosso, con tutta la rabbia di chi ti invidia, di chi sfoga la sua miseria verso chiunque non sia come loro, il letame che soffia dal popolo senza nome di chi vive per bestemmiare gli altri, per aspettare la caduta. Il consiglio in questo caso è sempre lo stesso: "Che te ne frega". È l'arte di lasciarsi scivolare addosso il liquame che arriva da quel mondo scarnificato che chiamiamo "social". La realtà è che non tutti ci riescono. C'è chi ha una sensibilità lunare, chi viene da altre dimensione e non ha ancora fatto i conti con la cattiveria degli umani. Uno di questi è Ilia Malinin, il "Dio dei quadrupli", il pattinatore statunitense che confessa che non sa difendersi dall'odio. "Persino i ricordi più felici possono finire macchiati dal rumore. Il vile odio online ti trascina nell'oscurità. Tutto si accumula mentre questi elementi ti scorrono davanti agli occhi, con il risultato di un inevitabile crollo. Questa è la versione della storia".
Lo chiamano "Quad God". Fuori dal ghiaccio sembra solo un ragazzo. Timido, riservato, guance arrossate come se avesse appena lasciato l'aria frizzante di una pista. Studia online, gioca ai videogiochi, torna a casa dai suoi due gatti, Mysti e Miu Miu. L'eroe moderno con una vita domestica da studente. Sul ghiaccio, invece, è una forza della natura. C'è quell'altra cosa, ancora più assurda: il salto mortale all'indietro. Il backflip. Un gesto da circo, da acrobata, bandito per quasi mezzo secolo perché troppo pericoloso, troppo fuori dalla liturgia del pattinaggio. Proibito dal 1976, tornato possibile solo nel 2024. Malinin lo riporta in pista come una firma, come un atto di sfida. Come a dire: il futuro non chiede permesso. Le Olimpiadi sono anche questo: prendere qualcuno e trasformarlo in mito. Eppure i miti hanno un difetto antico. Cadono.
Alla Milano Ice Skating Arena arriva la sera in cui tutto deve compiersi. Il quadruplo Axel che avrebbe dovuto incendiare l'Olimpiade si dissolve in un singolo. Non è più un gesto da leggenda: è un inciampo. Un salto che non sale. Un attimo che non si chiude. Poi un altro errore. Un atterraggio goffo. Una scivolata. Settantadue punti persi. Ottavo posto. 264,49 punti che sembrano solo un numero, ma sono la misura esatta di un sogno spezzato.
Ora lui dice: "Sul palcoscenico più grande del mondo coloro che sembrano i più forti potrebbero ancora combattere battaglie invisibili dentro di sé".Il ragazzo ha scoperto davanti a tutti che il mito non protegge nessuno. Che la grazia dura un secondo. Che la gloria è fragile. Che l'angelo, quando cade, fa rumore anche sul ghiaccio.